Corrado Occhipinti Confalonieri.
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LA MOGLIE DEL SANTO.
Parte 2.
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2019. MINERVA Edizioni, BOLOGNA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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LA MOGLIE DEL SANTO.
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PARTE SECONDA.
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CAPITOLO 18.
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Il lungo periodo vacante sia al soglio pontificio sia al vertice
dell'Ordine francescano aveva rinvigorito gli spirituali che erano
arrivati a occupare con la forza alcuni monasteri. Da quello
di Narbona, in Linguadoca, avevano scacciato i conventuali che
non si volevano assoggettare alla loro regola. Il luogo era particolarmente caro agli spirituali. L era sepolto Pietro di Giovanni Olivi da loro venerato per gli scritti apocalittici in cui paragonava la Chiesa a Babilonia.
Dopo la sua elezione, Giovanni ventiduesimo stabil di far evacuare
con la forza i conventi in loro possesso. Ordin di radere al suolo
la tomba del francescano eretico suscitando l'immediata reazione
di sessantaquattro spirituali che, nel maggio del 1317, si accamparono
davanti alla sede pontificia di Avignone in attesa di essere
ricevuti da Sua Santit in persona.
L'iniziativa ebbe un effetto tragico. Ascoltate le loro stravaganti
teorie eretiche, il Papa diede ordine alle guardie di arrestare
i cinque rappresentanti della delegazione mentre gli altri riuscirono
a fuggire verso il sud Italia dove speravano di contare sulla
protezione di Federico terzo.
In realt Giovanni, prevedendo questa mossa, aveva chiesto
al Re di Trinacria di consegnare tutti i membri dell'ala oltranzista
del movimento ai loro superiori perch venisse applicata con severit
la disciplina prevista dall'inquisizione.
Qualche mese pi tardi, l'energico Pontefice eman, in una
serie di bolle, disposizioni molto precise sull'abito francescano -
pi lungo rispetto a quello degli spirituali - e sulla possibilit che
i conventuali potessero tenere scorte alimentari.
Non erano precisazioni di poco conto: gli spirituali per ricercare
l'essenzialit portavano un corto saio grigio facilmente confondibile
con quello dei terziari. Le scorte non erano mai state ammesse
da Francesco perch secondo lui doveva essere la divina provvidenza
a garantire comunque il sostentamento di frati e monache.
I francescani che non si adeguavano alle nuove norme venivano
scomunicati. Per dare pi forza alle sue disposizioni, il
Pontefice condann al rogo quattro irriducibili che non avevano
accettato l'abito pi lungo e il nutrimento garantito.
Nonostante fossero ormai diventati una sparuta minoranza, i
rigoristi individuarono in Giovanni ventiduesimo l'Anticristo profetizzato da Gioacchino da Fiore e considerarono martiri da venerare i loro compagni che si erano immolati in nome della regola originaria.
Anche se di abitudini frugali come i francescani, il Papa temeva
quel loro continuo richiamo alla povert che metteva in
cattiva luce la Chiesa, gi provata da varie calamit: le accuse di
opulenza, la circolazione delle idee aristoteliche sulla presunta
suddivisione del potere spirituale da quello temporale e per finire
i gruppi eretici, ctari, albigesi, dolciniani, arnaldisti.
Per rafforzare la superiorit ecclesiastica, Giovanni ag su vari
fronti. Da un lato mise a punto un efficace sistema di tassazione
estendendo le entrate fiscali a tutta l'Europa, dall'altro centralizz
le nomine delle curie vacanti garantendo cos, oltre a nuove
entrate per questi privilegi, nomine di personaggi a lui fedeli. In
larga parte di origine francese.
Questo enorme afflusso di denaro gli serv principalmente
per mantenere le truppe di mercenari che dovevano garantire la
sicurezza dei possedimenti della Chiesa e per stabilizzare in Italia
il consenso dei suoi alleati politici.
Quando la politica non bastava, ricorreva alla scomunica: lo
strumento spirituale pi potente a sua disposizione. Regnanti e
signori colpiti da anatema vedevano pericolosamente messa in
discussione la loro autorit. I sudditi venivano sciolti dal vincolo
di obbedienza al principe e l'interdetto sulle citt bloccava la vita
religiosa, legittimando rivolte e ribellioni.
Era trascorso un anno da quando Eufrosina aveva preso i
voti. Aristide riteneva ormai Corrado pronto a intraprendere il
suo cammino da penitente. Voleva che si recasse prima ad Assisi,
poi a Roma e infine, guidato dallo Spirito Santo, nel luogo dove
avrebbe iniziato la sua vita eremitica. In realt Corrado temporeggiava,
con la sua scusa di essere preoccupato per l'instabilit
politica di Galeazzo, alle prese con l'anatema del Papa. In realt
aveva timore di allontanarsi da Eufrosina.
A seguito dell'esilio che il Visconti aveva imposto al vescovo
Ugo Pilori, la sedia vescovile di Piacenza era rimasta vuota. Il milanese
si faceva beffe di scomunica e di interdetto. Perseguitava i
canonici che non davano i sacramenti ricattandoli con espropri e
ritorsioni. La superbia era la causa di ogni sua perdizione: circolavano
voci incontrollabili sul suo comportamento depravato. Si
diceva che come amanti avesse delle suore compiacenti e circuisse
senza nessuno scrupolo anche le mogli dei suoi alleati. Aveva per
mantenuto la sua promessa di non toccare il monastero delle clarisse
in cui Eufrosina si era ritirata.
Aristide aveva continuato a rafforzare i suoi penitenti nel loro
percorso di crescita in seno ai conventuali, proseguendo nella discussione
sugli scritti di Bonaventura.
Non solo le Collationes dove il ministro generale cercava di
dirimere i conflitti fra spirituali e conventuali ma anche la Legenda
Maior, la sua biografia ufficiale su Francesco. Per essere certo
che questa fosse l'unica autorizzata, nel 1266 aveva dato ordine
di distruggere tutte quelle scritte precedentemente fra cui le Vite
di Tommaso da Celano.
Aristide si era rifiutato di bruciare questi Memoriali che riteneva
preziosi perch basati sulle testimonianze di chi aveva
vissuto con Francesco. Li comparava alla Maior per spiegare ai
penitenti dell'ospizio l'evoluzione raggiunta dal loro ordine. Il
padre Custode gli aveva definitivamente ribadito di quanto gli
spirituali fossero antistorici nel pretendere l'assoluta povert per
tutti i francescani.
Aristide ripeteva che questo modulo di vita propugnato da
Francesco poteva funzionare quando i suoi discepoli erano in pochi.
Ma dopo cent'anni dalla sua fondazione, l'Ordine contava
ormai oltre cinquemila adepti, si era ramificato in tutto il mondo
con centinaia di migliaia di terziari. Era necessario che i frati insegnassero
presso le Universit, dissertassero di teologia con le altre
confessioni religiose e predicassero a tutti i livelli, dai pi dotti ai
pi ignoranti, ma soprattutto che si attenessero all'obbedienza al
Papa. Solo cos potevano impedire che la libert li trascinasse su
posizioni eretiche con inevitabili, nefaste conseguenze sul futuro
dell'organizzazione. A questa faticosa esigenza di rafforzamento
spirituale di Corrado e degli altri frati si aggiungevano altre esigenze
pratiche del romitorio dovute ai mutamenti sociali in atto
in quel periodo.
La carestia, dilagata nel nord dell'Europa negli ultimi tre anni,
aveva provocato un aumento delle rendite e una stagnazione dei
salari anche in Lombardia. Il numero dei poveri e degli indigenti
era spaventosamente aumentato. Davanti ai conventi dei predicatori
e dei minori di Piacenza c'erano gruppi di mendicanti che
come elemosina chiedevano le donazioni degli strozzini deceduti
senza eredi. L'usura era considerata dalla Chiesa grave peccato e
attraverso le preghiere dei frati chi l'aveva praticata in vita sperava
di salvare la propria anima corrotta. All'ora di pranzo davanti
all'ospizio si formavano lunghe file di miserabili che chiedevano
con brutale insistenza qualcosa da mangiare.
Corrado e i suoi compagni erano costretti allora a recarsi in
citt o in giro per le campagne a chiedere cibo in elemosina da
spartire con quei poveri. Facendosi forza, anche lui si era abituato
a bussare di porta in porta con ciotola e bisaccia.
Aristide cap che non era il caso di mandarlo subito alla questua;
meglio aspettare che fosse pronto. Il suo status di nobile non
gli permetteva proprio di essere abbastanza convincente. Corrado
non sapeva come porsi: gli mancava l'abilit di Mario o di Matteo
nel chiedere la carit. Loro si presentavano sorridenti, convincevano
le persone con belle parole, avevano un modo di fare garbato.
La gente si vergognava a dire loro di no. Corrado bussava agli usci,
tendeva la ciotola e dopo aver esordito con: Pace a questa casa stava
zitto senza neppure sorridere. Fissava allo stesso modo chiunque
aveva di fronte: massaia o padrone di casa o serva. Cos irrigidito,
non dava l'impressione di aver veramente bisogno del pane ma di
essere stato comandato alla questua. In realt aveva un blocco che
gli impediva di chiedere. Dopo una faticosa giornata a raccogliere
avanzi, tornava all'ospizio con ciotola e bisaccia mezze vuote mentre
quelle dei suoi fratelli erano ricolme di quanto bastava per poter
soddisfare almeno una parte di quella moltitudine di affamati.
Un giorno Aristide accortosi della sua frustrazione lo aveva
confortato dicendogli: Dai tempo al tempo Corrado. Capirai
cos che quello che adesso ti sembra poco, in realt  tantissimo.
Il padre Custode aveva comunque preferito impiegarlo pi di
frequente alla mensa e alla lavanderia insieme a Ubaldo e Cristoforo
anch'essi di scarsa comunicativa.
Caduto il divieto di tenere scorte, al monastero di Eufrosina
le cose andavano assai meglio. La produzione dell'orto suppliva le
sempre pi scarse elemosine. Il surplus veniva conservato. Con l'aiuto
di suor Pancrazia raccoglievano i semi negli orcioli e li custodivano
in cantina. Su ciascuno avevano impresso il nome della pianta
di appartenenza in modo da poterli riconoscere pi facilmente.
Mettevano poi a seccare i legumi, cibo essenziale per affrontare i
mesi invernali. Erano persino riuscite a prolungare le stagioni anche
nei mesi meno produttivi con delle piccole capanne di giunco
intrecciate che, nelle fredde notti invernali, proteggevano i cespi di
cavoli e di lattuga. Suor Matilde, visto il periodo di carestia, aveva
dato disposizione a Eufrosina di ricopiare il suo manualetto in
modo da distribuirlo anche ad altri conventi. Lei arricch la prima
stesura con altri consigli pratici che derivavano dalla sua esperienza
in monastero. Pancrazia, pi portata nel disegno che nel lavoro manuale,
creava alcune illustrazioni raffiguranti le diverse forme delle
foglie e delle sementi. Un lavoro lungo e faticoso. Enza la riforniva
di pergamene, di inchiostri, di penne che strappava alle sue oche.
Eufrosina prima levigava la pergamena con la pomice, poi vi strofinava
il gesso per renderla pi assorbente. Passandoci la mano sopra,
le sembrava di accarezzare il cortissimo vello della pecora lavorato
dalle abili mani dei conciatori piacentini. Per non sprecare inchiostro,
cambiava spesso le robuste piume e ne manteneva la punta
sempre affilata. Prima tirava le righe per scrivere in modo lineare,
poi vergava i fogli con un tratto sottile ma comprensibile frutto di
grande precisione e pazienza. Se sbagliava a trascrivere una parola la
cancellava con il raschietto. Quando la luce non era sufficiente per
scrivere, lei e Pancrazia cucivano dei sacchetti di iuta dove mettere
i semi necessari a impiantare nuovi orti. Riusciva cos a comporre un
paio di manualetti al mese, poi le altre sorelle munite di ago e di filo
rilegavano i fascicoli. Li ponevano in una cesta di paglia intrecciata
insieme ai sacchetti di semi. Meo li consegnava agli altri conventi o
a chi ne avesse necessit.
Un giorno Eufrosina stava ormai da ore china sul manoscritto,
come se finirlo fosse questione di vita o di morte. Suor
Pancrazia invece sentiva la mano indolenzita a furia di disegnare e le
faceva male la schiena per la lunga immobilit. Come riuscite a
non stancarvi mai? le chiese quasi irritata la giovane suora.
Eufrosina pos la penna e fece scricchiolare il collo con ampi
movimenti circolari del capo. Si massaggi le tempie e le rispose:
Vedete suor Pancrazia, tutto dipende dalla motivazione. Se esiste,
le ore che stiamo appollaiate a questi sedili a me sembra volino via.
La vostra quale sarebbe? le domand Pancrazia innervosita
dalla sua calma.
Il lavoro mi aiuta a non pensare. Riesco a essere cos veloce
nella copiatura perch conosco il manuale a memoria. Non ho
quasi neppure bisogno di consultare l'originale.
Vi rende felice?
S lo sono. Mi appaga creare qualcosa dal nulla con la forza
del mio ingegno. Indic i disegni che Pancrazia stava completando
negli spazi vuoti della copia in lavorazione. Anche voi
dovreste essere contenta di avere questo dono, di saper disegnare
cos bene. Se fossimo fuori dal monastero, come donna non potreste
dedicarvi con continuit a quest'arte.
Avete ragione, dovrei sentirmi serena come voi. Eppure a
volte essere sposa del Signore non mi basta, anzi mi pesa tantissimo.
Vorrei avere un marito e dei figli disse Pancrazia arrossendo
violentemente.
Eufrosina stemper la tensione: Tutte noi lo pensiamo ma
non lo diciamo. Non vi dovete vergognare di questo. La vostra
sincerit  qualit rara.
A volte penso anche come siamo privilegiate a essere qui.
Quante donne muoiono di parto? Quante vivono il dolore per
la perdita di un figlio in fasce? Quante sono picchiate dai loro
mariti?
Troppe purtroppo.
La considero una magra consolazione per concluse
Pancrazia con amarezza.
Lo  davvero. Per questo concentratevi sul vostro lavoro.
Cercate sempre di migliorare. Con il vostro talento vi avvicinerete
al Signore e cos capirete perch siamo fatti a sua immagine
e somiglianza.
A volte mi prende una rabbia. Non mi sento abbastanza brava.
Questo  lo stimolo giusto per superare voi stessa. Dalla rabbia
allora scaturir armonia. Vi sentirete parte della creazione.
Quello che voi chiamate il mio posto nel mondo sorrise finalmente Pancrazia.
Certamente, proprio quello. Adesso per torniamo a lavorare.
Abbiamo parlato anche troppo disse Eufrosina riprendendo in mano la penna.
Scherzate vero?
Anche Francesco amava far ridere!
Aristide in qualit di elemosiniere si recava con regolarit al
monastero delle clarisse. Era venuto a conoscenza della nuova attivit
di Eufrosina e ne aveva informato Corrado.
Lui aveva sorriso e gli aveva chiesto di portarle queste parole: nomen omert. (NOTA: parafrasi di Omen nomen: Il destino nel nome.Fine NOTA).
Quando al termine della confessione Aristide le rifer questo messaggio, incomprensibile a un estraneo, Eufrosina ne rimase felicemente colpita,
Il frate la scrut dalla piccola grata del confessionale: Noto con
piena soddisfazione che le parole di Corrado vi hanno fatto bene.
Si tratta di una sciocchezza. Mi hanno ricordato il nostro
primo ballo, quando lui mi chiese l'origine del mio nome. Gli
spiegai la storia di due donne mie omonime: quella che, per diventare
monaca, era entrata in convento fingendo di essere uomo
e s'era rivelata poi un'ottima copista e l'altra, costretta ad abbandonare
il monastero per assicurare la discendenza reale. All'epoca
protendevo per quest'ultima figura. In realt il mio destino si 
rivelato pi affine alla prima.
Il vostro dialogo non smetter mai di sorprendermi. Per questo
Corrado non deve avere timore di lasciare Piacenza disse Aristide
con un placido sorriso d'intesa.
Eufrosina l'osserv con fare interrogativo. Cosa intendete
dire?
Ho come l'impressione che stia rimandando la partenza per
paura di staccarsi da voi. Accampa come scusa l'instabilit politica
e religiosa della citt. Secondo me per non si tratta di questo.
Caro Aristide con quella piccola frase mi avete portato una
sua carezza. Ve ne sono tanto riconoscente. Ma per la questione
della sua partenza mi rimetto a voi che siete la sua guida spirituale.
- disse lei portando le mani incrociate al petto in segno
d'umilt - Se siete convinto che Corrado sia pronto a partire, io
qui mi sento al sicuro. Non corro alcun pericolo: Galeazzo sta
mantenendo la parola data. Vi prego, riferitegli il mio pensiero.
Lo far, non dubitate. Gli far bene saperlo.
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CAPITOLO 19.
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Il giorno di Pentecoste del 1320, prima dell'ora di cena, i
penitenti dell'ospizio di Calendasco erano nella chiesetta intenti
a pregare per il popolo di Piacenza su cui due anni prima si
era abbattuto l'interdetto papale. La vita religiosa ne risultava
gravemente compromessa: eccetto battesimi e funerali, i sacerdoti
non potevano pi amministrare i sacramenti. Solamente
loro, in quanto terziari, erano esentati da questa infamante disposizione.
Galeazzo manteneva un atteggiamento sfrontato. Si faceva
beffe della scomunica, sostenendo che l'eretico fosse il Papa e non
lui.
Chi pu essere a quest'ora? chiese fra Mario agli altri frati
infastidito dal suono della campanella.
Corrado vai ad aprire - gli ordin Aristide - sar qualcuno
che chiede rifugio per la notte.
Lui si alz dall'inginocchiatoio e lesto si diresse verso l'ingresso
mentre i suoi compagni proseguivano nelle orazioni. Capitava
a qualsiasi ora del giorno e della notte che i viandanti chiedessero
un riparo. Una camerata era sempre attrezzata per ospitarli. Se lo
spazio non bastava, i penitenti cedevano il loro letto e dormivano
a terra, nello scantinato vicino al pozzo. Corrado aveva aperto lo
spioncino del portone per accertarsi che non fossero dei malintenzionati.
Gli si pales davanti un volto coperto da un cappuccio
grigio da terziario. Lo riparava dalle gocce di pioggia, fini e
fitte come spilli, che da qualche giorno bagnavano Calendasco.
Il Signore ti dia la pace. - esord il pellegrino con marcato
accento francese - Potete ospitare sei fratelli per la notte?
La pace sia con voi. - rispose calorosamente Corrado - Certo,
con piacere. Un attimo che vi apro.
Tolse il chiavistello di ferro, gir la chiave nella serratura e
spalanc il portoncino dell'entrata pedonale. La stazza dell'ospite
era imponente. Dovette piegarsi per riuscire a entrare dall'uscio
per lui angusto. Gli altri cinque scivolarono dentro con pi facilit,
anche loro incappucciati e col mantello fradicio.
Corrado fece caso ai loro abiti, corti e rattoppati, segno che
erano francescani spirituali. Negli ultimi anni, alcuni di quei fratelli
si erano gi fermati l prima di continuare il cammino verso
terre pi favorevoli alle loro convinzioni. Mai per cos numerosi
come quella sera.
Al riparo dalla pioggia nel largo corridoio coperto, gli ospiti si
tolsero il mantello e si presentarono. Il francese si chiamava Bertrand
mentre degli altri Corrado non aveva memorizzato subito il
nome, come spesso gli capitava durante le presentazioni numerose.
Tranne Bertrand che era sulla quarantina, avevano tutti pi o
meno la sua et. Dalla fisionomia gli sembravano tutti d'oltralpe:
alti, incarnato pallido, viso spigoloso e naso appuntito.
Siamo riuniti in preghiera ma accomodatevi pure. La seconda
porta a destra  quella del refettorio. Venite, riscaldatevi vicino
al fuoco disse Corrado in francese senza indicare quale direzione.
Voleva vedere se lo capivano. La sua impressione si era rivelata
corretta: fra le sei porte che si fronteggiavano lungo il corridoio
avevano aperto quella giusta.
Conosci bene la nostra lingua osserv sorpreso Bertrand
mentre con un canovaccio si frizionava la testa.
L'ho studiata. Nella mia vita precedente ero cavaliere. Era
d'uso almeno masticarla. Con l'aiuto di Bertrand spostarono
una panca davanti al camino perch anche gli altri frati si asciugassero.
Anche io facevo parte dell'ordine cavalleresco - gli confid
con un sorriso di complicit - ma ormai fa parte del passato. Noi
arriviamo da Beziers, in Linguadoca, per siamo del nord.
Da altri pellegrini di passaggio, Corrado aveva sentito dire
che gli spirituali avevano occupato quel monastero francese gestito
da conventuali ma che il Papa li aveva fatti scacciare. Non se ne
preoccup: impossibile che avessero intenzione di impossessarsi
di un ospizio dedicato agli indigenti.
Dove siete diretti? gli domand Corrado.
Bertrand tir su con il naso. Stiamo andando a Firenze. Una
citt che conosco molto bene. L ho svolto il mio tirocinio da
francescano.
Non l'ho mai visitata. Mi riprometto di farlo presto per.
Sono in partenza alla volta di Assisi.
Bertrand si infervor: Assisi  molto diversa da come te la
potresti immaginare. Non penso che a Francesco sarebbe piaciuta
la basilica che Nicola quarto ordin di erigere in suo onore: troppo
grande e sfarzosa. Lui voleva che noi frati vivessimo in casupole
costruite col legno e col fango e ci dedicassimo al lavoro manuale.
Qualche anno fa, artisti di fama hanno affrescato le pareti della
basilica superiore con scene tratte dalla biografia del santo interpretata
da Bonaventura.
Corrado rimase colpito da quella parola: interprete. Bertrand
non l'aveva buttata l a caso. C'era un sottile tono polemico nella
sua voce. Nella propria lingua non poteva aver utilizzato un termine
inappropriato.
La basilica superiore  riservata alle cerimonie ufficiali, vero?
gli chiese Corrado. Era un modo per non addentrarsi in polemiche
pur evitando le banalit. Non voleva affrontare diatribe fra
spirituali e conventuali. Si trattava di un ospite, non conosceva
la sua storia. Preferiva proseguire il dialogo su un territorio di
interesse comune ma neutrale.
Bertrand squadr dalla testa ai piedi quel giovane penitente.
Dalla lunghezza dell'abito, pur simile al suo per colore, cap che si
trattava di un terziario. Esattamente. Nella parte inferiore della
basilica, invece, possono entrare tutti: laici e religiosi. Per timore
che i fedeli potessero trafugare le reliquie, il generale frate Elia
fece costruire intorno ai resti del santo un sarcofago di travertino
protetto da robuste sbarre di ferro.
Ci sono tanti devoti che si recano in basilica? Immagino ci
siano lunghe file per entrare.
Bertrand scosse energicamente il capo come se Corrado avesse
detto una sciocchezza: Assolutamente no. A Francesco non sarebbe
piaciuto quel posto dove lo hanno portato. Lui cos fedele
a Madonna povert... Difatti in quel sepolcro, buio e pomposo,
non avvengono miracoli. I fedeli preferiscono recarsi a san Giorgio,
il luogo della sua infanzia a lui tanto caro, dove inizialmente
l'avevano tumulato. L in tanti vengono ancora graziati.
Non vedo l'ora di andarci disse Corrado senza specificare
dove per ribadire in modo sottile ma senza tentennamenti la sua
autonomia di valutazione. Mentre parlavano aveva messo sulla
tavola ciotole, cucchiai e bicchieri per tutti e aggiunto altre verdure
alla minestra che gi bolliva sul fuoco. Poi aveva tirato fuori
dalla dispensa pane sufficiente e versato vino nelle brocche di coccio.
Si sentiva osservato in modo cos insistente da quegli estranei
che quasi lo mettevano a disagio.
Pace e bene fratelli! li salut calorosamente Aristide al suo
ingresso assieme ai compagni. Altro giro di incomprensibili presentazioni
e poi un gran vociare fra i presenti. La piccola stanza si
riscald velocemente. I dodici frati stavano talmente stretti sulle
panche che fu necessario prendere due sedie da mettere a capo
tavola dove lui e Bertrand si erano seduti.
Anche il padre Custode si era reso subito conto che si trattava
di spirituali. Per tutto il tempo della cena frugale aveva evitato
polemiche per non turbare l'armonia di quei fratelli che si erano
appena conosciuti. Not tuttavia con disappunto che gli ospiti
alzavano il gomito un po' troppo di frequente.
Allora, Bertrand, cosa vi porta da queste parti? domand
Mario versandogli dell'altro vino nel bicchiere rimasto vuoto.
Aristide gli aveva lanciato un'occhiataccia per quella domanda
che giudicava inopportuna, eppure Mario non se nera accorto,
affascinato com'era dal carisma del francese: gli occhi chiari, quasi
trasparenti, sottolineati da folte sopracciglia grigiastre, incutevano
un certo timore profetico. Spirituali che venivano dalla
Linguadoca dove infuriava la polemica con il Papa: non succedeva
tutti i giorni! Qualche mese prima aveva sentito dire da un
domenicano che il Pontefice aveva condannato al rogo quattro
spirituali che non avevano accettato le nuove regole su abito e
viveri. Desiderava sapere se Bertrand li avesse conosciuti ma non
aveva il coraggio di chiederglielo.
Stiamo scappando da Beziers. Come immagino abbiate intuito
siamo perseguitati dall'inquisizione perch seguaci di Pietro
di Giovanni Olivi rispose Bertrand con cruda sincerit mentre
buttava gi un altro sorso di vino.
E do-dove sie-siete diretti? balbett Cristoforo, eccitato
dall'avventura che stavano vivendo.
Firenze  la nostra meta. Siamo copisti: la nostra missione
 quella di far conoscere al mondo le opere del nostro venerato
maestro.
Una volta giunti in citt non temete di essere catturati? Non
sareste pi al sicuro in un luogo pi appartato? gli domand
Mario sporgendosi verso di lui.
A Firenze possiamo contare su una fitta rete di protezione
che ci metter al sicuro rispose Bertrand con sufficienza.
Fra Matteo s'era irritato per il tono di quella risposta. Evidentemente
la modestia non era proprio fra le virt di quello
spirituale.
Mario invece ammirava il loro coraggio. Quei frati erano disposti
a subire le feroci torture dell'inquisizione piuttosto che
rinunciare a seguire la regola originaria. Bertrand, conoscevate
i quattro spirituali che papa Giovanni ha condannato all'impiccagione?
gli chiese infine, vinto dalla curiosit.
Il volto di Bertrand si rapprese in un'espressione addolorata:
Li conoscevamo molto bene. Siamo riusciti a scappare appena in
tempo prima che i soldati dell'Anticristo catturassero anche noi.
Quella parola, anticristo, con cui aveva definito il santo Padre
piomb sul tavolo come un meteorite. Le schegge si conficcarono
sotto la pelle dei penitenti provocandogli feroci fitte di
dolore. Capirono che non era il caso di continuare quel discorso
e preferirono chiudersi in un imbarazzato silenzio.
Aristide intervenne con tono accomodante: Speriamo proprio
che il Signore illumini il Papa e gli dia la grazia di riconciliare
queste divisioni che straziano non solo il nostro Ordine ma tutta
la comunit cristiana.
Non penso sia possibile. - rispose sdegnosamente Bertrand
appoggiando con protervia le mani sulle ginocchia - Gioacchino
da Fiore ha predetto che l'anticristo si manifester durante il terzo
status, quello dello Spirito Santo, dove noi spirituali guideremo la
Chiesa. Quel momento  arrivato finalmente: l'anticristo si chiama
Giovanni ventiduesimo.
Aristide e i suoi compagni trattennero il fiato a quest'affermazione.
Al di l delle pesanti parole di Bertrand, pensarono
che la sua posizione fosse inconciliabile con il principio
di umilt scritto nella regola. Il francese sembrava il possessore
della verit assoluta. Un grave peccato di superbia. Direi che
 giunta l'ora di ritirarci annunci Aristide alzatosi in piedi.
Cercava di chiudere l'incidente facendo valere la sua posizione
di padre superiore. Voleva a ogni costo evitare la polemica, ma
Bertrand non sembrava intenzionato a seguire il suo invito. Addit
il volume aperto sul leggio: Aristide, posso sapere di cosa
stavate discutendo?. In realt lo sapeva benissimo. Dopo il loro
ingresso in refettorio aveva scorto la copertina mentre Corrado
gli dava le spalle.
Commentavamo la biografia su Francesco. Quella scritta da
Bonaventura rispose Aristide cortese. Si morse il labbro inferiore
per aver dimenticato l la Legenda Maior. Sapeva dove Bertrand
volesse arrivare.
Lettura impegnativa per penitenti che gestiscono un ospizio.
Di solito leggete la sintesi, a voi pi comprensibile disse Bertrand
riferendosi alla Legenda minor.
La divina provvidenza ci ha mandato Aristide proprio perch
ce la spiegasse intervenne Matteo con un sorriso polemico.
Anche Ubaldo si sent in dovere di intromettersi e disse con
tono zelante: Amiamo leggere la Maior perch cogliamo il messaggio
di fratellanza che.... Non riusc a terminare la frase perch
Matteo da sotto il tavolo gli pest un piede per zittirlo.
Con indice e medio della mano destra Bertrand fece cenno ai
suoi perch rimanessero seduti. Poi invit anche il padre Custode
a sedersi nuovamente. Ascoltiamo Aristide. Siamo ben disposti
a trovare una posizione comune. Propongo di chiarire l'episodio
sulla sfida del fuoco proposta da Francesco ai sacerdoti del sultano
Malik el Kamil.
Volentieri Bertrand. Fratelli sedetevi anche voi. Per una sera
ruberemo un po' di tempo al riposo per approfittare della presenza
dei nostri autorevoli compagni li invit Aristide che aveva
preso nuovamente posto. Si tirava la barba com'era solito fare
quando era perplesso. Il confronto si preannunciava difficile. Bertrand
poteva mettere in luce le falle in cui era finito Bonaventura
descrivendo nella biografia quell'episodio mai dimostrato.
Speriamo finalmente di arrivare a una visione univoca disse
il francese con tono disponibile.
Me lo auguro anche io rispose Aristide.
I frati dell'ospizio si guardarono l'un l'altro, smarriti. Il padre
Custode aveva saltato l'episodio del fuoco contenuto nella Maior
e si stavano chiedendo il motivo. Oltretutto nella versione che
usavano per predicare, la Legenda minor, Bonaventura aveva del
tutto tralasciato l'intera vicenda.
I compagni di Bertrand continuavano a bere. All'apparenza
non sembravano particolarmente partecipi dell'argomento. Corrado
era l'unico a capire la loro lingua e coglieva qualche stralcio
dei loro discorsi. Gli davano l'impressione di parteggiare senza
riserve per Bertrand.
Fra Ubaldo per capire aveva come sempre bisogno degli
antefatti: Aristide, noi non conosciamo questa storia della sfida
del fuoco proposta da Francesco. Sappiamo a grandi linee
che si era recato con fra Illuminato dal sultano per cercare di
convertirlo.
S Ubaldo  proprio cos. Adesso ve la spiego meglio. Vi ho
raccontato che Francesco e Illuminato si recarono in Egitto per
convertire il sultano Malik el Kamil. Se il primo a ricevere il battesimo
fosse stato lui, anche il suo popolo si sarebbe assoggettato
al cristianesimo. Quando per Francesco si rese conto che con il
solo racconto del Vangelo non sarebbe riuscito nel proprio intento,
lo provoc con la prova del fuoco. Chiese al Sultano di far accendere
un grande fal e disse: Io e i sacerdoti musulmani ci getteremo
nel fuoco e chi sopravvivr sar portatore della vera fede.
Francesco specific che se fosse toccato a lui di rimanere in vita, el
Kamil avrebbe dovuto convertirsi mentre se le fiamme l'avessero
arso vivo, la colpa era da attribuire solo ai suoi peccati. In realt
rimase solo una sfida a parole: i pavidi sacerdoti si rifiutarono di
entrare nel fuoco. Lo stesso sultano dissuase Francesco da questo
proposito perch, anche se fosse sopravvissuto, lui non si sarebbe
mai convertito. Temeva l'instabilit politica che sarebbe seguita a
quel suo gesto: il rischio di perdere il potere era troppo grande.
Permetti il mio dissenso - intervenne Bertrand - Francesco
non si rec in Terra santa per convertire il sultano. Portava un
messaggio di pace ai saraceni che avevano conosciuto la faccia
pi brutta del cristianesimo: violenza, odio e prevaricazione. Lo
dimostra il fatto che, prima di partire, nella sua Regola non bollata
lui avesse dato precise disposizioni su come noi frati minori
ci dovevamo porre nei confronti di quel popolo a cui eravamo
obbligati a sottostare. Cito le sue esatte parole: Senza liti e
senza dispute.
Quindi, se ben comprendo - sottoline Mario - senza neppure
la forza delle parole? Suscit la silenziosa ammirazione degli
altri compagni che avevano s intuito questa condizione ma
senza elaborare in modo cos limpido lo stesso pensiero.
Hai capito perfettamente. - lo aveva lodato con fin troppa
enfasi Bertrand - Solo con rispettoso esempio per giungere, se non
a una conversione graduale, almeno a una convivenza pacifica.
Aristide scosse energicamente la testa in segno di diniego.
Non sono d'accordo io con te Bertrand. Ricordati che ti sei riferito
al contenuto della Regola non bollata che si chiama cos
proprio perch non ha mai ottenuto l'approvazione del Papa.
L'immagine del fuoco in realt attualizza quanto successo dopo
quell'episodio. Il padre Custode fece una breve pausa per schiarirsi
la voce. Trascorsero diversi anni e ci fu la necessit di un'ulteriore crociata, la settima, fermamente voluta da Nicola quarto che vi rammento essere stato il primo papa francescano. Fidenzio da
Padova, suo vicario francescano in Terra santa, gli aveva consegnato
una relazione dove senza mezzi termini sosteneva che i saraceni
non si sarebbero mai convertiti. Di conseguenza, Fidenzio
non trovava altra soluzione se non quella della conquista del
Santo Sepolcro attraverso l'uso della forza. Per questo motivo il
Pontefice aveva concesso l'indulgenza plenaria a chi fosse partito
o avesse finanziato la spedizione. Diede inoltre disposizioni anche
a noi francescani di predicare a favore della nuova missione.
Aristide sospir, abbassando per qualche istante lo sguardo.
Poi alz la testa e prosegu deciso: Io per primo l'ho caldeggiata,
s, anche se non ero d'accordo. Ma l'ho fatto in nome della santa
obbedienza che Francesco ha sempre professato cardine della
nostra regola.
Gli ospiti si erano zittiti, curiosi di vedere come sarebbe andata
a finire o forse solo perch intorpiditi dal vino. La tensione dei
penitenti invece era all'apice.
Bertrand non staccava gli occhi di dosso all'anziano sacerdote.
Ostentava una grande sicurezza: Proprio per questo motivo
voi conventuali avete sulla coscienza non solo la vita dei saraceni
ma anche quella dei cristiani partiti per le crociate! Solo a
Damietta morirono seimila uomini di entrambi gli schieramenti!
Aristide, a proposito dell'obbedienza al Papa ti sbagli ancora una
volta. La pace  un desiderio universale che va ben al di l di quel
principio di obbedienza su cui voi conventuali tanto insistete.
Non ci credeva neppure lo stesso Francesco. Per la prima volta in
vita sua non obbed al volere pontificio sull'uso della forza nella
conversione. Scrisse per questo le disposizioni contenute nella
non bollata sulla nostra pacifica presenza fra gli infedeli.
Stai dicendo un'altra eresia! - replic Aristide tutto rosso in
viso - Francesco si era sempre sottomesso all'obbedienza dei tre
Papi che aveva conosciuto in vita! E tutti loro, da Innocenzo terzo 
in poi, chiedevano a gran voce due cose: la liberazione della Terra
santa e la conversione degli infedeli. Anche a costo del martirio!
Noi francescani ci siamo sempre adeguati alla volont pontificia:
lo dimostrano le torture e l'uccisione dei nostri cinque compagni
missionari in Marocco, avvenuta molto tempo prima dei fatti di
Damietta. La prova del fuoco richiesta da Francesco ci dice che
lui, pur di convertire il sultano, era disposto a ricevere l'onore del
martirio proprio come quei cinque frati! Aristide aveva la gola
secca. Bevve un sorso di vino e prosegu: Bertrand, ricordati che
Francesco e Illuminato, prima di arrivare al cospetto di el Kamil,
erano stati malmenati a sangue dalle sue guardie come prologo di
altre terribili violenze. Il sultano stesso prometteva una borsa ricolma d'oro a chiunque gli avesse portato la testa di un cristiano.
Sul volto di Bertrand era comparsa l'ennesima espressione infastidita
che aveva oltremodo urtato tutti i frati dell'ospizio. Sciocchezze!
- rispose lo spirituale - Francesco non voleva il martirio n
suo n quello dei missionari in Marocco. Pace all'anima loro. L'accoglienza  ricevuta dal sultano fu invece molto cordiale. El Kamil
ammirava Francesco. Avrebbe voluto che restasse l con lui, disposto
a ricoprirlo di ogni ricchezza da destinare ai suoi poveri. Fu lui
a non accettare perch sentiva che quei doni non provenivano dal
cuore di un convertito. Aristide, hai citato Innocenzo terzo. Ebbene
proprio lui che verbalmente concesse a Francesco la regola originaria,
durante il concilio Laterano aveva esplicitamente proibito
l'ordalia come mezzo di conversione. Il Santo quindi non avrebbe
mai proposto al sultano la sfida del fuoco in nome dell'obbedienza
come tu sostieni cadendo in manifesto errore. Quella sfida  solo
una menzogna di Bonaventura mai citata nelle altre biografie dedicate
a Francesco. Per questo ordin di distruggerle ma a Parigi io
sono riuscito a leggerle: nessuna cita la prova del fuoco!
Ubaldo si gratt la testa. Non capiva. Bertrand, perch il
nostro ministro generale si sarebbe inventato questa storia?
Per dimostrare una presunta evoluzione dell'Ordine. Bonaventura
voleva far passare Francesco per un uomo umile e ignorante.
Uno che non era riuscito a convertire il sultano con la sola
lettura del Vangelo e che, incapace di fornirgli un motivo razionale
per diventare cristiano, alla fine gli aveva semplicemente spiegato
che la ragione sottost alla fede. E siccome Malik restava
dubbioso, con la sfida del fuoco era passato allora dalle parole ai
fatti. Tutto di una falsit incredibile! Francesco era estremamente
colto. In questo modo Bonaventura poteva ribadire l'importanza
dello studio e della preparazione teologica per i francescani,
posticipare l'inizio dello status dello Spirito Santo e sottomettere
cos noi spirituali a voi conventuali concluse Bertrand disegnando
sul tavolo, piuttosto unto, un cerchio che si chiudeva.
I penitenti si guardarono perplessi: il discorso di Bertrand
non faceva una grinza anche se arrivava a conclusioni ardite. Rivolsero
lo sguardo a Aristide, sperando con tutto il cuore che
fosse in grado di ribattere in modo convincente.
Lui non poteva accettare quella conclusione dello spirituale
che perdeva di vista il vero obiettivo del ministro biografo: quello
di unire, non di dividere l'Ordine. Decise di insistere alzando
sempre pi il tono della voce: No, no, no Bertrand! La prova del
fuoco  stata raccontata da un testimone: fra Illuminato. Intendi
mettere in discussione la sua parola? Riguardo al divieto
dell'ordalia, Francesco non ne poteva essere a conoscenza. Non aveva
tempo di seguire le decisioni prese al concilio Laterano indetto da
Innocenzo: troppo occupato a predicare, a curare malati e lebbrosi.
Cos semplice e umile da aver detto al sultano che se fosse arso
vivo, era per colpa dei suoi peccati e che se lo sarebbe meritato.
Dalla prova non lo salva il diniego di Malik ma la voce divina che
gli dice di tornare in patria perch destinato a un dono ancora pi
grande di quel martirio: le stimmate.
Non  importante la confusa testimonianza di Illuminato
quanto la contraddizione in cui  finito Bonaventura nella biografia!
- lo rimbecc Bertrand - In nome della santa obbedienza
Francesco non sarebbe mai andato contro la volont di Innocenzo
e mai avrebbe proposto la prova del fuoco. Quindi l'episodio
 palesemente inventato da Bonaventura. Non ti accorgi
dell'errore in cui continui a cadere? disse Bertrand stupefatto
dalla tenacia del padre Custode che a suo parere non si arrendeva
all'evidenza dei fatti.
Mario non riusc pi a tacere: Aristide, non ti voglio contraddire
ma credo che Francesco non abbia mai sfidato il sultano
con quella prova perch portava solo un messaggio di pace. Voleva
davvero la pacifica convivenza. In fondo l'ha ottenuta: siamo i
soli custodi del Santo Sepolcro.
Certamente  cos. - prosegu Bertrand con fermezza - In
questo si  realizzato il grande successo di Francesco in Terra santa.
Le crociate si sono rivelate un inutile massacro! La settima non
 stata altro che l'ulteriore sconfitta delle armi perch abbiamo
perso San Giovanni d'Acri, l'ultimo avamposto cristiano. L'unico
ad aver vinto  stato Francesco perch non ha usato armi, neppure
quelle della parola contro i saraceni, ma solo pace ed esempio.
Il tono della sua voce prese un'espressione dottrinale: Lui, Francesco,
non era cos semplice e umile come sostiene Bonaventura
ma dotato di grande lungimiranza. Nella non bollata ordin a
noi frati di cambiare citt se fossimo stati perseguitati. I cinque
missionari in Marocco avevano cercato il martirio inveendo ripetutamente
contro Maometto con parole violente. Quelle parole
che, come ha giustamente notato Mario, in realt Francesco non
voleva. Quando scopr che gli altri frati ammiravano quei poveretti,
il santo li ammon severamente dicendo: Non bisogna
vantarsi del martirio degli altri ma del proprio.
Il padre Custode non voleva arrendersi: Io insisto che Dio ha
salvato Francesco dal fuoco solo perch aveva in mente per lui un
martirio infinitamente pi grande, le stesse sofferenze di Cristo:
le stimmate.
Questo tuo pensiero, Aristide, richiama la coincidenza degli
opposti tanto cara a Bonaventura: un piccolo martirio provocato
da un essere umano, oltretutto infedele, coincide con un grande
dono concesso dal Signore, il dono delle stimmate. Ma ti ho dimostrato
che la storia  andata diversamente.
Il sacerdote sembrava anzi rafforzato nelle proprie convinzioni:
Non sono vacue teorie ma risultati concreti: il sacrifcio
dei cinque missionari non  risultato vano. Antonio da Padova,
quando vide i loro corpi massacrati rimase cos sconvolto da capire
quanta necessit ci fosse nel nostro Ordine di persone colte
che sapessero predicare con sicurezza e preparazione, pronti a
qualsiasi disputa teologale. Per questo lasci gli agostiniani per
diventare francescano. Il loro martirio serv a fargli capire come
avessimo bisogno di personalit come la sua, capaci di insegnare
anche presso le universit. A noi frati il semplice lavoro manuale
non bastava pi e neppure la predicazione improvvisata.
Antonio  nel secondo status, fra saggi e letterati. L rimane
confinato. Ormai quell'epoca  conclusa. - ribatt Bertrand
sempre pi infastidito da tanta insistenza - Francesco gli aveva
concesso di insegnare. Questo  vero. A condizione per che non
fosse un esercizio fine a se stesso, un modo per dimostrare la sua
sapienza e la sua superiorit sugli altri, bens per riportare ai suoi
studenti solo quello che riusciva a mettere in pratica.
Anche il tono di Bertrand era cresciuto: Torniamo al tema
che stavamo affrontando. Aristide, i tuoi compagni hanno giustamente
notato che l'episodio dell'ordala di Francesco non  riportato
nella Legenda minor. Proprio perch non  mai avvenuto.
La biografia di Bonaventura serve solamente a dimostrare come
l'obbedienza al Papa venga prima dell'umilt anche se ti ho dimostrato
che Francesco con il messaggio di pace della non bollata
per la prima volta in vita sua non obbedisce al pontefice. Bonaventura
ha fallito nel tentativo di congiungere noi spirituali a voi
conventuali. Quell'episodio lo dimostra: ha tentato di piegare la
vera storia di Francesco alle vostre ragioni, alle ragioni dei conventuali.
Solo su un aspetto siamo d'accordo con Bonaventura:
quando sosteneva che la nostra era un'epoca di transizione. Ma si
 conclusa e ci troviamo finalmente nell'epoca dello Spirito Santo!.
Bertrand batt il pugno sul tavolo e si mise a ridere rumorosamente.
Anche i suoi confratelli, ormai ubriachi, lo sostenevano
urlando: Evviva Gioacchino da Fiore! Evviva Pietro Olivi!.
Calmatevi fratelli, calmatevi! li supplic Aristide che aveva
perso ormai il controllo della situazione.
Giovanni non  il papa ma l'anticristo! - ripet Bertrand per
aizzare i suoi - Gioacchino predisse che l'anticristo sarebbe piombato
su di noi. Ha distrutto la tomba del nostro maestro Pietro
Olivi, ha condannato al rogo i nostri fratelli che non si volevano
assoggettare alle nuove regole. Siamo gi nella terza epoca, non
c' bisogno di studiare nulla: tantomeno questo!
Improvvisamente Bertrand scatt dalla sedia tolse il libro dal
leggo. In preda all'euforia, lo lanci a uno dei suoi compagni che
l'afferr al volo per poi tirarlo a un altro.
Cristoforo con un balzo lo intercett e diede uno spintone
a uno degli spirituali che voleva impadronirsene facendolo
finire contro il muro. Un attimo prima che un altro spirituale
gli assestasse un pugno in pieno volto, allung a Ubaldo il prezioso
volume perch lo portasse al sicuro. Ma purtroppo se lo
fece strappare dalle mani dall'unico francese rimasto libero a
spintonare e a prendere a male parole i penitenti, increduli per
tanta aggressivit e per questo incapaci di reagire. Corrado si
era accorto che Bertrand era in prossimit del camino, pronto
a ricevere il passaggio decisivo per poi gettare il libro nel fuoco.
Senza pensarci due volte si avvent su Bertrand un istante
prima dell'irreparabile. Caddero per terra mentre la Legenda
finiva in un angolo. I compagni di Bertrand per difendere il
loro capo si scagliarono su Corrado ma prima che potessero
fargli del male finalmente anche i frati dell'ospizio reagirono
alla loro prepotenza. Riuscirono per qualche attimo a trattenerli
strattonandoli. Ma dopo i primi insulti e gli spintoni, la
situazione degener in una violenta rissa: urla, pugni, calci, sedie
e panche rovesciate, lanci di piatti e bicchieri che finirono
contro i muri frantumandosi in mille pezzi. Bertrand riusc a
divincolarsi dalla presa di Corrado e non appena rialzatosi gli
assest sotto il mento un terribile montante che lo fece finire
sotto il tavolo. Nel frattempo Aristide, schiacciandosi lungo le
pareti, era riuscito ad avvicinarsi al libro ma mentre si piegava
per raccoglierlo, Bertrand se ne accorse e gli tir nello stomaco
un calcio cos forte che lui cadde sbattendo la tempia sul bordo
spigoloso del camino. Corrado alla vista del padre Custode tramortito
non riusc a controllare la rabbia. La sua mente venne
attraversata dal ricordo di suo fratello Pietrino disteso in un
lago di sangue dopo la travolgente carica dei cinghiali. Si avvent
come una belva su Bertrand: sfiancato com'era dai lunghi
digiuni, tirava pugni lenti e imprecisi che quello schiv senza
difficolt reagendo con uno spintone cos violento da farlo volare
contro la porta. Vedendo che Corrado si era rialzato e non
intendeva arrendersi, il francese afferr l'attizzatoio e lo brand
contro di lui. Corrado riusc a evitare il primo colpo e l'uncino
si incastr nel legno della porta ma dovette rotolare su se stesso
per schivare il secondo che impatt sul pavimento con tale
violenza da sprizzare scintille. Corrado afferr il lungo bastone
appeso alla porta e con questo par un altro colpo di Bertrand
e poi un altro ancora lo schiv indietreggiando verso la parete
ed era ancora pi violento dei precedenti tanto che perfor lo
spesso strato di calce che ricopriva il muro. Finalmente pass
all'attacco rifilando a Bertrand un calcio negli stinchi. Quello
perse l'equilibrio e stramazz a terra. In un attimo gli fu addosso:
cerc di strappargli l'attizzatoio dalle mani ma l'avversario
era troppo forte, l'aveva ribaltato e ora premeva quel ferro sulla
sua gola nel tentativo di strozzarlo. Sul punto di soccombere
pens a Eufrosina: Se mi faccio uccidere adesso anche il suo
sacrificio risulter vano. Con uno sforzo immane riusc a sollevare
l'attizzatoio di pochi centimetri, giusto il tempo necessario
per poter respirare. Quando si accorse che Bertrand cominciava
ad allentare la pressione, con un colpo di reni gli assest una
violenta testata in fronte. Quello rotol all'indietro sotto una
sedia dov'era finito il libro che era stato all'origine della rissa.
Lo stava per prendere quando sopraggiunse Cristoforo che lo
afferr prima di lui e scapp via per metterlo al sicuro. Con la
forza della disperazione Corrado cominci a colpire sul volto
Bertrand fino a quando quello si dimostr incapace di reagire.
Poi si lanci in aiuto dei suoi che la stavano spuntando sugli
spirituali gi storditi dall'alcol.
Aristide si riprese e constatato quello scempio, ordin: Fermi!
In nome di Dio!. Ormai lo scontro era finito: gli spirituali
erano stati battuti. Aristide aveva concluso: Avete approfittato
della nostra ospitalit. Non siete degni di stare in questo luogo di
pace e di sofferenza. Compagni, portateli via!.
Cristoforo corse ad aprire il portone mentre gli altri fratelli
trascinavano per il saio gli avversari pesti e ubriachi. Corrado e
Matteo sollevarono per le braccia e per le gambe Bertrand ancora
semisvenuto.
Ubaldo e Mario intanto avevano recuperato i mantelli e li
gettarono addosso a quei presunti spirituali. Cristoforo chiuse a
doppia mandata il portoncino rinforzandolo con una trave agganciata
agli stipiti.
In un silenzio pieno di imbarazzo i penitenti sistemarono alla
meno peggio il refettorio. Da terra raccolsero i cocci delle stoviglie
che speravano di rincollare. Rimisero in sesto panche, tavolo
e sedie e spazzarono via i resti di cibo.
Comunque io l'avevo capito subito che c'era qualcosa che
non andava in loro osserv Cristoforo mentre cercava di raddrizzare
la gamba a sghimbescio di una sedia.
Da che cosa te ne eri reso conto? gli domand Matteo.
Quando bevevano il nostro vino avevano un'espressione
schifata. Penso fossero abituati a ben altra qualit! rispose suscitando
negli altri un sorriso complice.
Aristide invece se ne stava mogio seduto sulla sedia con la
testa dolorante. Prese uno straccio e lo inzupp d'acqua fredda,
tenendolo ben compresso sul capo. Vedete fratelli a che eccessi
porta il fanatismo religioso? Alla guerra, mossa solo dal desiderio
di conquistare il potere. Vi sarete accorti anche voi che facevo
fatica a sostenere le ragioni di Bonaventura. Al di l del
convincimento a parole o quel che  peggio tramite la violenza, deve
sempre prevalere il buon senso per convivere pacificamente. Non
solo fra diverse confessioni religiose ma anche tra di noi.
In fondo, stasera abbiamo imparato qualcosa di nuovo sulla
coincidenza degli opposti di Bonaventura not Matteo per
stemperare gli animi.
Che cosa intendi dire? gli chiese sorpreso Aristide.
Una piccola e inutile violenza come quella di stasera corrisponde
alla pace che Francesco desiderava fra cristiani e saraceni!
Si erano messi a ridere, abbracciandosi fraternamente come se
quella serata avesse corroborato la solidariet e il coraggio con cui
quotidianamente affrontavano il duro lavoro.
Adesso andiamo a dormire. Domani, con calma, rifletteremo
sui nostri errori e faremo penitenza li invit il padre Custode.
....
.
...
CAPITOLO 20.
...
.
...
La notte, disteso sul pagliericcio, Corrado avrebbe voluto pregare
il Signore e chiedergli perdono per come quella sera si era
comportato con Bertrand. Eppure non ci riusciva. Troppa l'adrenalina
che ancora scorreva nelle sue vene. Gli bruciavano le nocche
scorticate, si sentiva tutto dolorante. Ma era stanco e il sonno
prese rapidamente il sopravvento su di lui. Quando credeva di
essersi finalmente addormentato, sent nel gorgoglio dell'acqua la
voce di Eufrosina che lo esortava: Presto! Svegliati! Scendi dabbasso!.
Spalanc gli occhi nell'oscurit. Non sentiva alcun rumore ma
diede lo stesso ascolto alla voce. Si alz e sgattaiol gi per le scale
per non svegliare gli altri. In refettorio avvertiva un acre odore di
bruciato per il camino era spento. Apr con circospezione la porta
che dava sul corridoio d'ingresso: era invaso dal fumo. Proveniva
dagli interstizi del portone. Si precipit a prendere le chiavi per
aprirlo e gi sentiva il crepito del fuoco dall'altra parte. Riviveva
ancora l'incubo dell'incendio: lo stava assalendo la stessa tensione
di allora, ma questa volta riusc a controllarsi e a ragionare. Sper
che la trave di protezione reggesse il tempo di chiedere aiuto;
risal di corsa le scale e buss come un forsennato alle porte dei
confratelli urlando: Al fuoco! Al fuoco! Presto venite!.
Corse di nuovo gi e vide che il colore delle fiamme gi bordava
il portone; prima che i cardini cedessero decise di spalancarlo;
gir le chiavi nelle serrature roventi; tolse la trave e venne investito
da un calore paragonabile a quello del giorno terribile quando
si era addentrato nel bosco. Quel fuoco cercava di lambirlo come
avesse mani e braccia per trascinarlo nel suo inferno. Indietreggi
terrorizzato cercando di coprirsi il volto da quel calore insopportabile.
Finalmente i suoi compagni erano sopraggiunti per aiutarlo,
gettarono sulle fiamme le prime secchiate d'acqua.
Svelti, formiamo una catena da qui al pozzo, riempiremo i
secchi pi velocemente! comand Aristide.
Vado a svegliare i pellegrini, ci aiuteranno! disse Matteo
mentre correva da loro.
Cristoforo lo segu: Io prendo la sabbia!.
La catena umana si rivel efficace. Le fiamme prima indietreggiarono
poi ripresero vigore ma non ci volle molto per domarle
definitivamente.
Sono stati loro, gli spirituali a provocare questo disastro disse
Mario tossendo.
Forse hanno accatastato le fascine davanti all'ingresso,
quelle che tenevamo sotto la tettoia fuori dall'ospizio ipotizz
Ubaldo.
Li fermer! esclam Corrado gettando a terra per la rabbia
il suo secchio. Si diresse di corsa verso il castello per chiedere
aiuto a Pietrino, avrebbero preso due cavalli per rincorrere pi
velocemente gli spirituali.
Fermatelo! ordin Aristide agli altri compagni che subito si
lanciarono al suo inseguimento.
Ubaldo lo blocc per primo afferrandolo per il cappuccio:
Aspetta Corrado, dove intendi andare? Ascolta quello che ha da
dirti Aristide.
Vennero raggiunti dagli altri compagni, ormai stava spuntando
l'alba. I merli annunciavano per primi l'arrivo del nuovo
giorno con quel loro canto modulato come un orecchiabile
spartito.
Corrado, rientra in ospizio! gli impose Aristide molto adirato.
Padre dobbiamo fermarli: quello che hanno fatto a noi potrebbero
ripeterlo ad altri e le conseguenze potrebbero essere ben
peggiori! replic lui accecato dalla collera.
Non spetta a noi punire il comportamento di quegli uomini.
Ricordati che non sei pi un cavaliere. Se non siamo noi per
primi capaci di perdonare che esempio possiamo dare agli altri?
Vendetta, odio, violenza? No, non  cos che un frate penitente
si comporta.
Ma io...
Nessun ma, torna dentro!
Corrado allora si inginocchi davanti a lui e scoppi in un
pianto a dirotto. Perdonatemi padre: ho sbagliato. Quando ho
visto quel fuoco ho rivissuto il mio passato. Mi sono sentito cos
impotente, il demonio si  accorto della mia debolezza e si  impossessato
di me.
Adesso rialzati, ti perdono. Se te ne sei reso conto vuol dire
che sei in grado di vincere gli agguati del maligno. Fratelli: ascoltatemi
con attenzione. Per noi francescani l'umilt viene prima
della verit: non siamo domenicani. Dobbiamo pregare per tutti
i nostri fratelli che sbagliano, ricordarci sempre che gli spirituali
purtroppo sono perseguitati dalla scomunica.
Sbagliano perch sono in preda a un peccato mortale: l'orgoglio,
quello che stava portando la mia anima all'inferno sostenne
convinto Corrado asciugandosi con la manica il volto impastato
dal fumo e dalle lacrime.
Credo che noi conventuali - disse Mario che per la prima
volta da quando era frate si definiva cos - dobbiamo vivere nello
spirito di Francesco, ma senza cercare di emularlo. Poco prima
di lasciare questo mondo, volle togliersi il saio, come ultimo atto
di umilt: nudo si era distaccato dal padre terreno, nudo voleva
raggiungere quello celeste. Il frate guardiano per gli disse: Ti
presto tunica, mutande e berretto, non devi darli ad altri in nome
della santa obbedienza, perch non sono di tua propriet. Francesco
ne fu felice e accett. Questo ci insegna come l'obbedienza
sia la regola pi importante da seguire.
I compagni annuirono convinti: Francesco riusciva sempre a
ispirarli. Sudati, ricoperti di polvere e di ecchimosi, si sentivano
arricchiti per quello che avevano imparato quella notte sulla propria
pelle. Si abbracciarono fraternamente.
Mentre ritornavano all'ospizio, Aristide mise una mano sulla
spalla di Corrado: Il tuo tempo qui  terminato. Il lavoro, la
preghiera non bastano pi alla tua preparazione spirituale.  ora
che tu riprenda in mano i libri. Con la grazia del Signore devi
ricominciare a studiare gli antichi filosofi e le Sacre Scritture. Solo
in questo modo sarai abbastanza forte da affrontare tutti gli ostacoli
che patirai durante l'anacoresi. Al Sacro convento di Assisi c'
una vastissima biblioteca. Quella sar la tua prima destinazione.
Conosco il Custode, Filippo Bacutii, siamo amici, ti preparer
una lettera di presentazione.
Grazie padre per il vostro perdono e per questa notizia meravigliosa...
in questo momento ne avevo proprio bisogno. Affronto con
entusiasmo e umilt questo mio nuovo percorso. Non sono del tutto
certo di farcela... ma quando mai lo sar? Mi avete insegnato tanto
e ve ne sar sempre grato. Voi siete stato il mio primo maestro ed
Eufrosina ha vigilato su di me come mio angelo custode... Si interruppe
commosso dal ricordo della moglie che gli aveva salvato la vita.
Aristide cap il motivo del turbamento di Corrado e gli domand:
Vuoi chiedermi qualcosa?.
Posso portare un ultimo saluto a Eufrosina?
Terminati i tuoi uffici potrai andare a salutare suor Giovanna
lo corresse Aristide con affetto paterno che, dopo una breve
pausa, aggiunse: Penso che il vostro legame in spirito sia simile
al mio verso Chiara di Montefalco.
Corrado lo fiss meravigliato: il padre Custode non si era mai
lasciato andare a simili rivelazioni.
Davvero? Non mi avete mai parlato di questo.
Nei momenti di sconforto ho pensato spesso a come si sarebbe
comportata lei al mio posto. Quando sarai lontano fai lo stesso
con Eufrosina. Questo ti aiuter quando avrai l'impressione che il
Signore non ti stia ascoltando.
Corrado gli fu riconoscente. Ammirava la sua riservatezza e
non doveva essere stato facile per lui lasciarsi andare a quella confidenza.
Lo guard con gratitudine e gli disse: Padre, far tesoro
del vostro consiglio.
Uscito dal romitorio qualche ora dopo, Corrado si mise a correre
lungo il ciglio della strada e fece cos tutto d'un fiato i quattro
chilometri che lo dividevano da Piacenza. Sentiva l'aria fresca che
scendeva nei polmoni dandogli nuova energia poi espirava a lungo,
buttando fuori tutto il male di quella notte.
I contadini sul percorso guardavano incuriositi quell'agile terziario
dalla lunga falcata che li aveva superati, sembrava un airone
cenerino che prendeva la rincorsa per librarsi nell'aria.
Ecco le mura della citt. Per uno strano effetto visivo, gli sembrava
che fossero loro ad avvicinarsi a lui e non il contrario. Poco
prima di arrivare nei pressi di porta Milanese aveva cambiato passo
camminando veloce per riguadagnare gradualmente il respiro
regolare. Non vedeva l'ora di vedere Eufrosina per raccontarle la
novit. Quando l'andatura si fece normale, lo prese una grande
tristezza, un senso di vuoto, come se la sua anima d'improvviso
fosse sprofondata in un pozzo buio. Con la manica del saio si
asciug il sudore dalla fronte. Si rese conto che si sarebbe separato
da lei per tutto il resto della loro vita terrena. Com'era possibile
lasciarla cos, senza avere mai pi sue notizie?
Nei pressi del monastero di Eufrosina si era fermato al grande
lavatoio per darsi una rinfrescata. Sotto il pergolato l'acqua sgorgava
in una grande vasca di pietra dove tre donne stavano lavando
la biancheria.
Cantavano allegre, con i capelli raccolti in un turbante bianco
e le maniche delle camicie arrotolate. Strofinavano contro la pietra
obliqua i panni che avevano cosparso di sapone poi li battevano
con forza, facendo schizzare nell'aria minuscole gocce d'acqua.
I raggi del sole filtrando dalle tegole scomposte frazionavano
la luce in piccoli arcobaleni privati. Prima di riporre i panni nelle
ceste per tornare a casa li strizzavano con cura, affinch asciugassero
pi velocemente una volta stesi.
Notando che non osava farsi avanti, la donna pi vicina a
Corrado gli allung un pezzo di sapone. Prendete questo, fratello,
non abbiate timore.
La ringrazio molto signora. Lei stupita dal modo signorile
di quel terziario, lo guard meglio: le sembrava di averlo gi visto
da qualche parte ma non ricordava dove. D'altronde, cos male
in arnese - pens la donna - non  mica facile distinguerlo da un
mendicante qualsiasi.
Corrado era chinato per sciacquarsi il viso e il collo quando
gli parve di sentire come una mano leggera appoggiarsi sulla sua
spalla. Si tolse la schiuma dagli occhi e not che una colomba
si era posata su di lui. Lo osservava senza alcun timore prima
con un occhio e poi con l'altro girando a intermittenza la testa.
Aveva orbite arancioni striate di nero, becco rosato e minuscoli
buchi nelle narici circondate da una escrescenza azzurrina.
Buon giorno piccola amica l'aveva salutata Corrado sorridendo.
Le avvicin il dito indice per invitarla a salire su quel trespolo
improvvisato. La colomba senza incertezze ci salt sopra
e si mise a tubare come se gli volesse comunicare qualcosa. Le
donne del lavatoio che stavano assistendo alla scena si zittirono
e dandosi di gomito allungarono il mento per indicare l'una
all'altra la scena che si presentava ai loro occhi increduli. Quella
che gli aveva passato il sapone, ora che lui aveva il viso pulito lo
aveva finalmente riconosciuto e sussurr all'orecchio dell'amica
che aveva in fianco: Si tratta del conte Corrado Confalonieri,
anzi adesso  fra Corrado. E questa: Ah, adesso lo riconosco
anch'io,  sempre un uomo bellissimo. L'ultima si era avvicinata
e le aveva sentite: S, adesso  anche pi interessante e molto
pio: guardate la colomba come si fida di lui. Me ne hanno parlato
molto bene. Ho saputo che si sta comportando con grande
devozione fra poveri e malati.
L'apparizione di quella colomba aveva illuminato Corrado.
Accarezzandola sotto il becco le parl: Non ho pi dubbi, ora
 tutto chiaro. Aristide ha ragione, sono pronto a partire perch
proprio nei momenti di sconforto sono stato in grado di sconfiggere
il demonio; ancora poco fa mi aveva portato a sentire quel
grande senso di vuoto. E ora con te, segno dello Spirito Santo,
Dio mi vuole aiutare a capire che con la forza della fede, nulla 
impossibile.
La colomba lo aveva ascoltato immobile, porgendo la testa di
lato, poi aveva spiegato le ali striate di marrone ed era volata via,
scomparendo infine dietro il campanile ottagonale della chiesa
di sant'Antonino. Le donne, rimaste senza parole, baciarono con
devozione il saio di Corrado. Era d'uso che quel gesto rivolto a un
questuante portasse cinque anni d'indulgenza. In quel momento
per assumeva un significato pi profondo: il loro privilegio era
di avere assistito a quel mistico incontro.
Buona giornata, mie signore. Salut con un inchino le lavandaie
sempre pi incredule. Poi corse verso il monastero di Eufrosina.
Buss con accanimento al portone e gli parve che fosse trascorsa
un'eternit prima che la suora guardiana venisse ad aprire.
Lo aveva accompagnato in parlatorio, poi era andata a chiedere
alla superiora l'autorizzazione all'incontro con Eufrosina. Corrado
era molto impaziente. Si era seduto s'una scomoda sedia e
non riusciva a controllare il movimento della gamba sinistra che
andava su e gi. Quando se ne accorse la ferm premendo con
la mano sulla coscia. Credeva fosse meglio non raccontarle della
rissa per evitarle un'altra preoccupazione oltre a quella del trasferimento.
Forse non si sarebbe neanche accorta delle escoriazioni
sul viso e sul collo, coperte in parte dalla barba.
Questa volta erano costretti a parlarsi dalla grata, occlusa da
un pesante drappo nero. Ormai Eufrosina aveva preso i voti e la
regola stabiliva cos.
Eccomi Corrado, sono qui. Era la sua voce, appena un sussurro,
la stessa che ascoltava ogni notte fra le pieghe dell'acqua.
Sembrava che fosse uscita dal nulla tanto le sue movenze erano
diventate lievi.
Sei sola? le domand diretto, sperando che dopo la lunga
lontananza gli fosse loro concesso un attimo d'intimit.
Con me c' solo suor Margherita, ma  sorda e quasi non
ci vede pi. - lo rassicur - La superiora mi ha detto che non
era necessaria la presenza di altre sorelle. Matilde ha immaginato
il motivo della tua visita... come me del resto. Sapevo che oggi
saresti passato di qua.
Corrado apparve commosso. Ancora una volta la tua lungimiranza
mi sorprende.
Io ti sento dentro di me. Questa notte mi sono svegliata di
soprassalto, tremavo e sentivo freddo. Ho temuto che ti fosse capitato
qualcosa di brutto. Poi quella sensazione  svanita, lasciando
il posto alla certezza che era oggi il giorno della tua partenza.
Come stai, amore mio? le domand con trasporto. Aveva
notato questa fragilit nella sua voce e sperava di annullare il tempo
trascorso facendole sentire che nulla era cambiato dall'ultimo
incontro.
Confortata dal suo entusiasmo, gli rispose con lo stesso slancio.
Sto bene di salute ma saperti qui mi spezza il cuore.
Anche a me succede la stessa cosa per non dobbiamo rattristarci.
Il tono della sua voce era pi sicuro, anche se amorevole.
Lo so, ma neppure possiamo nascondere il sentimento che
proviamo gli aveva risposto Eufrosina cercando di essere indulgente
pi con se stessa che con lui. Lo percepiva ancora pi uomo
rispetto all'ultimo incontro. Anche se non poteva abbracciarlo e
neppure vederlo in viso, con la sua sola presenza le trasmetteva
un'energia che la stringeva ancora di pi a lui.
Lo sai, vero, che non mi staccher mai da te e ti penser
sempre? Senza il tuo sacrificio non sarei diventato quello di adesso
le rivel Corrado appoggiando il viso alle fredde inferriate
della grata. Sperava cos di sentire almeno il suo respiro.
Lo capisco dalla tua voce. Sento che mi parli con il cuore e
mi stai stringendo a te. Anche io lo far.
Gli sembrava di vederla, le labbra serrate e gli occhi bassi,
come quando era emozionata e cercava di mantenere il controllo.
Eufrosina ci rivedremo nell'Aldil. Allora se saremo riusciti a
procedere paralleli in questa vita, saremo uniti in un abbraccio
eterno le disse con il composto entusiasmo che solo le persone
dalle forti certezze sanno trasmettere. La sua fede era solida proprio
perch lei per prima aveva creduto in lui.
Non so se ne sar capace... In realt non era incerta di questo,
ma voleva che lui fosse ancora pi sicuro se gli affidava la sua
vita con totale fiducia.
Certo che ci riuscirai. Quando farai fatica ci sar sempre io
a prenderti per mano e a trascinarti con me. Questo lei voleva
sentirsi dire. Fino a quel momento lo aveva guidato, adesso finalmente
era lui pronto a sostenerla.
Come sei risoluto! esclam ammirata rilassandosi per la prima
volta dopo tutti quegli anni di apprensione.
Sei tu che hai reso possibile tanta mia consapevolezza. Ti
prego, tira su questo drappo, voglio vederti in viso per l'ultima
volta mentre ci parliamo.
Non posso. Preferisco che tu non mi veda. Corrado conosceva
quel modo, saldo all'apparenza, che lui sapeva facilmente
smontare.
Perch non vuoi? le chiese con un tono intimo nella voce,
quasi una carezza.
Vedendoti non so se riuscirei a non piangere... - gli rispose
quasi in un soffio, prima che un nodo le stringesse la gola - ...
e non sarebbe giusto n per te n per me. Stava perdendo l'equilibrio
che aveva tanto faticosamente conquistato. Non voleva
cedere a quello sfogo che non era certo di felicit e per questo se
ne vergognava. Tuttavia la necessit di condividere con lui quella
paura risultava superiore al senso di smarrimento. Era riuscita ad
ammettere la verit pi profonda e aveva riacquistato cos fiducia
in se stessa. Arrotol la tenda e gli apparve in un fulgore reso
vanescente dalle fitte maglie della grata. Eufrosina non aveva contorni
precisi ma rarefatti, come se stesse diventando spirito. La
benda bianca faceva risaltare il bel volto che il tempo continuava
a levigare donandogli maggiore intensit, come avrebbe fatto un
pittore mai soddisfatto della propria opera. Il velo nero che le
ricadeva fino sulle spalle, faceva da sfondo ideale a quel ritratto
in cui pareva mancasse volutamente l'ultima mano di colore che
l'avrebbe reso totalmente somigliante al soggetto terreno.
Sei cos bella - le sussurr guardandola rapito - i tuoi occhi
sono di cobalto, come il cielo prima della notte.
Non dire cos... non  vero... si scherm arrossendo in
modo impercettibile. Sentire che lui ancora l'ammirava le permetteva
di non lasciarsi andare alla disperazione per la partenza.
Lo sei sempre di pi, anche se non lo credevo possibile insistette
per renderla pi sicura.
Anche tu lo sei gli rispose rincorata da quel complimento.
E poi quasi a sottrarsi da quell'intimit che si faceva insostenibile:
Quando pensi di partire?.
Domani mi incamminer per Assisi. Vorrei studiare con calma
i libri di filosofia e le Sacre Scritture. Quando li abbiamo letti,
qualche anno fa, non ero ancora pronto a comprenderli fino in
fondo. Prima di intraprendere il viaggio lo studio  importante;
ti fa capire quando ti stai allontanando dalla contemplazione per
colpa delle tentazioni. Sar pi preparato a portare la parola del
Signore, anche se so di essere pi portato a parlare con Dio che di
Dio. Mi recher poi a Roma, visiter le reliquie dei santi e proseguir
fino a quando il Signore mi ordiner di fermarmi.
Penso sia giusto cos. All'ospizio non avevi tempo di studiare,
eri troppo impegnato con il lavoro. Ma sono preoccupata
per la tua incolumit. Quella strada  molto lunga e pericolosa,
promettimi che sarai prudente.
Amore, te lo prometto. Non cercher il martirio e se mai
accadr, ne sar lieto solo perch prover le stesse sofferenze di
nostro Signore. In realt sar in pena io per te: non ti potr pi
proteggere come vorrei.
Non puoi pi aspettare, sei pronto adesso. Nessuno mi far
del male disse Eufrosina convinta.
Per un ultimo contatto con lei Corrado appoggi i polpastrelli
ai fori della maglia di ferro. Lei avvicin le mani facendo coincidere
le dita alle sue una per una partendo dal mignolo destro,
come se stesse contando fino a dieci. Poi le stacc iniziando sempre
dal primo da cui era partita per arrivare allo zero sollevando
per ultimo quello pi vicino al suo cuore.
Gli sorrise e lui trov l tutto quello che aveva bisogno per
trovare il coraggio di andarsene.
Quel loro ultimo incontro era terminato. Si alzarono all'unisono,
senza parole. D'ora in poi avrebbero continuato a essere
uniti solo nello spirito e nella preghiera.
....
.
...
CAPITOLO 21.
...
.
...
Dopo le laudi del mattino seguente, Corrado, pronto a partire,
si trov davanti all'ospizio una sorpresa: insieme a Pietrino e a
Meo, era venuto a salutarlo anche suo padre.
Fino a quel giorno Tommaso aveva cercato di farlo desistere
evidenziando la propria silenziosa disapprovazione. Era rimasto
scettico anche quando gli avevano riferito di quanto devoto fosse
suo figlio, come se si trattasse solo di un capriccio di cui prima o
poi Corrado si sarebbe stancato. Pi passavano gli anni, pi lui si
convinceva di questo. Sperava che ormai quella follia fosse giunta
al termine e solo allora, come un fiume rompe gli argini quando
non regge pi la portata dell'acqua, la sua anima, alimentata per
anni da quella speranza, sarebbe straripata dalla felicit di ritrovare
suo figlio. Adesso vedendolo vestito con l'abito grigio la bisaccia
a tracolla, quella fonte di speranza si era improvvisamente
inaridita: ora era certo che non lo avrebbe rivisto mai pi.
La sua innata prudenza gli aveva permesso di stare al mondo da
molti anni, forse troppi, mentre fratelli, parenti e amici se n'erano
gi andati. Perch mai non era riuscito a trasmettergli almeno un po'
della propria saggezza? A causa della mancanza di una madre? Forse
lui non gli aveva impartito una buona educazione? Eppure non gli
aveva mai fatto mancare nulla, tanto che l'altro suo figlio, Jacopo,
spesso si era dimostrato in competizione con Corrado. Non riusciva
a darsi una spiegazione razionale, non accettava la sua scelta.
Aveva anche pensato di parlare con Aristide per cercare degli
alleati che lo convincessero a recedere da quella pazzia di lasciare
tutto per dedicarsi alla vita eremitica ma s'era convinto che sarebbe
stato inutile. L'unica in grado di convincerlo poteva essere
Eufrosina, ma lei era dalla parte di Corrado. Non gli rimaneva
altro da fare che affrontarlo da solo nella battaglia definitiva. Negli
anni che erano trascorsi dal loro ultimo incontro, Corrado si
era chiesto come poter aiutare il padre ad accettare la sua scelta, a
lenire anche il suo di dolore. Nonostante fossero cos diversi, gli
voleva bene e lo rispettava profondamente per avergli dato la vita.
Come mai si ostinava a non capire che adesso era felice? Non bastava
questo per farsi amare da lui? Doveva arrivare a rinnegarlo,
come Francesco d'Assisi con suo padre Pietro?
In realt il problema non era cos semplice. Sapeva che per
Tommaso lo status costituiva un ostacolo veramente insormontabile.
Suo padre lo considerava ancora un folle privilegiato che
stava disonorando la famiglia. Per lui sarebbe rimasto per sempre
il cavaliere che doveva difendere con le armi la Chiesa come privilegio
di nascita e amministrare la giustizia come diritto naturale
derivante dal loro ceto.
Quella mattina, davanti all'ospizio, Tommaso, vinto l'imbarazzo
iniziale, non riusciva a fingere di condividere l'entusiasmo
di quei frati per la scelta di suo figlio e si sent vacillare, gli stavano
cedendo le ginocchia. Pietrino se ne accorse e lo prese sottobraccio
mentre Meo lo sorreggeva dall'altra parte.
Dopo aver preso fiato, con tono rotto dall'emozione, Tommaso
si rivolse al padre Custode: (Aristide, in nome di Dio, gli
dica di non partire.
Le facce di tutti da sorprese diventarono serie e si volsero
verso Aristide. Corrado stava in silenzio: il suo viso appariva
sereno e il sorriso rassicurante. Non era distaccato ma solo consapevole
della propria scelta. I suoi occhi neri brillavano ancora
di pi del solito.
Il Custode rispose: Signor conte, la prego, non renda tutto
ancora pi difficile. Voi pensate che anche per me sia facile farlo
andare via? Prenda come esempio Eufrosina: lei ha capito che se
gli vogliamo veramente bene dobbiamo lasciarlo libero di seguire
la sua vocazione. Il suo enorme sacrificio deve darci coraggio per
affrontare il distacco.
Tommaso allontan da lui Pietrino e Meo, come se avesse
recuperato improvvisamente le forze: Perdo per sempre mio
figlio! Voi non potete capire quello che provo in questo momento.
All'ospizio arriver un suo sostituto ma a me nessuno
ne dar un altro!.
Questo non  giusto signor conte. I frati per me sono tutti
come miei figli. Sento allo stesso modo la responsabilit per la
loro crescita spirituale. Io non ho fatto altro che assecondare la
chiamata della divina provvidenza, rendendo Corrado pi forte
e quindi pi preparato ad affrontare le inevitabili difficolt a cui
andr incontro si giustific Aristide.
Come osate contraddirmi? disse Tommaso furibondo. Il
volto di solito pallido si era acceso risaltando ancora di pi sul
candore della barba e dei capelli. Sto perdendo mio figlio e venite
a farmi una lezioncina di vita!
Corrado gli era andato incontro per sostenerlo ma lui aveva
rifiutato il suo aiuto: Padre, calmatevi, vi scongiuro. Non perdete
un figlio, ma ne acquistate degli altri. I miei fratelli dell'ospizio,
Meo, Enza, Pietrino, ma soprattutto mia moglie. Vi prego: non
perdete il contatto con lei, portatele conforto e alleviate la sua pena.
Se tutti ci vorremo bene, se vi sentir uniti, allora sar felice e partir
leggero, altrimenti porter con me solo un fardello di pietre.
Mi chiedete tanto, troppo. - replic Tommaso altero ma
non pi altezzoso - Alla mia et come posso cambiare? Sono e
rimarr sempre un cavaliere. Avrei preferito che partiste per la
crociata almeno potevo sperare di rivedervi e se foste morto in
combattimento, vi avrei ricordato con onore!
Corrado spalanc le braccia, come per stringere lui, i suoi
confratelli, Pietrino, Meo e tutto il creato: Nessun uomo pu rimanere
indifferente di fronte a un cielo stellato: questo padre sar
d'ora in poi il tetto che condivideremo. Espandete il vostro cuore.
Il bene sincero non ha confini, non pu limitarsi solo all'amore
verso i propri figli ma si pu rivolgere a tutto il creato. Scoprirete
cos che c' Dio in tutte le sue manifestazioni. Partite da queste e
arriverete a Lui.
Quell'enfatico entusiasmo era apparso a Tommaso come una
rivelazione improvvisa. Quanto gli appariva diverso e in buona
fede quel suo figlio rispetto al giovane che tante volte aveva
manifestato la sua irritante accidia. Riflettendoci bene, non gli
sembrava di averlo mai visto cos felice. N durante la festa per
la sua nomina a cavaliere e neppure quando gli aveva regalato
Wotan. Forse solo quella volta, durante le nozze, mentre danzava
con Eufrosina. Cercava nella sua mente, senza trovarla, un'altra
situazione in cui Corrado avesse lo stesso sorriso. No, in nessun
momento tranne in questo. Ora Corrado gli trasmetteva rispetto
e persino soggezione, diversa da quella che avrebbe provato di
fronte a un'autorit di grado pi elevato della sua come poteva
capitargli con il Papa o con l'imperatore. Piuttosto una sensazione
simile a quella che aveva avvertito durante la cerimonia di
beatificazione di sua sorella, badessa del monastero di san Siro.
Seguendo il filo di questo pensiero si lasci andare a una confidenza:
Mi viene in mente zia Adelasia. Cominciai a volerle
bene quando ormai era troppo tardi. Quel fulmine che alla sua
morte squarci la torre campanaria, mi era sembrato un monito
per le difficolt che aveva dovuto affrontare per la sussistenza del
suo monastero. Solo in seguito, dopo che ebbe implorato me e
i miei fratelli di aiutarla perch le suore stavano letteralmente
morendo di inedia, riuscimmo a vincere la nostra avarizia e provvedemmo
finalmente alle loro necessit con una generosa rendita.
Quando la rividi in chiesa, nella cassa aperta attorniata dalla
luce delle candele provai, ricordo, la stessa soggezione e lo stesso
rispetto che adesso provo per te. Ma questa volta non  troppo
tardi. Voi siete qui, vivo, anche se in procinto di andare lontano,
forse per sempre. Voglio che conserviate un buon ricordo di
vostro padre. Tommaso spalanc le braccia e accolse Corrado
stringendolo forte come mai in tutta la loro vita. Adesso anche
lui era felice, cominciava a intuire che tutti potevano migliorare
se mossi dall'amore puro. Per Corrado era quello verso Dio, per
lui invece era il bene verso suo figlio. D'ora in poi si sarebbe preso
cura di tutte le persone care a Corrado, suo figlio Pietrino per
primo. Rimaneva investito del suo ruolo nella societas, al quale
non poteva rinunciare: era pur sempre il cavaliere anziano di una
nobile famiglia capitanea. Non pi in difficolt per per la scelta
del figlio, ma orgoglioso di lui e del suo coraggio. La nuova sfida
che aveva davanti era quella di riuscire a far convivere dentro di
s questi stati d'animo all'apparenza inconciliabili.
Tutti gli altri avevano seguito il suo esempio e s'erano abbracciati,
uniti in un'unica fratellanza.
Per Corrado era giunto il momento di lasciare per sempre tutti
i suoi affetti per seguire il Signore. Aristide gli consegn la lettera
di presentazione per il Custode del sacro convento di Assisi.
Part. Non provava rimpianti, ma quando sul ponte della
Trebbia scorse in lontananza una pozza di acqua turchese proprio
dove aveva nuotato insieme a sua moglie sent un sussulto al cuore.
Prosegu il suo cammino senza voltarsi indietro.
I pellegrini che aveva conosciuto all'ospizio gli avevano fornito
una mappatura dei luoghi sicuri dove potersi fermare dopo
tappe di venti o trenta chilometri al giorno.
Camminava di buona lena, grazie agli spessi sandali di cuoio,
programmando il percorso. Da Calendasco avrebbe imboccato la
via Romea verso Segalara, all'imbocco della Val di Taro e seguito
il fiume fino a Fornovo per la prima sosta. Poi sarebbe salito fino
a Berceto e sceso a Pontremoli, in Lunigiana. Da l avrebbe raggiunto
Lucca attraverso strade secondarie, evitando in tal modo il
passaggio costiero sulla via Aurelia spesso teatro di brigantaggio a
causa dei traffici commerciali con Genova.
La via Cassia verso Firenze era ricca di borghi, monasteri e
castelli che costituivano un valido rifugio. Quel periodo estivo
era particolarmente propizio per la marcia, le giornate erano fra le
pi lunghe dell'anno e riusciva a raggiungere il riparo per la notte
quando ancora non era calato il buio.
Camminava sulla striscia di terra che costeggiava la via larga
nella traccia lasciata da milioni di passanti prima di lui. Spesso
veniva superato da signori e mercanti in sella alle loro cavalcature.
Gli cedeva volentieri il passo perch anche loro preferivano stare
sul ciglio della strada: al centro le lastre levigate e disconrresse erano
scivolose e c'era il rischio di finire nelle buche dove il cavallo
poteva perdere un ferro o spezzarsi una zampa.
Non aveva mai lasciato il nord Italia. Ci che lo aveva colpito
mettendosi a contatto con gente sconosciuta non erano tanto
i diversi dialetti - ne aveva sentiti tanti all'ospizio - quanto la
forma e il sapore del pane. Assumeva forme e grandezze diverse
da citt a borgo; a volte era tondo, altre quadrato altre ancora
triangolare. Poteva essere di segale, quello pi a buon mercato; o
di farina bianca, riservato ai ricchi. Alcuni fornai aggiungevano lo
strutto, altri l'olio, altri ancora toglievano il sale. Man mano che
si allontanava, capiva proprio dal succedersi di tanti gusti, quanto
si stesse staccando dal suo mondo.
Dopo diversi giorni di cammino era arrivato in prossimit di Firenze.
Ripens a quando fra Bernardo e fra Egidio, due fra i primi
discepoli di Francesco, vi si erano recati a predicare e per la notte
avevano trovato ospitalit soltanto sotto la tettoia di un forno ancora
caldo. Il fornaio non voleva che rimanessero l perch li aveva presi
per vagabondi ma la moglie, dotata del dono della misericordia, per
rabbonirlo l'aveva convinto che al massimo i due avrebbero portato
via un po' di legna. Il coniuge a malincuore aveva acconsentito,
anche se sulle coperte da prestargli per coprirsi non voleva sentire
ragioni. Lei in realt sapeva che non si trattava di due manigoldi, ne
aveva visti tanti passare davanti alla loro bottega e li riconosceva alla
prima occhiata. La mattina successiva, la donna si era recata in chiesa
dove aveva trovato Bernardo e Egidio assorti nella preghiera e aveva
cos ricevuto conferma di non essersi sbagliata sul loro conto. Quello
per che pi l'aveva sorpresa, non avevano accettato l'elemosina di
un nobile che distribuiva monete ai poveri. La nostra  una scelta
di povert volontaria gli aveva spiegato Bernardo vedendo il benefattore
alquanto sorpreso. Avete mai posseduto qualcosa? gli aveva
chiesto allora il gentiluomo. Disponevamo di molte ricchezze, ma
le abbiamo date tutte alla povera gente.
Di fronte allo stupore generale, la donna s'era fatta avanti per
offrire ancora ospitalit ai due frati, questa volta dentro casa. Ma
Guido, questo era il nome del nobile, gli aveva messo a disposizione
la sua di dimora, con la promessa che se avessero accettato
l'invito, lui si sarebbe dedicato alle opere caritatevoli con ancora
pi zelo. I frati allora avevano ringraziato nuovamente la donna
ma avevano preferito l'ospitalit dell'aristocratico.
Nelle tappe del suo viaggio anche Corrado aveva spesso incontrato
persone caritatevoli disposte a ospitarlo. Pi le case
erano povere, pi veniva accolto con calore. Vivere sulla strada
in assoluta povert gli aveva fatto capire che la sua rinuncia era
simile a quella di Bernardo e di Egidio. Come loro aveva lasciato
tutti i beni, rifiutava il denaro che gli veniva offerto a elemosina,
suscitando nelle persone una grande empatia.
Da lontano Firenze gli appariva incredibilmente maestosa,
attorniata da fertili colline coltivate a vigna e a olivo, ben pi
vasta di quella a suo tempo visitata dai due frati predicatori e
anche di tutte le altre citt che lui stesso aveva attraversato. Le
mura possenti, circondate da orti e frutteti, erano alte oltre undici
metri e le sue merlature si stendevano per una circonferenza di
otto chilometri e mezzo, il doppio di Piacenza. Inglobavano cos
i borghi che erano sorti spontanei fuori dalle prime due fortificazioni,
in seguito all'aumento della popolazione. Corrado era
rimasto colpito dalla quantit di torri su cui sventolava il gonfalone
cittadino: Firenze ne contava addirittura sessantatr e dodici
porte alte almeno trentacinque metri. Le maggiori disponevano
di cassero e di ponte levatoio sul fossato. All'interno della cinta, si
innalzavano almeno centocinquanta casetorri e oltre cento campanili.
Firenze era una delle pi grandi citt del mondo e contava
centomila abitanti, il doppio di Londra e la met di Parigi.
A Corrado venne in mente la sicurezza ostentata da Bertrand.
Ne aveva ben donde: in una simile citt, si poteva mimetizzare
meglio di una beccaccia nel sottobosco.
Passato l'Arno al ponte Rubaconte era entrato dalla porta di
Santa Croce notando che in periferia molte case erano di recente
edificazione. Dopo il grande incendio del 1306, causato dalla lotta
fra guelfi bianchi e neri, ne erano andate distrutte circa millesettecento.
I fiorentini le avevano ricostruite in modo armonico,
a un piano e sviluppate in lunghezza, con due finestre ciascuna
ai lati dell'ingresso, in modo da stipare il maggior numero di famiglie.
Ampie aree verdi si alternavano ai quartieri, dove le case
erano una appiccicata all'altra. Non aveva notato molti balconi
coperti ai piani bassi, forse per lasciare spazio ai carri che trasportavano
merce molto voluminosa.
Mentre camminava sulle strade lastricate di recente, lo assal
il fetore dovuto alla presenza di una gran quantit di immondizia
abbandonata in barba a quella parvenza di ordine urbanistico. Uomini,
donne, giovani, anziani di tutti i ceti sociali camminavano
con passo veloce, presi dai loro affari. Numerosi fanciulli di ogni
estrazione sociale si divertivano a correre fra le carrozze che in molti
tratti erano costrette a fermarsi, non riuscendo a passare entrambe.
Sulle strade strette e tortuose si affacciavano almeno duecento
artigiani. Aveva riconosciuto botteghe di maniscalchi, falegnami,
conciatori, cuoiai, tessitori, fabbri, arrotini, stagnari, sarti, pellicciai,
tessitori, lanaioli, merciai, tintori, calzolai, orefici. Passando
vicino ai negozi, carpiva brandelli di conversazione: gli sembrava
che l'argomento principale fosse sempre e solo il denaro.
La citt stava vivendo un periodo di forte crescita demografica
e culturale. I salari elevati attraevano manodopera dalla campagna.
Erano attivi trenta ospedali, circa diecimila bambini imparavano
a leggere e a scrivere, millecinquecento apprendevano il
calcolo numerico con le cifre arabe e circa quattrocento frequentavano
le scuole capitolari dove si formava la classe dirigente.
Superata faticosamente la folla, si era aperta davanti a lui la
vasta piazza dove sorgeva la basilica di Santa Croce. Si sentiva
stordito da quel chiasso e sper di potersi raccogliere in preghiera
nel silenzio della chiesa. Ma ben presto si rese conto che non era
possibile trovare pace neppure l.
L'imponente facciata in pietraforte, dal colore bruno simile
al saio francescano, era coperta dalle impalcature mentre su entrambi
i lati, dove una serie di timpani triangolari sovrastavano le
bifore, i lavori sembravano conclusi. Sal gli otto gradini e appena
varcato il semplice portone, sollev lo sguardo e si accorse con
stupore che in realt il soffitto era gi terminato. Un complicato
sistema di fitte capriate sovrastava un enorme volume vuoto.
Vide tre navate, divise da due fila di otto possenti colonne a base
ottagonale, dove muri sottilissimi sopra archi a sesto acuto sostenevano
quella al centro. Non aveva mai visto nulla di cos moderno
e imponente. Una decina fra muratori e scalpellini stavano
ancora lavorando ai transetti delle campate e sul pavimento si
accatastavano mucchi di sabbia e di calcinacci. All'altezza della
quinta fila del colonnato, un tramezzo in muratura con un cancello
in ferro battuto separava la parte destinata ai fedeli da quella
riservata ai frati. Sopra questo, spiccava una grande tavola che gli
sembr bizantina per il rigore con cui, al centro, veniva raffigurato
Francesco scalzo e con le stimmate. Intorno a lui venti figurine
raccontavano la sua biografia. La cancellata era aperta per lasciare
libert di movimento agli operai del cantiere e ai garzoni dei
pittori che stavano affrescando due cappelle sulla destra. Quella
maggiore, invece, era sviluppata in puro stile gotico, con strette e
lunghe bifore dalle vetrate colorate. Not il transetto esteso che
tagliava la chiesa all'altezza dell'abside e cap allora che la basilica
aveva la forma di Tau, senza quindi la parte superiore della croce.
Il simbolo caro a Francesco - aveva pensato - rappresenta al
meglio l'umilt dell'Ordine, riservando la testa della croce solo a
Ges.
Nel complesso la basilica gli sembrava spoglia, con nove ampie
finestre per lato a sesto acuto destinate a inondare di luce
l'interno.
Si era inginocchiato per terra nei pressi della colonna a sinistra
pi vicina alla tavola di Francesco e quando fin di pregare
si accorse di un uomo maturo che lo stava fissando incuriosito.
Indossava un grembiule di cuoio, ricoperto di chiazze di colore.
Scusa se ti osservo, frate, ma non ho mai visto nessuno pregare
con tanto amore in mezzo a tale confusione si giustific
l'uomo per togliersi dall'imbarazzo.
Corrado fece caso al suo sguardo vivacissimo, occhi limpidi
e castani costellati da una fitta ragnatela di rughe, tipica di chi 
abituato a cercare il dettaglio. Nonostante l'aspetto trasandato e
la cuffia sudicia non gli dava l'idea di essere un semplice operaio.
Quel tipo gli ispirava fiducia.
Non sono io a essere cos, ma  Dio ad amarci con immensa
passione. - gli rispose Corrado con un sorriso - Sono rimasto
incantato da questa tavola bizantina, e non ho potuto fare altro
che fermarmi qui davanti.
Quel tizio gli sorrise bonariamente. L'autore  Coppo di
Marcovaldo, un grande maestro, ma non arrivava da Bisanzio.
Era fiorentino. L'ha dipinta qui ispirandosi alla Vita prima.
Scusate la mia ignoranza, non l'avevo capito - disse Corrado
umilmente -  per me un grande privilegio vedere rappresentata
la storia di Francesco nelle figure ispirate a quell'opera di Tommaso
da Celano.
Conoscete la Vita prima? - gli domand l'uomo sorpreso
- So che Bonaventura aveva dato ordine di distruggere tutte le
copie.
La mia guida spirituale ne custodiva una.
Osserva come nelle figurette della predica agli uccelli o in
quella al sultano, Francesco ha in mano un libro, probabilmente
il Vangelo, come se parlasse a un pubblico che lo ascolta con
grande attenzione gli spieg indicandogli i due episodi.
Avete ragione. E poi calza i sandali, mentre nella figura al
centro non li porta. Un altro segno che dimostra come non fosse
cos ignorante quando predicava da aver bisogno di gettarsi nel
fuoco per dimostrare che la fede cristiana era superiore a quella
dei saraceni. Nella figura non vedo traccia del fal di cui racconta
Bonaventura nella Maior aveva notato Corrado.
L'uomo lo guard soddisfatto: aveva visto giusto. Quel frate
era dotato di un certo acume.
L'Ordine nel frattempo  cambiato molto da allora. Ti sei gi
recato ad Assisi?
Non ancora. Sar la prossima tappa del mio viaggio prima che
Dio mi porti nel luogo dove condurr la mia esistenza da anacoreta.
Quando ti sentirai pronto, vai a vedere, anzi a leggere, gli
affreschi della basilica superiore di Assisi ispirati alla realt francescana
di oggi. Capirai molte cose. Anche su di te.
Lo far senz'altro. Non mi convince il modo in cui molti
dei miei fratelli, soprattutto i sacerdoti, concepiscono l'Ordine.
Ho fatto voto di obbedienza alla Chiesa, ma sia io sia mia moglie
siamo fedeli al voto di povert assoluta.
Sei sposato? gli chiese l'uomo stupito.
Con un angelo. Se non si fosse sacrificata a entrare nelle clarisse
per lasciarmi libero di seguire la mia fede ora non sarei qui.
Ben poche donne sarebbero disposte a un simile sacrificio
not l'uomo con un lampo di malizia negli occhi.
Mi ricorda santa Chiara per l'amore che mi ha dimostrato.
Quando l'hai vista l'ultima volta? gli domand l'uomo appoggiandosi
alla colonna.
Corrado aveva un disperato bisogno di un amico con cui confidarsi.
Vedendo che l'uomo lo ascoltava con attenzione si lasci andare
a un ricordo che lo tormentava: Un mese fa, da dietro la grata
del parlatorio. L'immagine era sfocata, cos diversa dalla luminosit
con cui la ricordavo. Forse anche io le apparivo cos... Stava con il
viso di tre quarti, leggermente reclinato verso di me, come un agnello
sacrificale che mi offriva docilmente il collo, pronto anche a essere
sgozzato per mantener fede alla fiducia che riponeva in me. Quando
mi ascoltava teneva la bocca socchiusa e stringeva le palpebre. Assorbiva
le mie ultime parole fissando nella mente i tratti del mio viso.
Mi sentivo cos compenetrato da lei da non potermene pi staccare.
Anche Francesco provava lo stesso per Chiara. Sapeva di poter
contare sempre sulla sua devozione. Per questo andava raramente a
trovarla: le parole non avrebbero aggiunto nulla al loro amore verso
Dio precis l'uomo per rassicurarlo. Dal modo di esprimersi di
quel penitente, aveva capito che si trattava di un nobile capitaneo.
Ben diverso dai tanti mercanti e banchieri che aveva conosciuto
nella sua carriera in quegli ultimi anni che si erano arricchiti, soprattutto
con l'usura. Per avere la remissione dei loro peccati, si
facevano costruire cappelle sontuose che poi facevano affrescare dai
pi grandi maestri dell'epoca, senza mai per dimenticare di farsi
inserire nella scena, magari a fianco della Vergine. Non aveva bisogno
di chiedergli nulla del suo passato. Quello che aveva capito
del suo presente era la cosa pi importante: la saldezza nella fede.
Adesso devo proprio tornare al mio lavoro gli disse l'uomo
dispiaciuto di doversi separare da lui.
Corrado lo salut con un sorriso: Pace e bene e grazie per le
vostre parole, mi hanno dato grande conforto.
Si diresse verso la sagrestia a destra del transetto, dove sulla
parete sud dominava ancora incompiuto un grande affresco che
raffigurava la crocefissione. L aveva incontrato il Custode intento
a studiare quell'immagine sacra. Fu accompagnato al refettorio
dove gi c'erano almeno centocinquanta frati a consumare il pasto;
poi nella foresteria dove avrebbe trascorso la notte.
La mattina seguente non usc dalla porta dietro l'orto come il
Padre gli aveva indicato, ma ripass dalla basilica. Voleva salutare
quel tizio con cui aveva trovato un'immediata confidenza. Di
notte non aveva chiuso occhio. Nel cenobio si trovava una delle
prigioni dell'inquisizione e aveva sentito dire che il trattamento
riservato ai reclusi era disumano. Si era alzato seguendo l'impulso
di portare conforto a quei prigionieri, ma la porta che conduceva
alla prigione era chiusa a chiave. Aveva cercato di cogliere dai
lamenti o dal russare se qualcuno vi fosse rinchiuso ma non aveva
sentito il bench minimo rumore. Di sentinelle non ce n'erano e
per questo sper che non ci fossero neppure carcerati.
Pace e bene frate si sent chiamare Corrado non appena
entrato in chiesa. Era l'uomo dal grembiule macchiato di colore
della sera prima. Stava controllando la punta di alcuni nuovi pennelli
che pos per andargli incontro con un sorriso.
Pace e bene a voi. Sono lieto di rivedervi. Come procedono
i lavori?
Al meglio, grazie. Abbiamo terminato la cappella della famiglia
Peruzzi, dove come vedi sono raffigurate le storie di Giovanni
Battista e Giovanni Evangelista.
Mia moglie ha preso il nome di suor Giovanna. Complimenti,
questi affreschi sono veramente magnifici. Siete riusciti
a cogliere nelle fronti corrucciate e nei gesti scomposti la corale
partecipazione dei personaggi.
Grazie del complimento, ma devo correggervi: non sono ultimate
a fresco ma a secco. Abbiamo talmente tante commesse
che non riusciamo a stare dietro a tutte e con questa tecnica impieghiamo
meno tempo.
Mi sono sbagliato un'altra volta si scus Corrado abbassando
il capo.
Niente di grave. Venite, voglio mostrarvi una cosa gli aveva
fatto cenno l'uomo, conducendolo verso l'altra cappella. Scorse
una tenda che copriva l'accesso e gli chiese: Come vi sembra
santa Chiara?
La cappella Bardi era ancora completamente spoglia, ma alla
sinistra della grande vetrata a bifora risaltava sulla parete il volto
di una donna appena abbozzato.
Ma... assomiglia a Eufrosina! esclam Corrado con il cuore
che batteva all'impazzata.
Voglio dipingere Chiara cos, con le sembianze che mi avete
descritto di vostra moglie. Credo che il suo sacrificio sia simile a
quello della santa. Ho trovato giusto renderle omaggio.
Incredibile come siate riuscito a cogliere la sua espressione,
ne sono strabiliato! Ma voi maestro chi siete?
Il mio nome  Giovannotto di Bondone, ma mi chiamano
Giotto. E voi?
Corrado. Solamente Corrado da Piacenza. - gli rispose con
modestia - Il cognome non mi serve pi. Sono capostipite e ultimo
rappresentante della mia stirpe.
Buona fortuna Corrado.
Grazie Messere, anche a voi.
....
.
...
CAPITOLO 22.
...
.
...
Dopo un mese di cammino rallentato dalle fortissime piogge,
Corrado era finalmente arrivato nei pressi di Assisi. Stava percorrendo
gli ultimi chilometri pianeggianti prima della salita verso
il centro della citt. Pass prima dalla Porziuncola in santa Maria
degli Angeli e l si raccolse in meditazione davanti alla cella dove
Francesco aveva dormito e pregato. Quando la vide prov un
profondo senso di vergogna per la comodit della sua a Calendasco.
Il poverello si era riposato sulla nuda terra e come cuscino
aveva usato una pietra mentre lui, quando non faceva penitenza,
poteva contare su di un sacco di paglia. Si commosse toccando le
piccole rose bianche e rosse che crescevano senza spine solamente
in quel fazzoletto di terra da quando Francesco si era gettato
nudo fra quei rovi per vincere il demonio che gli era apparso in
sonno. Le sue ferite erano la risposta al maligno che lo lusingava
perch abbandonasse le dure penitenze a cui si sottoponeva.
Mentre Corrado pregava davanti allo stesso piccolo altare, si
ricord che in quel luogo erano apparsi al santo Maria e Ges.
Gli avevano concesso il dono di chiedere a papa Onorio terzo il Paradiso
per tutti i peccatori, tramite l'indulgenza gratuita, se avessero
chiesto il perdono in una chiesa francescana ogni primo di
agosto, giorno dell'apparizione. Di riflesso Corrado cap la Grazia
che lui stesso aveva ricevuto quando nella visione la Vergine gli
aveva raccomandato di preservare la sua purezza di cavaliere.
Uscito da l, guard con occhi nuovi ci che fino a quel momento
gli era apparso un contrasto nel paesaggio: ora i campi
coltivati convivevano in armonia con le selvagge zone boschive.
Nell'aria c'era un profumo che faceva pensare solo alla pace,
come se anche a distanza di quasi cento anni l'amore di Francesco
continuasse a impregnare la sua terra.
Corrado aveva fretta di arrivare al sacro convento. Voleva partecipare
alla messa di compieta e acceler il passo. Il campanile
aveva battuto un colpo, segno che mancavano circa tre quarti
d'ora alla funzione. A sinistra, in lontananza, scorse delle basse
colline dall'andamento irregolare che poi scivolavano in un
declivio prima di riprendere slancio e alzarsi fino a un picco segnato
dalla sagoma di una fortezza. Sotto si allungava Assisi che
appariva soltanto come una vasta frana sabbiosa: si scorgeva bene
invece, a causa della ripida inclinazione del terreno, tutto il perimetro
delle capienti mura. Dietro la citt si ergeva la cima piatta
di un monte, il Subasio: lecci e faggi crescevano fino a una certa
altezza, lasciando spoglio l'altipiano. Grandi nuvole scure si affacciavano
alle spalle della montagna. Forse avrebbe piovuto. Fuori
le mura e su di un vasto prato dove una volta venivano innalzate
le forche, sorgeva la basilica di Francesco rivolta a oriente, verso
la Terra santa, con un campanile a cuspide pi alto di tutte le
colline circostanti. I raggi di luce che filtravano dal cielo grigio
facevano risaltare a chiazze il rosa pallido di alcune case in pietra
di travertino. Il verde scuro della boscaglia incombente era mitigato
da quello pi tenue dei lunghi filari di viti che, pi in basso,
costeggiavano le mura. Nonostante l'allenamento di quei mesi di
marcia, la salita finale fu piuttosto faticosa: la strada a tornanti
non gli sembrava finire mai. Quando da porta san Pietro scorse
poco pi in basso la facciata in marmo bianco della basilica rimase
sorpreso. La immaginava meno sontuosa. Aveva riconosciuto
uno stile gotico, forse un omaggio alle presunte origini francesi
della madre del santo. Si ricord delle parole di Bertrand: secondo
lui Francesco, abituato com'era alla semplicit, non avrebbe
gradito quella sua ultima dimora.
D'altronde - pens - non si trattava pi di ospitare pochi
frati ma un numero enorme di discepoli... e poi quella chiesa
l'aveva fortemente voluta Nicol quarto primo papa francescano.
Si sentiva a disagio all'idea di confrontarsi per la prima volta
con quei frati sicuramente pi colti e preparati di lui. Il convento
ospitava lo scriptorium e la sua vasta biblioteca continuava a essere
arricchita dalle donazioni dei fedeli. Poteva ormai contare su oltre
settecento volumi: insegnanti, studenti e confratelli studiavano
anche i testi pi antichi, impreziositi dai disegni dei maestri miniaturisti.
Un tempo la basilica superiore ospitava ogni anno i
capitoli generali francescani ma da quando i conventuali avevano
preso il sopravvento sugli spirituali le assemblee si tenevano anche
in altre citt, soprattutto nel nord Europa.
In realt l'accoglienza fu calorosa. Aristide era un grande amico
della massima autorit del convento, il custode Filippo, che
quando lesse la lettera dove il frate elogiava con sobriet quel giovane
penitente non esit a consegnargli le chiavi della biblioteca
in modo che ne potesse usufruire a suo piacimento.
Il Custode era un uomo di corporatura robusta, dalle mani
enormi. Corrado intu che ci voleva gran forza, di corpo e di
spirito, per affrontare ogni giorno le grandi responsabilit imposte
dalla sua carica. Lo sguardo di Filippo, che guardava lontano
come se cercasse un punto indefinito all'orizzonte, gli aveva trasmesso
un'impressione di vigile serenit.
La mattina seguente, al termine della messa, Corrado si rec
subito nella domus librorum collocata in un edificio su due piani
a ovest dell'abside della basilica superiore. Il regolamento esposto
era molto rigido. Nessuno poteva prendere a prestito un manoscritto
senza una speciale autorizzazione del bibliotecario e neppure
portarlo nelle celle. A piano terra c'era la biblioteca pubblica con
diciotto banchi riservati a studenti e a insegnanti. I codici, circa
centosettanta, erano saldamente legati con una catenella a dei bassi
armadi di legno. Un piano inclinato posto al di sopra di questi serviva
da leggio. Al piano superiore, la cosiddetta libreria segreta dove
lavoravano anche copisti e miniaturisti era riservata ai soli frati.
L c'erano circa seicento volumi collocati su lunghi scaffali. L'aveva
incuriosito il modo di catalogare i volumi: non erano in ordine alfabetico
bens in ordine di disciplina e di altezza. Il bibliotecario gli
aveva spiegato che in quel modo gli inservienti riuscivano a pulirli
con pi facilit, evitando che la polvere e gli insetti si insinuassero
negli interstizi con danni irreparabili alle pergamene.
Si era subito sentito protetto in quell'ambiente che profumava
di legno e di cuoio. Gli sembrava quasi di sentire la voce degli
autori uscire da quei libri tanta era l'energia che sprigionavano le
loro opere.
Aristide gli aveva consigliato di cominciare dalla rilettura
delle opere dei grandi filosofi dell'antichit: Platone, Aristotele e
Seneca. Con gli occhi della fede e con l'aiuto delle Sacre Scritture
avrebbe poi dovuto depurarli dagli aspetti pagani per scoprire
cos la modernit del loro pensiero, alla luce dei grandi pensatori
suoi contemporanei.
Corrado sfogliava quelle pagine con cura, ammirando le splendide
illustrazioni sovente dallo sfondo in oro. La pergamena, pi
chiara la parte che proveniva dalla pancia della pecora, pi scura
quella della pelle del dorso, al tocco leggero delle sue dita aveva la
consistenza del ghiaccio sottile che alle prime gelate notturne si formava
nelle pozzanghere. Eppure non era fragile e resisteva ai danni
del tempo pi della carta. Alcuni testi riportavano delle note e dei
rimandi scritti con la prima lettera vergata da inchiostro rosso, la
glossa, un filo sottile che legava epoche e pensieri.
A met marzo Corrado s'era svegliato all'alba per le preghiere
del mattutino. Guardando fuori dalla finestra del corridoio nella
fredda oscurit della notte, aveva scoperto che era caduta la neve.
Per la totale assenza di vento era scesa in assoluto silenzio, perpendicolare
al suolo.
Tutta la vallata era ricoperta da una omogenea coltre bianca
che ora rifletteva sui cristalli compatti la luce della luna.
Sorella neve stamane ci delizia con la sua presenza tardiva
disse sorridendo Filippo che si era avvicinato anche lui alla finestra
per ammirare lo spettacolo.
Rappresenta sempre un'emozione assistere a questi repentini
cambiamenti del paesaggio. Sembra ricordarci che nulla rimane
immutato.
Hai ragione Corrado. La variet del Creato ci sorprende
sempre. Se non ti distraggo troppo dai tuoi studi, dopo le laudi
avrei bisogno che mi accompagnassi all'Eremo.
Verr molto volentieri. Grazie Filippo gli rispose Corrado
che non aveva ancora visitato quel luogo dove Francesco si ritirava
a meditare.
Il Custode lo autorizz a indossare un paio di zoccoli di olmo
che salendo sul monte san Rufino lo avrebbero aiutato a non
sprofondare nella neve durante la salita. Per evitare piaghe e
schegge, Corrado si fasci le estremit con due bende di tela.
Entrambi si caricarono in spalla una gerla che conteneva generi
di prima necessit destinati agli eremiti che vivevano nelle grotte
attorno al piccolo cenobio.
Mentre si inerpicavano verso la cima, Filippo attacc discorso:
Come sta procedendo la tua formazione?.
Credo di imparare tanto: la biblioteca  veramente fornita
gli rispose Corrado con il fiato corto.
S,  vero, cresce di giorno in giorno - disse Filippo soddisfatto
- ormai solo quella di Parigi  pi grande della nostra. Per questo
motivo viene spesso consultata anche da studenti stranieri. I
fratelli copisti stanno portando avanti un importantissimo lavoro
per tramandare il sapere.
Pensate che Francesco ne sarebbe contento? gli chiese Corrado
curioso di sapere cosa ne pensasse. Cercava di mantenere il
precario equilibrio sulla neve ma il saio gli era di grande impaccio
e doveva tenerlo sollevato per evitare che la neve umida si appiccicasse
al bordo appesantendolo.
Se la cultura non  un mero sfoggiare il proprio sapere ma 
finalizzata alla gloria di Dio, sono sicuro di s. Molti eretici interpretano
in modo errato le Sacre Scritture perch non le studiano
con l'umilt propria delle persone davvero sapienti. Cosa ti ha
colpito in modo particolare di quello che hai letto?
Prima di rispondere, Corrado si soffi il naso con uno straccetto
che teneva nella manica. In quest'ultimo mese mi sono
concentrato soprattutto sul pensiero di grandi teologi contemporanei
come Giovanni Duns Scoto e Guglielmo di Occam.
Credo tu abbia preso la giusta direzione lo incoraggi Filippo.
Confortato dalla stima, Corrado prese fiducia e continu:
Nei testi di questi due studiosi ho notato un progressivo superamento
delle posizioni di Aristotele tanto in voga nelle universit
durante il secolo appena trascorso. Duns Scoto e Occam sostengono
che non esiste una supremazia della ragione rispetto alla
fede. Insistono invece sul divario sempre pi marcato tra fatti
dimostrabili e atti fideistici che riguardano la grazia, il libero arbitrio
e la pacifica accettazione che l'infinito  indeterminato. Si
interruppe. Non voleva apparire saccente ma il Custode stava in
silenzio, in attesa che continuasse. Cos lui riprese: Ho apprezzato
in Duns Scoto che solo l'intuizione si trova a fondamento del
sapere, cos come la volont individuale  superiore alla ragione.
Quindi solo la fede e l'amore permettono di innalzarci a Dio cos
come i dogmi non potranno mai venire spiegati dalla ragione.
Il nostro intelletto protende verso una verit assoluta e la nostra
volont verso un bene assoluto: questa  la prova, secondo Duns
Scoto, che Dio  infinito.
Il contrario di quanto affermavano i ctari secondo cui l'animo
umano  libero solo di protendere verso il male aggiunse
Filippo, soddisfatto dalle considerazioni di Corrado che sembravano
garantirlo da qualsiasi tentazione eretica.
Si fermarono qualche minuto per riprendere il fiato che per il
freddo umido usciva condensato in piccole nuvole.
Per questo sono d'accordo con Occam: occorre eliminare la
diffidenza umana verso la superiorit divina. Il naturale scetticismo
dell'uomo lo porta ad accettare solo quello che con l'esperienza
e con i sensi  dimostrabile razionalmente, come il male o
la violenza. Per elevarci a livello divino dobbiamo essere fideisti:
dare a Dio un assoluto potere. Di conseguenza, Occam sostiene
che la teologia non pu e non potr mai entrare nella sfera della
ragione. Temo per per le conseguenze politiche insite in questo
netto distacco: ogni potere terreno non discender pi dall'alto.
Quindi anche il riconoscimento del potere temporale dei re o
dell'imperatore non dipender pi dall'autorit papale ma solo
da un consenso dal basso, il che alimenter altre guerre e altro
sangue.
Il Custode conosceva la storia di Corrado: faide e vendette
per la conquista del potere avevano rovinato la sua giovinezza. In
quelle parole ritrovava lo stesso dolore che quel penitente doveva
aver provato allora: A quali conclusioni sei giunto?.
Corrado guard la vallata che si stendeva sotto di loro. Gli
sembrava una pagina bianca dove poter scrivere una sintesi del
suo pensiero. Penso che l'uomo, quando ha la presunzione di
conoscersi, sia in realt immerso in un grande caos, privo di un
ordine precostituito. Rischia cos di vagare nell'universo senza
nessuna certezza. Lo paragono a una mosca che, libera nel vuoto,
sbatte la testa contro ostacoli immaginari. Cambia direzione
ma senza mai trovare la sua strada. In realt pu raggiungere la
salvezza solo se si affida con volont assoluta all'amore divino
rinunciando al proprio io.
Dio  in ogni cosa, anche in una piccola mosca. La salva
dal freddo dell'inverno offrendole un posto sicuro dove ripararsi
disse Filippo sorridendo, sempre pi ammirato dall'umile sicurezza
contenuta nelle parole di Corrado. Ora riprendiamo il
cammino. I nostri fratelli ci aspettano con trepidazione.
Da circa due ore si arrampicavano per lo stretto sentiero immerso
nei boschi innevati. Scorsero finalmente l'eremo delle Carceri
arroccato su una parete di roccia. Era costituito solamente
da una minuscola chiesa e da un piccolo convento scavati nella
pietra. Vennero accolti festosamente dai frati nel refettorio, illuminato
da due finestre che offrivano una vista a perdita d'occhio
sulla candida pianura.
Mentre Filippo li confessava nella chiesetta, Corrado scese le
rampe delle strette scale e apr delle porticine finch si trov nella
grotta dove Francesco aveva meditato. C'era solo un giaciglio scavato
nella pietra e un masso come inginocchiatoio. In quel luogo,
Corrado ebbe conferma del vero destino dell'uomo sulla terra:
vivere in Purgatorio dove solo grazie alla contemplazione del Signore
e alla penitenza potr vedere la luce del Paradiso. Anche lui
desiderava ardentemente vivere cos.
Durante la discesa ripresero il filo del discorso l dove l'avevano
interrotto come accade fra amici anche dopo una lunga
lontananza.
Quando ti sei recato a Firenze, hai avuto modo di passare
per Santa Maria Novella, il convento domenicano? gli domand
Filippo.
No Filippo, sono ripartito subito dopo ammise Corrado
sentendosi a disagio per quella mancanza.
Francesco diceva che noi e i domenicani eravamo due ruote
dello stesso carro. Le loro basiliche sono ricche di rappresentazioni
sui dogmi, di grandi messe in scena, mentre le nostre sono sia
per le persone colte sia per quelle pi semplici. Come nella nostra
basilica: quella inferiore  destinata a tutti, la superiore invece
solo alle persone dotte.
Per Francesco non ha mai desiderato che i nostri ordini
venissero fusi in uno solo. Pensate che sarebbe un bene?
Credo di s. Dovremmo cercare di non essere sempre cos in
competizione. Non fa bene alla Chiesa e ora con papa Giovanni
pi che mai. Poco tempo fa, durante il processo per eresia a un
beghino, il domenicano Jean Di Beaune ha riacceso di fatto la
polemica sulla povert tanto cara al Pontefice, giudicando eretico
affermare che Ges non avesse mai posseduto nulla, n di sua
propriet n in comune.
Corrado apparve turbato. Nicol terzo per disse che su questo
punto non si discuteva pi. Lo aveva ribadito pure nella bolla Exiit
qui seminat, tant' che noi non abbiamo alcuna propriet ma solo
l'uso dei beni, proprio perch vogliamo vivere in povert.
Giovanni sostiene che con il possesso dobbiamo anche occuparci
della manutenzione dei lasciti immobiliari e dei monasteri.
Di conseguenza dobbiamo accettare anche elemosine in denaro.
Altrimenti il nostro Ordine apparirebbe come l'unico degno di
rappresentare la povert della Chiesa. Per questo Di Beaune ci
ha attaccato: ritiene che sia un privilegio eccessivo il nostro di
non doverci occupare di aspetti, per cos dire, materiali come la
gestione delle propriet per dedicarci alla sola vita apostolica.
Come pensate che andr a finire? gli domand Corrado
sempre pi preoccupato.
Difficile immaginarlo. Fra qualche mese il Capitolo di Perugia
dovr prendere una posizione sull'argomento. Il nostro
ministro generale, Michele, ha dimostrato una comunione d'intenti
con il Papa sulla questione degli spirituali. Eppure possedere
qualcosa  inconciliabile con la concezione che Michele ha
dell'Ordine e anche con il Testamento del nostro fondatore. Purtroppo
prevedo grandi dispute teologiche e altre scissioni.
Quell'ipotesi paventata da Filippo fece capire a Corrado che
doveva arrivare a maturare una propria verit. I libri ormai non
bastavano a renderlo pi forte: sentiva la necessit di capire da
solo la vera storia di Francesco.
La mattina seguente, decise di recarsi nella basilica Superiore.
Si era posizionato con le spalle all'abside. Rimase affascinato dalla
luce colorata che proveniva dal rosone centrale: pareva esplodere
nei vividi colori degli affreschi che ricoprivano le pareti tutte
attorno. Voleva entrare nella biografia di Francesco con spirito
critico, trovare l'analogia e la diversit fra la vita reale di Francesco
e quella l raffigurata sulla base della Legenda Maior di Bonaventura.
Gli episodi rappresentati partivano dalla sua sinistra e
si sviluppavano in sequenza per ripercorrere passo dopo passo la
storia del santo. Prov un misto di emozione e di inadeguatezza
nell'immedesimarsi in quelle immagini che potevano essere interpretate
solo da persone preparate.
Forse per questo Giotto aveva insistito perch le guardassi
solo quando mi fossi sentito pronto per farlo. - rimugin fra
s - Che grande dono mi ha concesso il Signore facendomelo
incontrare!
Era rimasto attratto dall'episodio del cavaliere povero. L, il
Francesco prima della conversione, per questo ancora senza nimbo
e con addosso una ricca veste blu, sceso dal suo cavallo bianco
si era tolto il bel mantello foderato per offrirlo a un cavaliere
appena caduto in disgrazia che indossava uno sdrucito abito
carminio e un cappello con un bordo di pelliccia, all'apparenza
ancora lussuoso. Lo aveva colpito la totale generosit di Francesco
rispetto a san Martino. Quest'ultimo, nelle immagini che lo
raffiguravano, non era neppure sceso dal suo destriero e al povero
aveva donato soltanto la met del suo mantello. Francesco invece
si era messo alla pari del cavaliere.
Corrado si era immediatamente riconosciuto in quella immagine
di Francesco: prima di incontrare la fede, anche la propria
anima si era logorata come la veste dello sfortunato cavaliere. L'espressione
attonita di quell'uomo, sorpreso e commosso dal gesto
di quel giovane generoso, gli ricordava la sua reazione quando
Eufrosina gli aveva detto che era pronta a entrare in monastero
purch lui fosse felice. Ora gli erano salite le lacrime agli occhi,
non riusciva a trattenere un tremolio del labbro. All'improvviso
una grande energia divamp dal suo cuore, un fuoco amico che
chiedeva solo di essere indirizzato su chi avesse bisogno del suo
amore. Adesso percepiva distintamente, ma unite, la sua anima,
il suo corpo e il suo spirito.
Quanta strada ho percorso da quando anche io credevo di
essere il cavaliere povero! mormor sbigottito.
Si spost di pochi passi per osservare la scena del fuoco. Qui
gli era subito balzata agli occhi la differenza con quella che aveva
visto in Santa Croce dipinta da Coppo di Marcovaldo e ispirata
alla Vita Prima di Tommaso da Celano. Dal gesto di Francesco
che indicava le fiamme, gli era quasi sembrato che fosse
impaziente di cercare il martirio gettandosi dentro senza neppure
aspettare la risposta del sultano. Il Santo non teneva fra le mani
il Vangelo, come invece faceva nella tavola di Coppo, sembrava
privo di argomenti persuasivi per convertire el Kamil. Non era
d'accordo con questa interpretazione di Bonaventura. Il messaggio
contenuto nell'affresco incitava all'odio da parte dei sacerdoti,
offesi dal gesto di Francesco.
Bertrand aveva ragione. - riflett fra s - L'affresco  una mistificazione
di Bonaventura. Il santo si era recato fra i saraceni per
vivere con loro, per portare un messaggio di pacifica convivenza.
Da quella scena cap come spesso la verit, tanto cercata dai
domenicani, in realt non era cos importante perch dispensava
anche castighi mentre l'amore donava solo la pace. Doveva crederci
sempre, doveva mantenersi fedele alla volont di abbandonarsi
a Dio che non voleva il male per i suoi figli ma solo pace e
amore per tutti: credenti e non. Quella ricerca della verit, tanto
cara all'altra ruota del carro, da sola non serviva: se non era illuminata
dalla fede rischiava di sfociare nell'eresia.
Gli dispiacque osservare che negli affreschi da convertito
Francesco appariva sempre scalzo e con la barba, simbolo di una
semplicit ormai superata dai cambiamenti intervenuti nell'Ordine.
I calzari portati da tutti gli altri frati ben rasati significavano
proprio questo particolare. Il dettaglio rafforz in lui il convincimento
di rimanere sempre scalzo e con la barba come Francesco
una volta arrivato nel luogo dove avrebbe condotto la sua vita da
anacoreta.
L'episodio del Natale di Greccio lo conosceva bene. Aristide
gli aveva letto quello contenuto nella Vita Prima di Tommaso da
Celano. Volle confrontarlo con quello narrato da Bonaventura
nell'affresco che aveva davanti.
Per fare questo chiuse gli occhi e ripens alla descrizione contenuta
nella Vita prima. Francesco, tornato esausto dall'Egitto, si
trovava a Fonte Colombo e aveva chiesto al suo amico terziario,
il nobile Giovanni, di aiutarlo a rappresentare un presepe vivente
in occasione del Natale. Il poverello era molto legato alla nascita
di Ges, la considerava il vero inizio della salvezza per l'umanit e
desiderava condividere quella sua passione con la gente. Gi molte
volte nelle chiese erano stati allestiti presepi viventi con attori
e comparse, ma quella volta Francesco aveva pensato di rendere
tutto pi emozionante. Lui e Giovanni avevano scelto una grotta
vicino alla citt, simile a quella che il santo aveva visto a Betlemme,
e l avevano portato bue, asino e mangiatoia. Un grosso
masso sarebbe servito da altare. Da Poggio Bustone e dai borghi
vicini erano sopraggiunti tantissimi fedeli per la messa di mezzanotte.
Erano tutti rimasti sorpresi dall'allestimento: per la prima
volta non c'era la Sacra famiglia! Cogliendo il loro smarrimento,
Francesco aveva iniziato la predicazione raccontando con parole
suadenti della nascita di Ges. Aveva spiegato che non c'era bisogno
di figuranti perch il presepe era custodito nel cuore di ognuno
di noi, solo che spesso era nascosto, dall'odio e dalla violenza.
Cristo  sceso in terra per portare un messaggio di pace a tutti,
credenti e miscredenti aveva detto Francesco indicando il bue e
l'asino. Il primo simboleggiava gli ebrei, il secondo i musulmani.
Erano collocati vicino alla mangiatoia colma di fieno che rappresentava
l'Ostia di cui si sarebbero nutriti dalla conversione in poi.
Nel momento dell'elevazione del corpo di Cristo, un uomo particolarmente
colpito da quel messaggio, aveva visto nella greppia
un piccolo bimbo immobile, come morto. Il santo aveva preso il
neonato fra le braccia e lo aveva rianimato stringendolo forte al
petto. Ges bambino, riconoscente, aveva accarezzato Francesco
sul volto, segno che il presepe era entrato dentro di lui.
Quando Corrado riapr gli occhi, la visione d'insieme che gli
si prospettava davanti era del tutto diversa. Invece che nella grotta
la scena si svolgeva in una chiesa dal pulpito vuoto riccamente addobbata.
I fedeli, soprattutto donne, stavano vicino al transetto,
tenute lontane dai chierici in posizione pi elevata che cantavano
il Gloria con grande intensit. Sopra la culla troneggiava il retro
di una grande croce che raffigurava il corpo di Cristo. Sotto, il
bue e l'asino erano talmente piccoli da sembrare insignificanti
statuine di terracotta. In primo piano Giovanni il benefattore
appariva l'unico assorto nella meditazione e alla sua sinistra, in
disparte, c'era Francesco nell'atto di depositare nella greppia il
bambino Ges fasciato di rosso.
Il messaggio di Bonaventura gli risultava chiaro se lo ordinava
nella sua mente nella stessa sequenza del percorso visivo: dal
generale al particolare arricchito da quello che aveva imparato
sull'Ordine. Si trovavano sempre a Greccio dove il ministro Giovanni
da Parma - fedele fino in fondo alla corrente spirituale e
gioachimita - si era ritirato in esilio. La chiesa opulenta significava
la vittoria della corrente conventuale su quella spirituale. Il
transetto che divideva i fedeli ricordava agli spettatori il rispetto
che l'Ordine meritava, soprattutto la distanza dalle donne, tenute
lontano perch considerate tentatrici della terza regola francescana:
la castit. I frati che cantavano mentre Francesco stava in
silenzio rappresentavano la consapevolezza del presente. Il santo
non parlava perch ben pi importante delle sue parole era il
suo esempio, anche se irraggiungibile dopo che aveva ricevuto
le stimmate. Restava insomma confinato nel passato, addirittura
in un altro affresco veniva raffigurato in grado di parlare solo ai
volatili! La croce incombente sopra la culla rimandava alla morte
futura di Ges e raffreddava la magia del momento evocando il
tragico futuro. Il bue e l'asino cos piccoli facevano capire che
ormai la riconquista della Terra santa non costituiva pi un obiettivo
primario: contavano di pi la contemplazione e la meditazione
rappresentate con la posa raccolta del penitente Giovanni.
Corrado si concentr sul suo viso, fisso sul rosso delle fasce in cui
era avvolto il bambino Ges. Rosso come il colore della croce sopra
la culla, rosso come il vino dell'eucarestia, rosso come il sangue
di Cristo di cui ciascuno di noi riviveva il sacrificio davanti
a ogni altare, anche sull'umile pietra della grotta. Cap allora che
la strada della contemplazione fosse unica e senza ritorno per lui:
per sentire il Signore e vivere in Lui e come Lui non c'era bisogno
di andare in Terra santa. Ben pi importante era compatire il suo
sacrificio e la sua sofferenza, non importava dove, attraverso la
preghiera purificatrice che predisponeva alla meditazione.
Gli appariva ora tutto pi comprensibile: Solo cos potr
raggiungere quel privilegio dell'umana intelligenza che trascende
i limiti della conoscenza attraverso i sensi e che opera separata dal
corpo. Sant'Agostino e san Bernardo l'avevano chiamata excessus
mentis. Ecco perch Gioacchino da Fiore aveva sostenuto che
gli eremiti emulavano la vita degli angeli e solo nell'Evangelista,
simbolo della vita contemplativa, la Chiesa sarebbe sopravvissuta.
Quando raggiunger l'excessus mentis potr non solo sentire
il Signore nelle parole e nelle immagini ma riuscir a vederlo in
carne e ossa fino quasi a poterlo toccare, gli parler e lo amer
rapito dall'estasi!. Riprese il suo percorso, arrivando alla morte
di Francesco. Aveva contato ventotto episodi della biografia ma
nell'intero ciclo aveva notato un'unica immagine di Chiara, quella
che ora aveva davanti agli occhi. Al centro della composizione
una barella con il cadavere di Francesco sostava davanti alla chiesa
di San Damiano, rappresentata con una facciata fastosamente decorata
da diverse qualit marmoree. Tutt'intorno si era assiepata
una grande folla e sulla sinistra, un bimbo su di un albero osservava
in lontananza quella imponente processione sventolando un
ramo d'ulivo. Chiara, china su Francesco e ritratta di profilo, aveva
infilato le dita della mano nella piaga del costato, come se dovesse
testimoniare quel miracolo. La scena aveva profondamente
indignato Corrado. Pens che lui, al momento della sua morte,
avrebbe voluto ricevere un ultimo bacio da Eufrosina. Non capiva
perch Bonaventura avesse raffigurato la santa in quel modo
che a lui ricordava la diffidenza di san Tommaso. Era certo che
Chiara non avesse compiuto quel gesto cos invasivo davanti a
tutta quella gente. Lei, Chiara, avrebbe voluto parlargli da sola,
circondata solo dal silenzio, per poi accarezzare all'infinito quel
volto amato e appoggiare le labbra sulle sue. E allora quella finta
facciata di marmo sarebbe crollata, mostrando quello che ci stava
sotto: la chiesa di San Damiano, dove lei e Francesco volevano
vivere, costruita solo con la povera pietra. Era stato il primo luogo
in cui si erano sentiti finalmente felici, condividendo la pace di
quel piccolo giardino. L avrebbero voluto meditare sulla bellezza
del creato e l, un giorno, spegnersi entrambi.
Vorrei che l'emozione suscitata in me da questo affresco mi
accompagnasse per tutta l'esistenza concluse Corrado fra s.
Si ricord che a Chiara, sua fedele confidente, Francesco si era
rivolto per sapere se dovesse intraprendere la strada della contemplazione
o della vita pastorale. Senza il suo consiglio, Francesco
non avrebbe riedificato la Chiesa, di fatto salvandola, non avrebbe
costituito l'Ordine pi importante al mondo, non avrebbe
curato i lebbrosi, di cui peraltro non aveva trovato traccia negli
affreschi, n avrebbe confortato i poveri di spirito.
Corrado pens a Eufrosina, a quanto lei avesse insistito sulla
povert che doveva essere assoluta. Cap che anche l'intransigenza
di Chiara su quel valore la rendeva una figura necessaria s, ma
troppo scomoda per l'Ordine dell'epoca. Per questo doveva essere
raffigurata solo come testimone delle stimmate, con il velo che le
nascondeva il collo nudo, povero, senza neppure le bende delle
claustrate.
Al termine di quella visita, il disegno della sua vita si delineava
nettamente: acquistava profondit. La sua figura e quella di
Eufrosina non era pi un'immagine dai contorni sfocati come
l'ultima volta che si erano visti. Ora assumevano movimento, plasticit,
occupavano tutti gli spazi disponibili con naturalezza, la
loro missione gli appariva in tutto il suo vigore cromatico, con gli
stessi colori che gli artisti avevano utilizzato per rappresentare la
vita di Chiara e di Francesco. Era una storia simile la loro. Sembrava
ispirata a quella. Ma era la loro vita.
....
.
...
CAPITOLO 23.
...
.
...
Caro Jacopo, che sorpresa rivedervi! esclam Eufrosina entrando
nello studiolo di suor Matilde. La voce le era uscita a fatica
e disperava di dominare l'ansia che l'aveva colta. Quelle visite
inaspettate erano sempre foriere di brutte notizie. L'aver visto suo
cognato a colloquio con la superiora non le lasciava presagire nulla
di buono sulla sorte di Corrado.
Negli ultimi due anni frate Aristide le aveva riferito della sua
permanenza ad Assisi. Le aveva descritto quei luoghi dove anche
lui aveva vissuto e i suoi dettagliati racconti avevano aiutato
Eufrosina a raffigurarsi quella realt parallela ma cos distante dalla
sua quotidianit. Lei immaginava Corrado camminare fra i boschi
della piana per poi salire e ridiscendere in perfetta letizia
quelle colline cos amate da Francesco. Si era immaginata i suoi
ritiri fra le coste dei monti seguendo le indicazioni del santo sulla
vita negli eremi. Quattro frati al massimo si dovevano alternare
a due a due nella preparazione dei pasti e delle incombenze domestiche
mentre gli altri si dedicavano in completa solitudine
alla contemplazione e alle orazioni. La riteneva una preparazione
necessaria per Corrado, il passaggio obbligato prima che affrontasse
l'anacoresi.
Come mai vi vedo preoccupata? Non sar per Corrado vero?
Corrado  vivo e vegeto! sdrammatizz la superiora mentre Jacopo
si chinava per baciarle la mano. Vostro cognato ha bisogno
di parlarci e io ho subito acconsentito data l'importanza dell'argomento.
Non state l in piedi, prego, accomodatevi.
Jacopo si schiar la voce con un colpo di tosse: si sentiva in
soggezione di fronte a Eufrosina in quella veste scura, con il velo e
il soggolo che le coprivano collo e capelli. Non era rimasta traccia
di quella fanciulla che rideva e ballava assieme a suo fratello, ammirata
da tutti per la sua avvenenza. Quella che aveva davanti era
un'altra donna, dal fascino austero e immobile, come se il monastero
l'avesse custodita in una teca di cristallo. Eppure questo non
l'aveva resa meno affascinante. Si era sempre sentito attratto da
lei, l'aveva anche desiderata, tanto che quando suo fratello Corrado
aveva preso quella scellerata decisione di farsi terziario francescano,
per un attimo aveva sperato che continuassero a vivere
a palazzo con loro, per poter almeno continuare ad ammirarla in
silenzio. Scacci dalla mente quell'ingombrante ricordo lontano:
il motivo della sua visita era un altro.
Grazie per la vostra comprensione reverenda madre. - si era
ripreso - Stavo accennando che Francesca, mia figlia, desidera
entrare in monastero come novizia presso le benedettine di santa
Caterina. Non avevo mai notato in lei questa vocazione... all'inizio
ero molto perplesso ma purtroppo gli eventi politici di questi
ultimi mesi hanno preso una brutta piega e per la sua sicurezza le
ho dato il mio consenso. Almeno per l'anno di noviziato.
Cosa intendete dire con questo? gli chiese suor Matilde perplessa
da quella strana giustificazione.
Reverenda madre ormai l'arroganza di Galeazzo  senza limiti.
Non gli basta pi vessare noi cittadini in ogni maniera possibile.
Il suo poderoso esercito conta ormai tremila fanti e quattrocento
cavalieri. In questi ultimi due anni per mantenerlo ci ha
raddoppiato le tasse! Ormai vaneggia, accusando il santo Padre
di non essere il legittimo pontefice. Va in giro a chiamarlo il
prete Giovanni! Quel diavolo blasfemo non si accontenta pi di
soddisfare i suoi appetiti carnali con prostitute, popolane e, che
Dio mi perdoni, perfino con le monache. Ora cerca di insediare
anche le nostre dame. Ha tentato di circuire Ermellina, la moglie
di Obizzo Landi, suo capitano e fedele amico. Ora la rivolta 
finalmente alle porte e non solo da parte dei guelfi, come potete
bene immaginare.
Suor Matilde era sconcertata dalla crudezza della descrizione:
Quello che dite ci spaventa molto... ma come possiamo aiutare
voi e Francesca?.
Quando Corrado confess la sua colpa, Galeazzo gli promise
che non avrebbe mai toccato il vostro convento. Purtroppo per,
come vi ho accennato, non si comporta allo stesso modo con gli
altri. In quello di santa Caterina temo oltremodo per l'incolumit
di mia figlia. Eufrosina ve la ricordate Francesca, vero? Ora 
diventata una splendida fanciulla che ama la musica e la danza,
sempre con il suo bel sorriso sulle labbra. Ho segnali che si trovi
in pericolo. L'ultima volta che abbiamo incrociato il principe, durante
un banchetto, gli abbiamo rivolto il saluto e lui l'ha fissata
con uno sguardo lascivo, carico di desiderio... nonostante Francesca
avesse subito abbassato gli occhi. Mi chiedevo se potevate
nasconderla qui e tenerla sotto la vostra protezione fino a quando
i tempi saranno migliori, presto spero, alla luce di quanto vi ho
riferito. Ovviamente, reverenda madre, sar molto generoso con
il monastero per il disturbo che vi arrecheremo aveva concluso
Jacopo guardando speranzoso la superiora. Lei stava gi pensando
a quanto aiuto avessero bisogno per sistemare il tetto: faceva
acqua come un catino bucato.
Eufrosina lo aveva ascoltato con attenzione, prestando
per pi interesse all'espressione del viso, ai gesti e al tono
della voce di Jacopo. In fondo era sempre lo stesso: gretto,
avido e meschino. Non le aveva neppure chiesto se si trovava
bene l in convento. Gesticolava in modo concitato e spesso
alzava l'arcata sopraccigliare. Sembrava voler attirare l'attenzione
su di s pi che sulle proprie parole come se lui stesso
non fosse convinto fino in fondo di quello che diceva. Lei lo
conosceva molto bene e voleva capire quali fossero i suoi veri
intendimenti. Le azioni di Jacopo, come quelle di suo padre
Tommaso, non erano mai mosse da un unico scopo, doveva
comunque esserci un tornaconto personale che spesso coincideva
con gli interessi economici della famiglia. Era arrivata
alla conclusione che suo cognato acconsentiva al noviziato di
Francesca perch qualora lei avesse deciso di prendere i voti, la
sua dote sarebbe stata minore rispetto a quella occorrente per
un prestigioso matrimonio.
La cugina Elena si era sposata in et avanzata anche perch
per molti anni la dotazione era stata stimata insufficiente dai corteggiatori
di rango elevato. Solo dopo la morte di suo padre Alberto
i suoi fratelli l'avevano finalmente alzata. Il marito Gerardo
si era rivelato uno sposo innamorato; inoltre la sua prestigiosa
carica di giudice permetteva ai Confalonieri di poter contare su di
un alleato prezioso nei palazzi di potere da cui Galeazzo li aveva
estromessi dopo la conquista di Piacenza.
Eufrosina faticava a trovare in Jacopo qualcosa che le rammentasse
suo marito. I lucidi capelli scuri e il naso aquilino
forse s, ma gli occhi rotondi e troppo ravvicinati non erano
simili a quelli di Corrado. Jacopo gli sembrava solo un suo maldestro
ritratto. Ricord quel giorno, a casa dello zio Giacomo.
Jacopo non aveva mosso un dito per difendere Corrado dalla
spada di suo padre Bassiano. Ma la vendetta non faceva parte n
dell'indole n della attuale condizione di Eufrosina. Intervenne
dicendo: Se la superiora dar il suo assenso non far mancare
il mio aiuto a Francesca.
Messer Jacopo, come intendete giustificare la sua scomparsa?
gli chiese pensierosa suor Matilde.
La versione ufficiale sar di un suo periodo di soggiorno a
Parigi presso alcuni parenti.
La superiora annu. Sono sicura che anche le altre sorelle saranno
d'accordo. Non bisogna mai sottrarsi quando si pu evitare
un sacrilegio.
Grazie del vostro buon cuore, reverenda madre. Mia cara
Eufrosina sapevo di poter contare su di voi disse Jacopo con enfasi
prendendole la mano, che lei sfil con delicatezza prima che
lui gliela baciasse.
Jacopo intese quel gesto come una forma di pudore per la sua
condizione di clausura, in realt Eufrosina non voleva pi essere
sfiorata da lui.
Qualche giorno dopo era arrivata Francesca, dentro un carro
che portava legna al convento, ben nascosta sotto una coperta.
Quando Eufrosina la vide scendere avvolta in un mantello color
antracite avvert un tonfo al cuore. Dov'era finita la bella ragazza
florida che ricordava? Il viso, una volta paffuto, appariva smunto
e flaccido. Le occhiaie sottolineavano uno sguardo spento e privo
di profondit. I capelli opachi e le mani esili come ramoscelli
erano segno di un profondo malessere che sul momento aveva
attribuito a quei mesi di travaglio spirituale.
L'abbracci forte per accoglierla con tutto il calore possibile:
Che gioia rivederti, cara Francesca!.
Lei rispose con lo stesso entusiasmo: Anche per me zia carissima!
Pensavo non ci saremmo pi incontrate. Era passata dal
sorriso tirato a un'espressione malinconica.
Cogliendo quello sguardo smarrito, Eufrosina la strinse ancora
a s per darle conforto. Su, forza, sii lieta. Il Signore nella sua
infinita bont ci ha finalmente riunite.
Francesca si guard intorno. Sembrava spaventata. Come resistete
qui dentro, zia? Dicono che la vostra ricerca della povert
assoluta renda dura per davvero la vita in questo monastero di
clarisse.
Sono solo dicerie - sment Eufrosina con un sorriso - ti accorgerai
che non  cos. La nostra regola rispetta le donne perch
 l'unica scritta da una grande donna: Chiara di Assisi. La leggeremo
insieme, cos capirai. Rispecchia in tutto la santa: amorevole,
comprensiva, capace di continuare a lottare per le idee di
Francesco per quasi trent'anni dopo la sua morte. Uniti fino in
fondo nel voler applicare il Vangelo la rassicur prendendola per
mano. (Adesso lascia qui la tua roba e vieni con me. Ti mostro
dove vivrai per qualche tempo.
Passando sotto il porticato le indic il parlatorio, la cucina, il
refettorio e l'infermeria che si affacciavano sul chiostro. Poi presero
la scalinata di marmo bianco che conduceva al piano superiore
dove si trovavano i dormitori e le stanze da bagno. La chiesa era
unita al loggiato inferiore da un passaggio coperto per non prendere
pioggia e freddo durante la notte, quando dovevano alzarsi
per recitare mattutino e laudi. Le spieg che l'unico ingresso carraio
era quello principale e le finestre del piano terra davano tutte
sull'interno.
C' un nascondiglio segreto dentro il pozzo. - le confid
Eufrosina - Una nicchia costruita dai precedenti proprietari per
nascondere i loro beni. Apr il catenaccio della porta sul retro da
cui si accedeva all'orto.
Ecco qua il mio regno di cui vado particolarmente fiera!
Che meraviglia zia: non ho mai visto un orto cos ben tenuto...
e coltivate pure le more che mi piacciono tantissimo!
Eufrosina si lasci conquistare da quella prima manifestazione
di entusiasmo della nipote. Ne sono lieta Francesca. A me piacciono
anche spremute nell'acqua per insaporirla un poco. Aveva
preso un cestino dal ricovero degli attrezzi e le aveva proposto:
Se lo vorrai, ti insegner tutto quello che so sulla coltivazione.
Ci terrei davvero tanto aveva risposto Francesca ma con minore
entusiasmo di prima. Aveva avvertito i primi sintomi della
claustrofobia. L era tutto pulito e curato, si respirava un'aria di
pace ma quel posto lo sentiva troppo angusto. Le mura le apparivano
alte il doppio di quanto fossero veramente e si protendevano
su di lei fino quasi a soffocarla. Per fortuna sapeva cosa fare.
Si slacci il mantello all'altezza del collo. Respir con calma dal
naso, gonfiando i polmoni e rimase ferma cos qualche istante
prima di espirare. Ripet l'operazione cinque o sei volte fino a
riprendere il controllo di s.
Mentre Eufrosina era chinata su un cespuglio intenta a cogliere
le more, Francesca a bruciapelo le domand: Zia, come
riuscite a stare qui senza aver sentito la vocazione?.
Lei s'era voltata e guardandola negli occhi aveva risposto impassibile:
La chiamata ha tante sfaccettature cara Francesca. Non
 facile essere una buona suora. Io di certo non lo sono... per
credo nella mia missione che  quella di lasciare libero mio marito
di cercare Dio. Questa scelta rappresenta la mia felicit e la mia
forza: io trovo il Signore in Corrado.
Lo amate ancora cos tanto? le domand Francesca incredula.
Certamente, ma di un amore puro senza pi nessuna implicazione
materiale.
Vi ammiro tanto cara zia.
Non mi devi lodare Francesca:  una mia libera scelta ribad
Eufrosina che con dolcezza aggiunse: Ora con umilt vorrei
aiutarti a trovare la tua di strada. La scrut in volto. Francesca
sembrava delusa dalla schietta semplicit con cui le aveva risposto
a una domanda tanto confidenziale. Forse si aspettava che
innescasse un dialogo pi intimo, come fra due amiche che desiderano
condividere le proprie esperienze. Aveva preso tra le mani
quelle di sua nipote e le aveva avvertite gelide.
Francesca conosceva bene la sua arguzia e cap di aver esagerato.
Eppure provava un confuso bisogno di confrontarsi con
qualcuno che le volesse bene davvero. Scusate la mia invadenza
cara zia. Non volevo mettervi in imbarazzo. A volte parlo cos,
senza prima pensarci.
I suoi genitori le avevano impartito un'ottima educazione. Sua
madre aveva insistito perch Francesca studiasse nonostante l'iniziale
riluttanza di Jacopo: Lo studio costa! ripeteva lui. Voleva distinguerla
dalle altre fanciulle perch potesse aspirare a un matrimonio
importante. Se invece fosse diventata monaca, l'istruzione le avrebbe
perlomeno consentito di diventare badessa delle colte benedettine,
godendo cos dei piccoli privilegi riservati a quell'ambita posizione
in cui le donne Confalonieri si erano sempre distinte.
Non ti senti bene Francesca? le chiese Eufrosina preoccupata.
La sentiva tremare e le mise una mano sulla fronte per sentire
se avesse febbre. Eppure mi sembri fresca... forse  colpa di
questi sbalzi di temperatura. Era la met di settembre e le prime
piogge avevano interrotto un'estate finalmente secca dopo quelle
degli ultimi anni quando l'umidit e gli improvvisi rovesci avevano
preso il sopravvento.
S, zia sto bene. Un malessere passeggero... grazie per l'interessamento
ma non dovete preoccuparvi per me.
Adesso andiamo in cucina. Ti scalderai vicino al fuoco e intanto
ti preparer pane, burro e miele.
Preferirei solo un po' d'acqua, se non vi dispiace, ma con il
succo di queste belle more.
Eufrosina le fece una carezza sul viso, contenta di scorgere
uno spiraglio di entusiasmo nella nipote. Ma certo! Le ho colte
apposta per te.
Nei giorni successivi bisognava preparare l'orto per l'ultima
semina di stagione prima dei rigori invernali. Francesca dimostrava
un'inaspettata vitalit nel dissodare il terreno con la vanga.
Insieme piantarono scarola, verze, spinaci, rucola, radicchio e ravanelli.
Aveva poi aiutato la zia e Pancrazia a preparare i semenzai
di bietole, carote, cipolle e rape; si era prodigata nella raccolta
delle erbe aromatiche: menta, melissa, origano e prezzemolo che
per l'essiccatura aveva steso all'ombra ma riparate dall'umidit,
come la zia le aveva insegnato. Francesca sembrava in competizione
con Pancrazia: andava nell'orto prima di lei per impossessarsi
degli attrezzi e non si fermava fino a quando il lavoro non era
terminato. Tanto che un giorno la giovane suora sospirando disse
a Eufrosina: Vostra nipote ha il ballo di san Vito!.
Francesca non era cos attiva solo l: aiutava le sorelle a lavare
panni e stoviglie, passava lo straccio su pavimenti e suppellettili, recideva
fiori secchi nel chiostro, spaccava persino la legna. Evitava per
il ricamo perch non riusciva a trovare la concentrazione necessaria.
Dopo l'iniziale apprezzamento, le altre suore, ormai seccate
dalla sua invadenza avevano cominciato a manifestare un certo
ostracismo, scambiando la sua disponibilit per desiderio di apparire
la migliore agli occhi della superiora. Questa peraltro non
sembrava prendere sul serio le loro quotidiane lamentele.
Quando si accorsero che a tavola Francesca mangiava pochissimo,
facendole apparire come ingorde, persero la pazienza. Si lamentarono
con Aristide per questo comportamento che insidiava
la pacifica convivenza del cenobio.
Prima che il padre guardiano potesse intervenire, Francesca
mut atteggiamento, passando all'apatia in modo cos radicato
che era sempre l'ultima a presentarsi in chiesa per recitare le preghiere
del mattutino. Eufrosina spesso doveva scuoterla per farla
alzare dal letto dove in realt aveva dormito pochissimo.
Poi Francesca cambi comportamento un'altra volta senza
una motivazione apparente. Sembrava interessata solo alla contemplazione
del crocefisso: se ne stava ore e ore a pregare e a
meditare con un rapito fervore che irritava oltremisura le altre
sorelle, anche se lei non sembrava farci caso.
Suor Giovanna, abbiate la bont di seguirmi in sagrestia. Vi
devo parlare disse Aristide una domenica a Eufrosina al termine
della messa.
Mentre sistemava nell'armadio i nuovi corporali, il padre
guardiano le disse: Sapete, vero, di che cosa si tratta?.
Lo immagino caro padre. Sono cos in imbarazzo per la situazione
che si  venuta a creare...
Non  colpa vostra. Anche se penso che siate la sola persona
in grado di aiutare Francesca a rimanere qui. Suor Matilde
mi ha spiegato la delicata faccenda in cui si trova vostra nipote.
Non possiamo per neppure compromettere l'equilibrio del monastero,
lasciandola perseverare in atteggiamenti che purtroppo
coinvolgono anche le mie responsabilit di suo padre spirituale.
Vi prego Aristide, aiutatemi a capire cosa le sta succedendo
disse Eufrosina confusa.
Lui richiuse le ante dell'armadio e guard Eufrosina negli
occhi: Il comportamento di vostra nipote  pericolosissimo: rischia
di essere additata non come una mistica, bens come uno
strumento del demonio, da lui nutrita. Il confine  molto labile:
l'inquisizione  sempre pronta a colpire eresie come queste. Soprattutto
se riguardano una donna.
Come possiamo intervenire allora? gli domand allarmata.
Aristide scosse la testa. Ho riflettuto tanto e non ne sono
venuto a capo. Francesca con me non vuol parlare neppure in
confessione. Mi vede come un intruso in questo suo tentativo di
dialogo con Dio. Possiamo per sfruttare la mia conoscenza di
casi analoghi. Deciderete voi come procedere.
Vi ascolto padre disse Eufrosina attenta.
Aristide fece cenno a Eufrosina di sedersi accanto a lui sulla
panca. Francesca mi ricorda, con le dovute proporzioni, i casi
di mistiche che ho conosciuto: Margherita da Cortona, Angela
da Foligno, Chiara da Montefalco. Anche loro mangiavano pochissimo,
pregavano e meditavano con grandissima intensit. La
loro storia di vita era molto diversa: le prime due erano laiche
peccatrici convertite: madri, mogli e concubine; Chiara di Montefalco
invece era vergine e sempre vissuta in convento. Avevano
per una caratteristica in comune per cui le possiamo definire
mistiche: tutte avevano le visioni. Vedevano e parlavano con il Signore
fino a chiedergli di provare le sue stesse sofferenze. Chiara
da Montefalco portava addirittura nel suo cuore tutti i segni della
crocefissione.
Quindi, se ho ben capito, per capire la sincerit di Francesca
devo appurare se anche lei ha queste visioni.
Esattamente. Angela da Foligno vedeva nell'ostia consacrata
la gola di Ges. Nel suo caso ci sono voluti anni di travaglio per
arrivare a questo ma i mutamenti repentini dell'animo di Francesca
e la sua solida cultura mi fanno pensare che nel suo caso ci
vorr molto meno tempo per scoprirlo.
Mi affidate una responsabilit enorme.
S lo  davvero. Ma sono sicuro che sarete in grado di portare
felicemente a termine la missione che vi affido: per il bene che
volete a vostra nipote e per quello della comunit aveva concluso
lui con un sorriso di incoraggiamento.
Va bene padre, ci prover disse Eufrosina uscendo pensierosa
dalla sacrestia.
Per quasi un mese Eufrosina studi con discrezione il comportamento
della nipote senza interferire con lei in nessun modo. Si
preparava al momento in cui le avrebbe parlato. La sua analisi si stava
rivelando d'importanza fondamentale per affrontare la situazione.
La fiducia che Aristide riponeva in lei l'aveva confortata. Lui
in confessione aveva saputo ben poco di Francesca e non poteva
comunque dire nulla di quei colloqui. Per se l'avesse ritenuta
pericolosa per s o per gli altri in qualche modo l'avrebbe fatto
capire.
Durante un pomeriggio d'autunno insolitamente tiepido,
Eufrosina entr in chiesa e le disse con ferma delicatezza: Per
cortesia Francesca vieni ad aiutarmi nell'orto.
Non posso zia scusatemi replic lei continuando a fissare
rapita il crocefisso. Il suo volto grigiastro era appena illuminato
dalla fioca luce delle candele.
A Eufrosina mont una rabbia feroce nel vederla cos sofferente.
Quello era il momento di prendere in mano la situazione.
Da giorni interi trascorri le tue giornate chiusa qui. Ora vieni
con me a respirare una boccata d'aria fresca.
Non si lasci scoraggiare dall'ostile silenzio di lei. Le tir la
manica del saio, ben decisa a trascinarla fuori. Francesca si alz
dall'inginocchiatoio controvoglia e senza cederle il passo la precedette
all'uscita.
Mentre con i forconi mettevano della paglia sulle radici delle
piante perenni per proteggerle dal freddo, Eufrosina arriv subito
al nocciolo della questione: Francesca sono diversi giorni che ti
osservo. Mi sembra lampante che ci sia qualcosa che non va in te.
Francesca infilz il forcone nella terra morbida e si appoggi
al manico. Cosa intendete dire? rilanci sulla difensiva.
Questi tuoi continui digiuni mi preoccupano. Mi sono accorta
che non tocchi cibo. Eppure a Natale manca pi di un mese
e non siamo neppure in periodo di Quaresima.
Francesca assunse un'aria distaccata. Io sto bene zia. Mi sento
cos leggera... non voglio appesantire il mio corpo con quanto
non mi necessita... a me basta solo essere pura per accogliere il
Signore: di lui non sono mai sazia. Pens di essere stata convincente
e riprese il lavoro come se nulla fosse.
Ma Eufrosina non intendeva mollare la presa. Ricordati che
anche Chiara d'Assisi all'inizio della sua vita claustrale non si nutriva,
pensando che quella penitenza purificatrice ravvicinasse
alla perfezione consentendole di sentire Dio dentro quel vuoto.
Quando Francesco ne venne a conoscenza la riprese con severit:
mise da parte per un attimo la sua mitezza e le ordin di mangiare.
Anni dopo lei stessa si comport allo stesso modo con la sua
amica Agnese di Boemia che si stava uccidendo per i digiuni. Le
scrisse una lettera accorata dove le raccomandava: Il tuo sacrificio
sia sempre condito al sale della prudenza.
Zia ma io non ho fame: mantengo il pieno controllo di me
stessa. Non vi dovete preoccupare aveva insistito Francesca sentendosi
avvampare in viso.
Non  cos. Pensi non mi sia accorta che vieni di nascosto
qui nell'orto per dare un morso a una carota o a qualche radice?
Francesca cap che la zia non intendeva cambiare discorso.
Aveva appoggiato l'attrezzo sulla carriola e le si era avvicinata
guardandola in faccia stizzita: Se non mangio sento Dio perch
sono degna di lui. A volte il diavolo prende il sopravvento su di
me e ingerisco cibo. Dopo comprendo di aver commesso peccato
e mi viene da vomitare.
Francesca, dimmi la verit: tu senti e vedi il Signore? le
chiese diretta con un tono che non ammetteva giri di parole.
Riesco a sentirlo nel vuoto del mio corpo rispose con voce
flebile abbassando gli occhi.
Allora i digiuni non servono a nulla. Chi ha un vero dialogo
con lui deve riuscire anche a vederlo concluse Eufrosina con
tono fermo.
Vorreste dire che non ne sar mai degna? Avete una cos
bassa considerazione di me? replic Francesca improvvisamente
aggressiva.
Ti prego di non fraintendermi: quello che intendo dire 
un'altra cosa. Per alcuni il dialogo con il Signore avviene attraverso
la sua contemplazione. Per altri attraverso le opere che gli
rendano gloria: assistere i malati, dedicarsi ai poveri, studiare, insegnare...
ma le visioni sono proprie delle mistiche. Forse tu non
lo sei e vuoi cucirti addosso un vestito che non  il tuo.
Come vi permettete di parlarmi in questo modo? Chi credete
di essere? sbott Francesca gridandole in faccia tutta la sua
frustrazione.
Eufrosina non perse la calma. Sono semplicemente tua zia. Una
persona che ti vuole bene. Cerca di capire veramente chi sei per trovare
un modello pi consono al tuo spirito. Potrai sentirti molto meglio.
Dopo ti dedicherai al bene del prossimo con entusiasmo. Oppure
sarai ancora in tempo per decidere se diventare moglie e madre.
Ho da tempo accantonato l'idea di essere moglie e madre.
Dovreste averlo capito... rispose Francesca con tono sprezzante.
Eufrosina sent che doveva uscire allo scoperto: Perch ami
qualcuno e tuo padre Jacopo non d il suo consenso alle nozze?.
Sua nipote non si scompose, come se si aspettasse quel confronto:
No zia vi sbagliate. Ho solo paura! Ho solo paura!.
Di che cosa? Dimmelo per favore! Qui sei al sicuro non c'
nessuno che ti possa far del male.
Francesca rimase in silenzio indecisa se confidarsi. Temo di
non riuscire a essere come voi. Per questo cerco di aspirare
all'impossibile... Voi riuscite ad affrontare i sacrifici con grande dignit,
con un'incrollabile fiducia in vostro marito. Mi irritate! disse
scoppiando in lacrime.
Francesca, ti prego, ascoltami. Ho gi cercato di farti capire
che  proprio accettando i nostri limiti che possiamo crescere
nell'amore verso Dio. La tua ansia di perfezione invece sembra
dettata da un altro fine: un egoistico desiderio di volerti riempire
di spirito per non lasciare spazio al cibo. Ma questo comportamento
ti condurr solo alla morte. Noi monache portiamo avanti
la penitenza riflettendo sui nostri peccati. Solo cos ci purifichiamo
avviandoci al cammino della perfezione disse Eufrosina con
fervore. La nipote sembr finalmente predisposta ad ascoltare.
Lei decise di insistere: Bisogna capire se vuoi diventare suora con
l'unica motivazione di servire il Signore.
Voi che sembrate tanto perfetta, quali peccati dovete espiare?
la provoc Francesca con tono sprezzante come se avesse
ascoltato solo la prima parte del suo discorso.
Eufrosina non riusc a rispondere subito. Colta di sorpresa era
rimasta in silenzio troppo a lungo e Francesca aveva approfittato
della sua incertezza. Dopo averle rivolto uno sguardo deluso le
aveva voltato le spalle e si era allontanata verso la chiesa.
Lei, Eufrosina, cap allora che se voleva una confessione completa
dalla nipote doveva aprirsi e mostrarsi in tutta la sua fragilit.
Doveva farla sentire simile a s, renderla partecipe del proprio
dolore. Solo cos poteva aiutarla.
Aspetta Francesca. Ti voglio parlare con il cuore in mano.
Non pensi che io desideri Corrado qui con me e non cos lontano,
chiss dove? Riesci a capire il desiderio che ho di rivederlo, di
respirare il suo profumo, di perdermi nei suoi abbracci, di sentire
il suo respiro sul mio viso, di potergli parlare e ascoltare ancora il
suono gentile della sua voce? Mi manca tutto di lui...
Francesca si era arrestata e appariva immobile, in condizioni
di precario equilibrio, come se fosse sull'orlo di un precipizio.
Rimase in bilico per pi di un attimo, poi si gir e Eufrosina si
accorse che il suo volto aveva perso quell'espressione di sfida per
assumere i tratti della compassione.
Vi capisco zia. Pi di quanto possiate immaginare le confess
con un filo di voce.
Eufrosina le corse incontro e l'aveva stretta a s, senza ancora
immaginare da quale baratro le sue parole l'avessero strappata.
Parlami, ti scongiuro, dimmi che cosa ti tormenta! le disse
mentre l'abbracciava.
Mi ha violato... mormor Francesca fra le pieghe della tunica
di Eufrosina che profumava di pulito.
Eufrosina si sforz di dissimulare la gravit di quella confessione.
Chi  che ha abusato di te? le chiese con amore
materno.
Non ve lo posso e non ve lo voglio dire. Sto solo cercando
di scordarmi tutto disse Francesca singhiozzando come una
bambina.
Per questo hai creduto che farti monaca potesse rappresentare
la soluzione migliore? le domand accarezzandole la testa.
Francesca alz il volto rigato dalle lacrime: Pur amando
profondamente Dio, come voi neppure io ho sentito cos forte
la vocazione. Adesso che ve l'ho detto come posso tornare a
casa? Mio padre mi ripudierebbe! Finirei per diventare una poco
di buono, una donnaccia.
Non so ancora come ma ti aiuter. Promettimi che adesso ti
rimetterai in forze e mangerai. Insieme troveremo una soluzione.
S zia ci prover rispose lei riconoscente.
Bisogna che mi parli sempre. Io non ti giudico, sai? la
rimprover teneramente mentre con una carezza cancellava le
sue lacrime.
Finiamo il lavoro prima che diventi buio? le propose Francesca.
Qualche giorno pi tardi, con la scusa di dover firmare delle
carte, Eufrosina mand a chiamare il notaio Mussi, l'unica persona
che la poteva aiutare senza porle domande indiscrete.
Gabriele, sono cos felice di rivedervi! Grazie per aver accolto
il mio invito gli disse con calore in parlatorio.
Come poteva non essere altrimenti? Sapete quanto bene
provo verso di voi le rispose lui con un sorriso colmo di solidale
affetto. Eufrosina aveva sempre ammirato quel suo cortese
modo di fare che si riversava anche nel suo lavoro: l'appuntito
intreccio calligrafico con cui era solito iniziare la prima parola
dei suoi atti le ricordava la decorazione arabeggiante di manoscritti
preziosi.
Gabriele proveniva da una famiglia di notai. Forse per questo
portava con naturale eleganza il vestito di velluto nero, segno distintivo
di appartenenza al suo Ordine.
Sapevo di poter contare sulla vostra amicizia gli rivel
Eufrosina confortata dalla sua presenza che le era cos familiare. Le
unghie carnicine delle sue mani, curatissime, erano simili alle valve
dei molluschi. I capelli erano corti e neri come gli occhi, resi
pi intensi dalle profonde palpebre.
Lui le manifest la sua devozione con un complimento sincero:
Siete sempre incantevole.
Grazie Gabriele, anche se purtroppo so che lo dite solo per
la gentilezza che vi contraddistingue. Parlatemi piuttosto della
vostra famiglia: come sta?
Stiamo tutti in salute, grazie per il vostro interessamento.
Anche se quanto sta accadendo in citt ci preoccupa non poco.
Purtroppo il cugino di Corrado, come altri cinquanta congiurati,
ha subito la confisca dei suoi beni. Ora, in base agli Statuti comunali
si trovano tutti in prigione come prigionieri politici.
Mio Dio povero Giacomo! Cos' successo? disse Eufrosina
portandosi una mano alla bocca.
L'anno scorso Galeazzo aveva gi sventato una rivolta a maggioranza
guelfa ma con infiltrati ghibellini. Si  ripetuta qualche
giorno fa, quando i congiurati hanno cercato di sfruttare l'armata
di Guido Calvalcab interessato a distrarre le truppe dei Visconti
dall'assedio della sua Cremona. Come ritorsione alla congiura,
il principe ha ordinato di abbattere il palazzo che il ghibellino
Guglielmo Anguissola possedeva in citt.
Che disgrazia... Guglielmo era un caro amico di Corrado
disse Eufrosina molto turbata.
E non  tutto. Galeazzo ha dato ordine di sabotare il castello di
Casale Albino dei Visconti piacentini, quello di Aiguerra
di quel voltagabbana di Rolando Scotto e quello di Torrano di
Bandello Fulgoso. Ma la lista non  finita: i manieri di Carpaneto,
Magnano, Rezzano, Veggiola e Ziano hanno subito la stessa
sorte. La ribellione s' risolta in un fallimento totale. Le milizie
di Galeazzo guidate da Manfredo e Francesco Landi hanno sconfitto
facilmente le forze di opposizione. Cavalcab  caduto in
battaglia e anche Cremona sta per finire nelle mani dei Visconti.
Ci che mi raccontate  terribile! Anche noi monache, pur
se isolate dal resto del mondo, al di l della cinta sentiamo le
truppe marciare giorno e notte, i cavalli nitrire all'improvviso
stremati dalla fatica, e gli ordini frenetici impartiti ai soldati in
esercitazione. Le notizie che ci arrivano dalle nostre sorelle serviziali
sono per frammentarie. Non sapevo di Giacomo e sono
in angustie per lui.
Sulla sorte di vostro cugino dovete stare serena. - la rassicur
il notaio - Galeazzo non gli far del male: si  sempre dimostrato
rispettoso delle regole d'onore sui prigionieri. Poi per suscitare in
lei un minimo di spensieratezza ironizz: Questo 1322 comincia
nel migliore dei modi per il principe. Forse il suo astrologo gli ha
predetto una favorevole congiunzione astrale.
Ricordo bene la vostra passione per l'astrologia: eravate molto
bravo. - disse Eufrosina sorridendo - Oltre al piacere che mi
d rivedere il vostro volto amico, avrei bisogno della vostra competenza
per un consiglio su di una questione a cui tengo in modo
particolare. Accennavate prima agli Statuti comunali: cosa dicono
riguardo alla violenza sulle donne?
Gabriele rimase impassibile senza mostrare alcuna curiosit.
La legge  molto chiara su questo punto e non fa sconti a nessuno.
O la vittima accetta di sposarsi con il suo violentatore oppure
lo condanna alla forca. E se permettete, trovo quest'ultima
soluzione degna di un siffatto crimine. Forse non ricorderete il
caso di Bastardino, figlio illegittimo di Guelfo Landi, che su di
una pubblica strada aggred Rufina, la figlia di Jacopo Vallerosa,
minacciando di ucciderla con la falce che teneva in pugno se non
avesse soddisfatto le sue turpi voglie.
Come and a finire?
A seguito di quella violenza, la coraggiosa Rufina denunci
Bastardino. Alla domanda del giudice se acconsentisse a sposarlo lei rifiut sdegnosamente, nonostante suo padre caldeggiasse
questa soluzione. Fu cos che venne impiccato.
Pace all'anima sua disse Eufrosina inorridita, facendosi il
segno della croce.
Non volevo turbarvi con questa storia. Perdonatemi. Il notaio
appariva pentito per la crudezza del suo racconto.
Vi prego Gabriele, non dovete scusarvi. Apprezzo che mi
parliate ancora come se vi rivolgeste all'amica e non alla monaca.
Lui le fu riconoscente per l'eleganza con cui l'aveva tratto
dall'impaccio. Sono sicuro che non mi rivelerete il motivo del
vostro interesse per questo argomento e io rispetter la vostra decisione.
Permettetemi per una confidenza: sono in pena per voi.
La situazione al momento non  sicura: papa Giovanni  intenzionato
a riprendersi la Lombardia. Ha giurato vendetta contro
i Visconti e Dio solo sa quali nuove angherie dovremo aspettarci
da Galeazzo.
State tranquillo Gabriele. Non dovete assolutamente preoccuparvi
per me. Mi baster sapere che potr contare sempre sulla
vostra presenza.
Non temete, vi star vicino. Sapete che l'ho promesso a Corrado.
Mio marito sar fiero di avere un amico come voi.
Gabriele cap che il colloquio era terminato. Ora devo andare.
Un'ultima cosa prima che me ne scordi: ricordatevi che in
casi come quello che vi ho descritto prove e testimoni sono molto
importanti.
Eufrosina gli rispose con un affettuoso sorriso e si ritir. Rivedere
quell'amico dopo tanti anni le aveva scaldato il cuore. Mentre
camminava nel chiostro per riordinare le idee venne raggiunta
dalla madre superiora tutta trafelata.
Suor Giovanna, venite, presto!
Ditemi madre, cos' successo?
Vostra nipote: si  sentita male!
Corsero verso la chiesa seguite da Pancrazia e l trovarono
Francesca riversa sui gradini dell'altare.
Poveretta:  bianca come il petto di pollo bollito... era sfuggito
a Pancrazia.
Non dire idiozie Pancrazia! Va' piuttosto in cucina a prendere
un panno e imbevilo d'aceto le ordin suor Matilde.
Distesero Francesca per terra e le sollevarono le gambe facendo
riaffluire il sangue alla testa. Quando si accorsero che riprendeva
un po' di colore Eufrosina le mise sotto il naso il panno per
farle riprendere i sensi.
Sono cos preoccupata per lei - le confid suor Matilde
- questa ragazza  troppo deperita... forse  malata di tubercolosi.
No madre ne sono certa: Francesca  sana. Vedrete che si
riprender le disse Eufrosina convinta. Sapeva che una mite rassicurazione
era sufficiente a convincerla. Di frequente le novizie
si indebolivano tanto da prostrarsi anche nel corpo.
Francesca, sono tua zia Eufrosina, mi riconosci? le domand
preoccupata notando che cercava di riaprire gli occhi.
Adesso s... vi vedo... Madre scusate per il disturbo che vi
sto arrecando. Si accorse che Eufrosina si era inginocchiata accanto
a lei e la teneva fra le braccia cullandola.
Quando te la sentirai, con calma, cerca di alzarti e vai a bere
un po' di brodo. Riprenderai subito le forze le fece coraggio la
superiora.
Nel refettorio non c'era nessuno. Eufrosina aiut la nipote a
sedersi vicino al fuoco mentre le scaldava la minestra. Si chiedeva
come Corrado si sarebbe comportato in quella situazione; invoc
in silenzio il suo aiuto, poi le chiese col tono pi disinvolto possibile:
Cos'ha provocato il tuo malore?.
Francesca stava provando una sensazione positiva. Le sembrava
di essere come a casa, quando se non stava bene sua madre si preoccupava
per lei. Confortata da quell'immagine si confid: Stanotte
zia ho fatto un sogno orribile. Il mio cadavere giaceva in una cassa di
legno scoperchiata. Avevo gi il ventre gonfio e sembrava che sorridessi
in pace. Poi dalla mia bocca  uscito un serpente, poi un rospo
e poi altri ancora fino a esserne totalmente ricoperta. Cercavo di togliermi
di dosso quelle bestie immonde ma non ne avevo la forza:
ero morta. Non mi trovavo neppure in Purgatorio ma direttamente
nell'antro dell'Inferno, pronta per la dannazione eterna. Poi mi sono
svegliata... tremavo dal terrore. Ho pensato di rivolgermi a Dio per
chiedergli la salvezza della mia anima. Altro... altro... non ricordo.
Eufrosina le diede una carezza. Stai lentamente guarendo. La
tua reazione lo dimostra. Ora pi che mai non permettere che il
male prenda il sopravvento su di te. Tu sei viva!
Francesca le trattenne la mano. Voleva sentire ancora sul viso quel
calore cos intenso: Zia mi riscaldate l'anima con queste parole.
Ne sono davvero felice.
Erano rimaste in silenzio qualche minuto per vivere fino in
fondo quel momento di equilibrio raggiunto cos faticosamente.
Eufrosina prese un mestolo dalla rastrelliera, vers il brodo bollente
in una scodella di coccio e l'allung a Francesca che ci soffi
sopra prima di sorbirlo.
Le tue guance ora sono rosee comment Eufrosina soddisfatta
quando vide che la ciotola era vuota. Francesca prov ad
alzarsi, ma la zia la ferm: Stai seduta, ci penso io a rigovernare.
Zia, siete poi riuscita a parlare con il vostro amico?
Mi trovavo a colloquio proprio con lui quando ti sei sentita
male. Gli ho chiesto con discrezione la pena prevista dallo Statuto
contro chi si macchia del reato di stupro.
E cosa vi ha risposto?
La legge parla chiaro: denunci il tuo aggressore e sar condannato
alla forca. Oppure...
Proseguite vi prego!
... oppure lo sposi.
Francesca cominci ad agitarsi. Non ho nessuna intenzione
di sposare chi mi ha rovinato!
Allora saresti disposta alla denuncia e condannarlo cos a
morte certa?
S! S! S! le url addosso.
Ne sei sicura? Veder morire un uomo, anche se ci ha fatto del
male,  un'esperienza terrificante.
Cristo ha perdonato i suoi carnefici io non ne sarei capace!
grid Francesca ormai infuriata.
Eufrosina si sforz di essere chiara: La strada del perdono 
lunga e tortuosa ma potrebbe essere l'inizio della tua conversione.
Forse, grazie al tuo esempio, anche il tuo carnefice potr redimersi.
Il monastero allora non sar pi la tana dove nasconderti: diverr il
centro del tuo mondo dove riuscirai finalmente a essere te stessa.
A queste parole l'atteggiamento di Francesca si fece pi mite e
riflessivo. Si prese una pausa e le rispose: Devo capire se la giustizia
mi sar di conforto. Devo far tornare alla mente dei ricordi orribili
e ricostruire quello che  successo... Ma  cos difficile zia!.
Provaci, Francesca, provaci. Ti far bene.
Conoscevo da tempo quel ragazzo. - disse facendosi coraggio
- Mi piacevano i suoi gesti cortesi e i versi poetici che mi dedicava:
mi facevano sentire al centro del mondo. E il suo sorriso,
zia, ah il suo sorriso... era cos avvolgente che ogni volta sembrava
mi abbracciasse.
Poi cos' successo?
Francesca si rabbui. Quel pomeriggio giocavamo a scacchi
in camera mia e... no, non ce la faccio a proseguire.
Eufrosina le si sedette vicina e la confort: Non pensare a
quei momenti. Soffermati su quello che hai provato dopo.
Ho provato vergogna zia.
Vergogna di cosa? le domand sorpresa Eufrosina.
Per non avere avuto la forza di divincolarmi dalla sua presa,
per essere rimasta l ferma senza neppure chiedere aiuto. Come
paralizzata.
Che momenti terribili hai vissuto povera cara. Devi essere
pi indulgente con te stessa: la tua reazione  del tutto normale.
Ma dimmi di lui: poi cosa ti ha detto? Ti ha minacciata?
No zia. Si  preso la testa fra le mani e continuava a ripetere:
Perch l'ho fatto? Perch? Perch? Il suo bel volto era come
sfigurato.
Il rimorso aveva preso il sopravvento su di lui?
Credo l'abbia reso consapevole dello scempio che aveva
commesso.
E tu?
Me ne stavo ferma sul letto, guardando immobile il soffitto.
Lui mi ha chiesto di perdonarlo, mi implorava: Non preoccuparti,
ci sposeremo e cos sistemiamo tutto... ma io non ho voluto.
Perch hai deciso cos? Sarebbe stata la soluzione pi semplice.
Avrei perso la stima di me stessa! - disse Francesca convinta -
Non sarei pi stata in grado di guardarlo in faccia per tutta la vita!
Ti capisco. Anche io avrei reagito cos.
Zia... chi sa di aver sbagliato sa anche di meritare la giusta
punizione?
Certamente Francesca: questo vuol dire che la sua anima ha
un peso.
Pensate che si possa pentire se sa di aver commesso un grave
peccato?
Questo solo tu lo puoi sapere. Se deciderai di denunciarlo
rimarr al tuo fianco e ti trover il miglior avvocato. Hai dei testimoni
a tuo favore?
Francesca impieg qualche istante a far riemergere un altro ricordo
che aveva voluto seppellire. Lombarda, la mia domestica.
Ha visto quando lui  uscito da camera mia.
Non le  sembrato strano di trovarlo l?
Non pi di tanto. L'aveva visto diverse volte al castello per
l'amicizia che lo legava a mio fratello Pietro.
Lombarda ha capito quello che era successo?
S e l'ho implorata di non tradire il mio segreto. Mi ha preparato
un bagno caldo. Nel frattempo  andata a lavare la biancheria
in modo che nessuno si accorgesse di quanto era accaduto.
Conosco Lombarda: ti vuole bene come una figlia:  una
donna libera e se ci sar bisogno di testimoniare non si tirer
certo indietro.
Ora basta zia, vi prego, sono cos stanca.
Va bene Francesca. Cerca di capire che i tuoi alti e bassi, i
tuoi repentini sbalzi d'umore, la noia e l'aggressivit che manifesti
nell'arco di una giornata sono del tutto normali dopo quello
che ti  capitato.
Ci prover, ma voi statemi vicino disse mentre Eufrosina
la stringeva forte in un ultimo abbraccio prima di tornare dalle altre.
....
.
...
CAPITOLO 24.
...
.
...
La favorevole congiunzione astrale che il notaio Mussi aveva predetto
a Galeazzo non si era rivelata corretta. L'Inquisizione aveva accelerato
i tempi del processo al padre Matteo e a marzo del 1322 aveva
giudicato l'anziano signore di Milano colpevole di eresia. Come
conseguenza era stato definitivamente scomunicato e definito infame.
Gli altri Visconti: Galeazzo, Luchino, Marco e Stefano vennero
condannati alla stessa stregua. L'unico che si salv dalla scomunica fu
Azzone che all'epoca dei fatti contestati era ancora troppo giovane.
Il provvedimento, fortemente voluto da papa Giovanni, prevedeva
anche la confisca dei loro beni. Non costituiva solo la dissoluzione
del mito sacrale del signore ma minava anche il suo
potere civile. I sudditi non avevano pi l'obbligo di obbedienza
a colui che, da quel momento in poi, diventava un emarginato
dalla societas.
La tetra atmosfera che incombeva su Piacenza era sottolineata
dal silenzio delle campane. Il tempo sembrava sospeso in attesa
che nuovi eventi favorevoli facessero ricominciare la cadenza delle
ore e dei giorni.
Muoiano i Visconti! Muoiano i ghibellini! Viva la Chiesa!
Nel pieno della notte fra l'otto e il nove di ottobre di quell'anno,
al riecheggiare di questo grido di guerra, la moglie del notaio
Mussi si dest all'improvviso e lo scosse vigorosamente dal sonno:
Gabriele, svegliati, non senti questo trambusto?.
Il notaio cap subito che per strada stava succedendo qualcosa
di grave e balz gi dal letto.
Vado a vedere. Tu intanto barricati in casa le aveva raccomandato
mentre si rivestiva di tutta fretta.
Sei impazzito? Fermati!  pericoloso! lo implor inutilmente.
Gabriele scese dabbasso in tempo per vedere Obizzo Landi
sfilare davanti a casa alla testa di un esercito che aveva stimato in
almeno duecento fanti e quattrocento cavalieri. Ma la cosa pi
incredibile era che portavano i vessilli da battaglia della Chiesa: le
chiavi d'oro incrociate su sfondo carminio.
Vergiuso che comanda l'esercito del Papa?!? esclam il notaio
sgranando incredulo gli occhi per quell'inaspettato cambio di
fronte del capitano di Galeazzo.
Il Visconti era assente da Piacenza. Si era dovuto recare a
Milano ai funerali del padre Matteo. Per legittimare la propria
successione agli occhi del fratello Marco, si era portato appresso
gran parte dell'esercito. Aveva lasciato in citt solo un centinaio
di fanti al comando di Manfredo Landi e come reggente suo figlio
Azzone non ancora ventenne.
In realt, da tempo Obizzo preparava il colpo di Stato. Lo
stesso Galeazzo sospettava un suo coinvolgimento nelle congiure
di quel periodo e aveva ordinato a Manfredo Landi di metterlo
sotto assedio presso il suo castello di Rivalta. Il Vergiuso era per
riuscito a fuggire ad Asti dov'era accampato l'esercito pontificio e
aveva proposto al legato papale, Bertrando del Poggetto, di conquistare
Piacenza cogliendo di sorpresa Manfredo e la sua sparuta
compagnia.
Il cardinale non credeva alle sue orecchie: conquistare l'importante
cerniera fra Asti e l'Emilia con a capo dell'esercito pontificio
un ghibellino da sempre fedele ai Visconti! E tutto questo con un
modesto spiegamento di forze. Che facile vittoria rispetto alla vergognosa
ritirata di Filippo di Valois da Vercelli, quando se l'era
data a gambe vedendo le imponenti forze dispiegate dalla Vipera
milanese! Bertrando del Poggetto aveva subito accordato il suo sostegno
all'operazione con forze sufficienti per un agguato ma non
per un assedio. Potendo contare su una quinta colonna a Piacenza,
gli infiltrati del Vergiuso avevano praticato un foro nelle mura in ristrutturazione
all'altezza del priorato di santa Vittoria. Da l, quella
notte, Obizzo e l'esercito papale erano penetrati in citt.
Unitosi alla calca munita di torce che seguiva l'armata, Gabriele
aveva raggiunto piazza Maggiore dove la folla si era arrestata
per lanciare invettive di morte contro il reggente e il podest.
Lui decise invece di continuare a seguire l'esercito verso piazza
Duomo dove si stava organizzando la resistenza. In realt, viste le
soverchianti forze pontificie, si era subito reso conto che i ghibellini
non potevano resistere per molto.
Manfredo e Bernab Landi, i due fratelli Anguissola, Francesco
e Lancillotto, Oberto Cairo e il giudice Antonino Sordi furono
presto costretti a una ben poco onorevole fuga: avevano sfondato
a colpi di scure i battenti di porta Nuova lasciata incustodita
dalle guardie che, alla malparata, erano fuggite con le chiavi.
Mussi corse sotto palazzo Vecchio. Sempre pi incredulo,
vide la gente accapigliarsi per afferrare al volo le monete d'oro
che Beatrice d'Este lanciava dal balcone. Con questo diversivo
proteggeva la fuga del figlio Azzone che, grazie all'aiuto dei loro
uomini pi fidati, a fatica s'era messo in salvo, scappando a cavallo
dalla citt in rivolta.
Protetto dalla cappa scura e dalla totale assenza di luna, Gabriele
prese per porta Raimonda e si incammin furtivo verso il
monastero di Eufrosina. Quando sentiva gli zoccoli dei destrieri
lanciati al galoppo aggredire il selciato, per non farsi notare sfruttava
le rientranze degli androni. Scampanell e buss pi volte
con vigore al portone del monastero preoccupandosi perch non
rispondeva nessuno.
Domineddio che altro succede? borbott la guardiana accorrendo
trafelata. Apr sospettosa lo spioncino. Chi siete, che
volete? lo apostrof.
Sono il notaio Mussi sorella. Non vi dovete preoccupare.
Volevo solo avvertirvi che le truppe del Papa hanno ripreso il
controllo della citt.
Ges Cristo sia lodato! - disse l'anziana monaca tirando un
sospiro di sollievo - Finalmente una buona notizia. Grazie per
averci informate!
Torner domattina quando la situazione si sar stabilizzata.
Va bene, ma ora tornate a casa, sbrigatevi!  pericolosissimo
stare l fuori! Adesso devo andare! disse la monaca chiudendo
alla svelta la feritoia.
Eufrosina e le altre sorelle erano in chiesa a recitare il mattutino
quando, come per tacito assenso, si interruppero una a
una. Prestavano attenzione al caos che proveniva dall'esterno del
convento.
Continuate a pregare sorelle. Non so cosa stia succedendo l
fuori, ma il Signore ci protegger! era intervenuta suor Matilde
per tranquillizzarle.
Pancrazia era terrorizzata. Non voleva fare la fine delle suore
repentite, stuprate qualche anno prima dai mercenari del guelfo Francesco
Scotto. Io ho paura, nascondiamoci! strill presa dal panico.
Francesca si alz di scatto dall'inginocchiatoio e scapp fuori
dalla chiesa approfittando dello smarrimento generale. Non appena
si resero conto della sua fuga, Pancrazia e altre cinque giovani
suore la imitarono. Prima per che potessero uscire anche loro
vennero bloccate dalla superiora. Voi fermatevi! Suor Giovanna
riportatela qui, subito! aveva ordinato indicando Eufrosina che
si precipit all'inseguimento della nipote. Si fece largo a spintoni
fra le monache strepitanti che occupavano l'uscita. Fuori il buio
avvolgeva ogni cosa e di Francesca nessuna traccia. Riflett velocemente:
Francesca poteva essersi diretta verso il portone d'ingresso
oppure aver preso per il chiostro. Le chiavi del passo carraio le avevano la superiora e la guardiana. Quindi non aveva senso
dirigersi da quella parte... a meno che Francesca non le avesse
rubate. D'altro canto sua nipote si poteva anche essere nascosta
in solaio, in cantina, oppure aver preso dalla rimessa dell'orto la
scala nel tentativo di scavalcare il muro di cinta. Un brivido le
percorse la schiena per un terribile presentimento. Corse verso il
chiostro e l la vide nella penombra: stava cercando di scavalcare
il bordo del pozzo, intralciata dal lungo abito. Protetta dall'oscurit
le si avvicin in silenzio per non procurarle uno spavento
che avrebbe potuto avere conseguenze fatali. L'unico rumore era
quello del suo cuore che batteva all'impazzata.
Fermati Francesca in nome di Dio! le grid afferrandola per
il vestito. Ma lei non l'ascoltava: sembrava caduta in trance.
Lasciatemi! Lasciatemi! supplicava Francesca che si era attaccata
con le mani al supporto di ferro battuto della carrucola.
Non sembrava aver riconosciuto Eufrosina che le agguant i polsi
e la scosse con una forza tale che il secchio appeso all'asta si stacc
dal gancio. Impieg qualche secondo per raggiungere il fondo,
dodici metri pi sotto.
Non voglio! Non voglio! supplicava ostinata Francesca
quando si sent afferrare, immobilizzata come quella volta da quel
giovane. Ora per era ben decisa a ribellarsi.
Staccati subito Francesca! Sono io, tua zia Eufrosina! disse
accortasi che non la riconosceva.
Francesca non l'ascoltava ed era riuscita a oltrepassare il parapetto.
Stacc le mani dall'asta e cerc di divincolarsi, decisa a
raggiungere a tentoni i pioli della scala di ferro che conduceva al
nascondiglio dentro il pozzo. Eufrosina la teneva saldamente ma
non avrebbe resistito pi di tanto in quella posizione: le scivolava
gi, non c'erano appigli su cui poteva aggrapparsi, stava per trascinare
anche lei.
Aiutami Corrado! Aiutami! implor Eufrosina con quanto
fiato aveva in gola.
A queste parole Francesca sembr ridestarsi. Si rese conto finalmente
che era sua zia a trattenerla e non per farle del male.
L'istinto di conservazione la fece subito urlare: Zia, ti prego non
mi mollare!.
Resisti Francesca, ce la faremo! Aiuto! Aiuto!
Eufrosina stava per perdere l'equilibrio. Ormai era anche lei
in bilico sulla balaustra, quando sent due mani forti trattenerla
per le caviglie e due robuste sorelle, Barbara e Crocefissa, afferrare
sua nipote per le braccia.
Siamo qui, Eufrosina! l'aveva rincorata Pancrazia.
Non voglio morire! Non voglio morire! singhiozzava disperata
Francesca, penzolando nel vuoto.
Francesca, stai calma. Devi aiutarci: da sole non ce la facciamo
a salvarti! la esortarono.
Ci sono delle rientranze fra i mattoni. Puntellaci i piedi! le
disse Eufrosina.
Due sorelle anziane avevano portato delle torce e con quelle
illuminavano il pozzo. Pancrazia aveva preso la fune prima utilizzata
per il secchio e l'aveva calata verso Francesca. Lei, scalza, era
riuscita a far presa su due minuscole cavit.
Forza, tiriamola su, tutte insieme! le esort Matilde.
Al primo tentativo, Francesca era scivolata e alle suore era
sfuggito un grido unanime di paura.
Calme, dobbiamo stare calme, riproviamoci! le incoraggi
la superiora.
Ripresero posizione e quando Francesca trov un appiglio pi
sicuro, si diede uno slancio pi forte. In quell'istante la tirarono
tutte insieme.
Appena in piedi Francesca s'era rifugiata fra le braccia della
zia e cercava di spiegare il suo delirio: Il demonio! Il demonio
mi stava venendo a prendere. Volevo rifugiarmi nel nascondiglio
segreto.
Siamo qui noi con te. Nessuno ti far del male la consol,
circondata dalle altre suore che annuirono alle sue parole.
Oh mio Dio! Cos'altro  successo? domand la sorella guardiana
che era accorsa dalla guardiola attratta da quel chiasso.
Un attacco di panico ha sorpreso Francesca. Ma la divina
provvidenza ci ha aiutate a salvarla la rassicur suor Matilde.
Sta meglio adesso? chiese preoccupata la guardiana.
S, ora s. - disse Eufrosina cercando di sdrammatizzare - 
stata colta dal terrore per le grida che si sentivano provenire da
fuori. Pensava che i mercenari volessero entrare in convento.
L'anziana suora le sorrise. Sapeva di essere sorda e pure
un po' rimbambita e per questo nessuno la teneva in considerazione.
Eppure adesso che poteva dare una buona notizia si
sentiva importante: Non preoccuparti, cara Francesca, proprio
ora il notaio Mussi mi ha riferito che il santo Padre ha
cacciato i Visconti.
Eufrosina ringrazi nel suo cuore Gabriele. Dondol entusiasta
Francesca, stringendola forte: Che bella notizia! Vedi che da
ora in poi non avrai pi nulla da temere?.
Su rientrate in chiesa, continuo io a stare all'erta sugger
bonariamente la guardiana che ora si sentiva indispensabile alla
comunit.
Francesca si era rivolta alle consorelle: Scusatemi tutte voi
per le preoccupazioni che vi sto dando, non ve le meritate davvero.
Nonostante quest'anno mi sia comportata molto male, ho
capito che il bene di mia zia e la vostra amicizia sono le uniche
cose davvero importanti. Ve ne sono immensamente grata.
Forza, andiamo a prendere una tisana. Ci calmer disse suor
Matilde.
Eufrosina accompagn sua nipote in infermeria per disinfettarle
con l'aceto le escoriazioni che aveva su gambe e braccia.
Francesca ti bruciano tanto? le chiese premurosa.
No zia, non  nulla.  la mia anima a essere in fiamme.
Mi spieghi cos' successo?
Avevi ragione tu. Questi mesi sono stati davvero difficili.
Anche se mi sono sforzata di mangiare, il mio corpo si ribellava a
quello che la mia mente gli imponeva. Spesso ho vomitato. Tante
volte, per colpa della fame, ho avuto delle allucinazioni che questa
sera non sono riuscita a controllare.
Ma perch non me l'hai detto? la sgrid Eufrosina.
Penso sempre di cavarmela e invece non  cos. Sono una
stupida si giustific mortificata Francesca.
Non lo sei per nulla. Credo invece tu sia intelligente. Cosa ti
ha fatto rientrare da quello stato di semi coscienza in cui versavi
poco fa?
Quando hai invocato l'aiuto di Corrado. Per me  stata la
prova tangibile del vostro dialogo silenzioso.
S  cos. Ci parliamo sempre. Ma in che modo questo ti ha
aiutato?
Quella disperata forza d'amore che mi stavi dimostrando mi
ha fatto balenare l'idea che fosse la stessa che provavi per lui. In
quell'istante, anche io mi sono sentita amata da te.
Quando ti ripetevo che ero solo la pianticella di Corrado
come lo era Chiara per Francesco non ci credevi? disse Eufrosina
sorridendole con dolcezza.
Fino in fondo no. Adesso invece ho capito che le tue radici
sono ben salde. Mi hai dato prova di fiducia incondizionata in
tuo marito. Quella che dobbiamo riporre nelle persone che amiamo
per farci amare. Sapevo che mi avresti salvata.
Adesso - le disse Eufrosina mentre l'abbracciava - sei pronta
per decidere se denunciare o no quel ragazzo. Senza n vincoli n
costrizioni.
Il peso di questa scelta mi stava schiacciando l'anima. Ma
devo fidarmi del mio istinto e della mia ragione. Ora che la Chiesa
ha ripreso il controllo della citt, mio padre Jacopo mi verr a
riprendere. Non ho pi tempo per pensare.
Cosa ti suggeriscono istinto e ragione?
Penso che il pentimento di quel giovane sia sincero le rispose
di getto Francesca. Fiss a lungo Eufrosina negli occhi, sperando
di leggervi un tacito consenso alla decisione che stava maturando.
Infine disse: Sar coerente con la mia scelta di entrare nell'Ordine
delle benedettine. Solo cos riuscir a essere credibile di fronte
alla mia famiglia. Anche se le motivazioni ora sono ben diverse.
Ne sei sicura?
No, non lo sono, ma mi avete insegnato voi che non occorre la perfezione per essere una buona suora.
....
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CAPITOLO 25.
...
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...
Il 25 di novembre il cardinale del Poggetto entr trionfalmente
a Piacenza. Si trovava in testa al corteo composto da cinquecento
cavalieri, trecento balestrieri e sessanta soldati che tenevano
per le briglie altrettanti asini e muli da soma. Il nipote
di Giovanni ventiduesimo non riusciva a dissimulare la sua soddisfazione per la facile conquista. Cinque giorni dopo giunsero 
due battaglioni composti ciascuno da mille fanti e duemila cavalieri al soldo di Roberto d'Angi che era stato nominato dal Papa legittimo
vicario imperiale. Il 3 dicembre arriv il patriarca di Aquileia
con cinquecento soldati, a seguire le rappresentanze guelfe della
Lombardia, di Fissagra, i fuoriusciti da Lodi e da Bergamo, gli
ambasciatori da Crema.
Si presentarono perfino Francesco da Garbagnate e Simone Crivelli,
in esilio dopo aver invano tentato di strappare Milano a Galeazzo
che era stato costretto a rifugiarsi per un mese a Lodi presso
i parenti di Eufrosina. Suo cugino Lodrisio Visconti, complice dei
due congiurati, aveva poi dovuto invocare il suo ritorno in patria per
scongiurare una ripresa del potere da parte dei guelfi Torriani.
La folla rumoreggiava entusiasta nella piazza del Duomo, addobbata
a festa per la cerimonia d'insediamento del nuovo vescovo.
Alle finestre dei palazzi e sul sagrato facevano bella mostra i
vessilli della citt e della Chiesa l'uno accanto all'altro come segno
della pace riconquistata.
Secondo alcuni cronisti, chi non riusciva a raggiungere Avignone
si trasferiva a Piacenza tanto la corte pontificia aveva acquistato
lustro e importanza. Quel giorno tra le piazze e le vie limitrofe,
confusi fra i cittadini, si contavano circa seimila stranieri: prelati,
ambasciatori, rappresentanti di altre citt e soprattutto mercenari.
In quella torre di Babele si intrecciavano vari idiomi: i gagliardi
guasconi strascicavano le consonanti come la erre e la effe; gli
spigolosi provenzali, i rodaniani e i marittimi, al contrario, usavano
marcare le consonanti; gli allampanati catalani con la loro
abitudine di elidere le parole singole; i biondi svizzeri e i tedeschi, i pi alti, parlavano un linguaggio incomprensibile a tutti.
Mescolate nella folla, un centinaio di prostitute erano riconoscibili
da scialli e coccarde di colore giallo, tollerate dalle autorit
religiose come complemento importantissimo per raffreddare gli
animi di quella soldataglia.
Per fortuna, vennero scoperte in un magazzino alla Fodesta
tremilaseicento tonnellate di grano e altri cereali e sale in quantit, tanto da sfamare nell'immediato questa variopinta moltitudine di persone.
Aristide, che gradita sorpresa incontrarvi! esclam il notaio
Mussi scorgendo l'anziano frate all'ingresso della cattedrale in attesa come lui dell'arrivo di Bernardo secondo del Cairo.
Dopo sei anni di assenza, finalmente la diocesi ha di nuovo
un pastore. Non potevo mancare. - gli rispose Aristide con un caloroso
sorriso - Prima di andarmene, vedere la mia citt di nuovo
in mano alla Chiesa non pu farmi che piacere.
Per nonostante il vostro voto di obbedienza, siete sempre
stato contrario a certi suoi metodi, come la tortura praticata agli
eretici gli fece notare Gabriele.
S,  corretto. Sono e sar sempre contrario alla violenza.
Dopo una breve pausa aggiunse con malcelato disprezzo: Ora
temo che Piacenza diventi una seconda Avignone con tutti questi
prelati francesi.
Il pericolo esiste, basta che ci guardiamo intorno. Oggi per
godetevi la giornata: finalmente le campane sono tornate a suonare.
Si celebrano di nuovo i matrimoni e la domenica possiamo
andare a messa.
Poi il notaio cambi discorso: Notizie di Corrado ne avete?.
Ho saputo che si trova a Roma. Sta lavorando presso l'ospedale
del convento di san Giacomo. L'ho detto a Eufrosina, ne era
molto felice. Loro due rappresentano il mio pi grande successo.
Pure io lo credo. Adesso dove andrete?
Torner a Montefalco, dove ho iniziato la mia missione da
francescano. Vorrei trovarmi l quando il Signore mi chiamer.
Sono sicuro che vi faranno beato gli disse Gabriele con affetto
sincero, e questa volta non ebbe bisogno di consultare le
stelle per una previsione che si sarebbe rivelata esatta.
Siete l'unico a esserne convinto si schern il frate incrociando
in segno di remissione le mani sullo scarno torace. Si accorse
che poco distante c'era una persona a loro ben nota. Andiamo
a salutare il padre di Corrado gli propose. Tommaso, qualche
gradino pi sotto, stava in piedi a fatica sorreggendosi alla spalla
di suo figlio Pietrino.
Pace e bene, signor conte, pace e bene Pietrino li aveva salutati
Aristide con deferenza. Come membro anziano della famiglia, Tommaso
era pronto a svolgere il suo ruolo nella cerimonia e per questo
indossava la lunga tunica scarlatta. Mascherava la sofferenza con una
strana smorfia, una sorta di doloroso sorriso. Per non rischiare cedimenti,
in segno di saluto si era limitato a un cenno col mento.
Aristide, Gabriele, lieto di vedervi! li aveva festosamente accolti
Pietrino fiero di apparire finalmente in pubblico accanto a
suo padre.
Questa, caro Aristide,  la mia ultima apparizione in pubblico.
Proprio il giorno che rappresenta l'apogeo per la mia famiglia.
Un finale glorioso gli aveva commentato sarcastico Tommaso
mentre i giovani parlavano fra di loro.
Cosa vi succede signor conte?
Eh caro Aristide, mi sento cos fragile in mezzo a tutta questa
gente... Ho l'impressione di avere addosso sguardi di piet mista
a disprezzo.
Perch mai la gente dovrebbe pensare questo? gli chiese stupefatto.
Guardateli, Aristide, sembra si chiedano: Chi  costui? Chi
rimane senza moglie  vedovo, chi perde un genitore  orfano. Ma
lui che non ha pi suo figlio?. Nulla Aristide. Non sono nulla.
Signor conte, sono sicuro che nessuno pensa una cosa del
genere lo sment il frate facendosi serio.
Vi rendete conto che la mia famiglia ha completamente dimenticato
Corrado?
Un giorno di lui si ricorderanno tutti: vivr per sempre nei
cuori delle persone. Poco importa se adesso i Confalonieri lo hanno
gi dimenticato. Le generazioni future gli tributeranno grandi
onori.
Queste parole riuscirono a scuotere Tommaso dal suo pessimismo:
Ne siete sicuro?.
Certamente. Ricordatevi che Corrado vi vuole bene. Ha
scelto un altro Padre ma non vi ha mai rinnegato, anzi vi rispetta
e vi ammira.
Tommaso finalmente sorrise: Volete dire che anch'io ho fatto
qualcosa di buono nella mia vita?.
Di sicuro. - disse Aristide stringendogli le mani in segno di
conforto - Continuate ad avere fiducia in vostro figlio e non vi
preoccupate delle persone che vi stanno intorno in questo momento.
Lui vorrebbe che voi foste felice, soprattutto in un giorno
come questo.
Tommaso appariva commosso. Spero davvero che abbiate
ragione. Grazie Aristide.
Vennero interrotti dallo squillo di tromba dell'araldo che annunciava
l'arrivo del Vescovo. Ciascuno aveva ripreso la posizione
che di diritto gli spettava nella cerimonia. Il notaio si mise sul
lato destro dell'ingresso alla basilica assieme agli altri suoi colleghi vestiti di nero, mentre dall'altra parte, con la divisa carminio, stavano i medici.
Apriva il corteo a cavallo don Filippo Confalonieri, vicario capitolare, in veste color porpora. Alla sua sinistra il nipote Giacomo, con la toga da giudice e alla sua destra il nipote Tommaso, miles, che indossava la brillante armatura d'acciaio appartenuta a Corrado.
Rappresentavano rispettivamente la Chiesa, il giureconsulto e il
cavalierato. Il giovane Tommaso reggeva lo scudo di cuoio cremisi
e il gonfalone d'argento. Posti sulla sommit del suo elmo penzolavano
dei nastri degli stessi colori. Alle loro spalle, Bernardo secondo, con indosso una cappa di seta candida e il cappello pontificale, era in groppa al palafreno bianco - dono della famiglia Confalonieri -
che era tenuto per le briglie da Pietro, il fratello di Francesca.
Altri otto fra nipoti e cugini vestiti di panno vermiglio, sostenevano
il baldacchino di lino bianco che proteggeva Bernardo
dal sole caldo di quella met di giugno. Seguivano il corteo gli
altri rappresentanti della famiglia e dietro di loro Obizzo Landi,
i nobili, i magistrati, i membri del consiglio comunale, i rappresentanti delle corporazioni.
Giunto davanti alla basilica il vescovo era smontato agilmente
dalla staffa con il provvido supporto di due valletti. Salut il popolo che lo aveva accolto con un'ovazione. Tommaso, con l'aiuto
di una pedana, era riuscito a salirci lui su quel palafreno e aveva
percorso al trotto la piazza mentre la folla lo acclamava entusiasta.
Bernardo aveva salito i gradini del Duomo. Davanti alla porta
spalancata, si era inginocchiato su di un cuscino di broccato d'oro
e aveva baciato la croce che gli era stata presentata da don Filippo.
Seguito dal canto festoso del coro, il nuovo vescovo aveva percorso
la navata centrale per andare a deporre la mitria sul faldistorio.
Come segno di riconoscimento era stato condotto in sedia
da Tommaso per poi essere raggiunto dagli altri Confalonieri che
avevano pronunciato all'unisono questo solenne giuramento:
Noi nobili Confalonieri, come vassalli della Chiesa piacentina, da
quest'ora in avanti protestiamo di essere ubbidienti al nostro protettore sant'Antonino e alla santa Chiesa piacentina e a vostra reverenza  nostro vescovo. 
Noi non saremo in nessun consilio, consenso, aiuto o fatto
che sia d'offesa alla vostra vita et procureremo che non siano contro
di voi mani violenti, n che si apportino ingiurie ancor di minimo
colore al vescovo piacentino. Difenderemo con tutta la forza li tesori
della santa Chiesa piacentina. Procureremo di mantenere et accrescere
l'autorit della santa Chiesa piacentina.
Non saremo in alcuna congiura nella quale sia macchinata qualche
sinistra cosa contro la vostra giurisdizione et ancora alla stessa Chiesa  piacentina. Che se conosceremo che siano trattate, o procurate queste cose da chiunque, noi industriosamente l'impediremo e pi presto che potremo ve lo significheremo, o a voi o ad un altro per mezzo del  quale possa venirvi notizia. Dio ci aiuti e questi Santi Evangeli.
Terminata la benedizione al popolo che non era riuscito a
entrare in chiesa, il fratello di Corrado, Jacopo, si avvicin al
vescovo: Eccellenza reverendissima, posso presentarle mia figlia
Francesca? Da un anno  monaca dalle benedettine di santa
Caterina.
Francesca aveva chinato la testa aspettando che Bernardo le
rivolgesse la parola. Il vescovo si appoggiava al bastone pastorale
con il riccio rivolto all'esterno, segno che aveva preso possesso
della diocesi. Le porse l'anello per il saluto. Un'altra Confalonieri
in convento. Splendida, splendida notizia! Speriamo segua le
orme della sua ava: la beata Adelasia!
Se il Signore lo vorr, Eccellenza aveva risposto Francesca
con lucida determinazione.
Dopo aver nominato Vergiuso rettore della citt, come primo
provvedimento Bertrando del Poggetto concesse di promulgare
un lodo di pacificazione generale che prevedeva la scarcerazione
dei prigionieri delle fazioni guelfe e ghibelline, e l'annullamento
dei provvedimenti di confisca dei beni e delle pene pecuniarie.
Giacomo Confalonieri pot cos riprendere a seguire le orme
del suo omonimo nonno e nel corso degli anni fu nominato podest
di Siena, di Bologna e di Perugia. Suo fratello Tommaso
ebbe l'onore di essere fra i testimoni del giuramento di fedelt di
Obizzo alla Chiesa.
Le casse comunali erano vuote, prosciugate da Galeazzo. Il
compenso per il Vergiuso di diecimila lire piacentine si sarebbe dovuto
ricavare dalla tassa comunale, la gabella grossa, fino all'ammontare
concordato. Il capitano doveva per utilizzare la somma
per l'acquisto di beni in feudo dal Comune, come condizione di
fedelt alla Chiesa.
A sorpresa Francesco Scotto venne nominato ambasciatore
della citt, riuscendo persino a farsi rimborsare dal Legato papale
un fantomatico prestito che il padre Alberto il Magno anni addietro
aveva elargito alla citt.
Tuttavia l'alleanza trasversale fra guelfi e ghibellini ricordava
troppo da vicino quella fallita del 1312 fra Alberto Scotto e Ubertino
Landi che aveva aperto le porte alla prima signoria viscontea.
Un nuovo compromesso sembrava a tutti molto difficile, se non
impossibile.
Ben presto, i guelfi cercarono di occupare le pi importanti
cariche politiche a discapito dei ghibellini. Il Vergiuso non pot
pi contare sull'appoggio politico n degli uni n degli altri. Il
suo passato e la mancanza di alleati influenti pesavano troppo
sulla sua autorevolezza. Nel 1324 gli era pure mancato il sostegno
del fratello Nicol. Era cos tornato a essere solo uno dei comandanti
delle forze alleate che per breve tempo avevano strappato
Monza ai Visconti.
Il giovane Tommaso Confalonieri aveva assunto l'importante
comando delle forze guelfe pavesi che si erano adunate al castello
di Montebello prima della definitiva sconfitta delle truppe papali
a Vaprio. Quello stesso anno i Visconti, al comando di Marco,
erano persino riusciti a fare prigioniero il comandante generale
delle forze avversarie, Raimondo Cardona.
La guerra per stava costando troppo ai milanesi che furono
costretti a fermare, almeno per il momento, le loro mire espansionistiche,
rinunciando alle citt emiliane che al momento rimanevano
sotto il baluardo della Chiesa.
....
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CAPITOLO 26.
...
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...
L'omaggio alle tombe dei martiri e degli apostoli e la visita alle
sette basiliche di Roma rappresentava un dovere per ogni buon
cristiano che poteva permetterselo. Non era solo devozione, ma
anche un'irripetibile momento di evasione da un'esistenza segnata
dalla fatica quotidiana.
Il percorso da seguire era gi prestabilito. I fedeli partivano da
San Pietro e s'incamminavano fuori dalle mura, fino a San Paolo,
proseguivano poi per San Sebastiano sull'Appia, San Giovanni
in Laterano, Santa Croce di Gerusalemme, San Lorenzo fuori le
Mura, per concludere il pio itinerario in Santa Maria Maggiore.
Confuso tra pellegrini di ogni razza e nazionalit, Corrado
si era emozionato nel riconoscere fra quelle rovine il teatro della
storia che aveva amato da ragazzo, ma era rimasto deluso dall'indifferenza
dei suoi abitanti che sembravano indifferenti a quel
passato glorioso.
Lui aveva sentito cos protettive quelle oscure catacombe che
gli sarebbe piaciuto rimanerci per sempre. Si era emozionato allo
stesso modo nelle chiese illuminate da centinaia di lampade votive
che rilucevano l'oro dei mosaici, sfavillante sfondo a quelle
figure di santi e martiri da lui tanto venerati.
Nell'osservare queste contraddizioni, Corrado aveva compreso
che il Papa non poteva restare lontano dalle sue preziose reliquie.
Provava un grande dolore per la loro sorte incerta. Alcune
avevano colpito in modo particolare la sua sensibilit, come la
parte della santa Croce che l'imperatrice Elena aveva riesumato
dal Golgota o l'impronta della testa di Pietro, strattonato dal
suo carnefice poi diventato suo convertito. Ma era soprattutto la
Veronica, il telo con impresso il volto di Ges, simbolo del pellegrinaggio a Roma, a lasciarlo senza fiato. Da bambino ne aveva
ammirato una riproduzione su cappe e berretti dei pellegrini che
passavano da Calendasco di ritorno dal giubileo del 1300 e aveva
sempre desiderato di ammirare l'originale.
Quel primo giubileo indetto da Bonifacio ottavo, era ormai soltanto
un lontano ricordo nella Roma del suo presente. Scippi,
furti, risse e rapine erano all'ordine del giorno. Spesso i cadaveri
venivano gettati senza piet nelle acque gialle del Tevere. Delinquenti
e mendicanti assediavano i forestieri in una totale mancanza
di ordine e legalit. Perfino i cittadini rimpiangevano la
corrotta corte papale che in quel momento sarebbe apparsa come
il male minore.
Queste miserie avevano convinto Corrado che fosse suo dovere
rimanere a Roma. La sua fede era pi forte dello sdegno e
della repulsione per il degrado che vedeva attorno a s. Decise
di mettere in pratica quello che lo Spirito Santo gli suggeriva:
doveva aiutare gli altri, prestando assistenza infermieristica, medica
e spirituale all'ospedale francescano attiguo alla chiesa di San
Girolamo della Carit.
Un pomeriggio Corrado si era recato nei pressi del Circo
Massimo a raccogliere l'erba betonica che cresceva in grande
quantit nei vasti prati dell'Urbe. In ospedale preparava l'infuso
che i medici utilizzavano come blando sedativo ma serviva anche
come astringente, anticefalico e antiurico.
Se la osservava da fuori, la citt rimaneva quella dei secoli
passati. Nonostante contasse ancora trentamila abitanti, le strade
consolari per apparivano vuote, percorse solo da qualche carro.
Ogni tanto i pastori accompagnavano le greggi a pascolare nei
vasti spazi incolti, interrompendo col rassicurante suono dei loro
campanacci quell'anomalo silenzio.
Mentre tornava in ospedale con la cesta piena di erba betonica,
vide di sfuggita sulla riva del Tevere un sacco nell'erba alta,
seminascosto da un muro di mattoni. Qualche passo dopo, not
del sangue fresco sul marmo di una colonna. Aveva associato le
due visioni e lasci cadere a terra la cesta, correndo verso il sacco.
Sul momento pens che sotto ci fosse nascosto un mendicante
che dormiva. Ehi voi, tutto bene? gli chiese toccandolo dentro
con il piede. Chinandosi si accorse che il sacco era impregnato di
un liquido che dall'odore ferroso cap essere sangue. Scopr il telo
e sotto comparve un vecchio rannicchiato, seminudo e con un
lungo taglio all'altezza dell'addome. Oh signore Iddio! esclam
Corrado inorridito. Avvicin l'orecchio al cuore e sent che batteva
ancora. Il vecchio doveva aver sbattuto la testa perch all'altezza
della tempia si era formato un vasto ematoma. Non c'era
tempo da perdere. Il sangue defluiva copioso anche se la ferita
non era profonda. Corrado portava sempre con s nella bisaccia
l'occorrente per una sutura. Infil il filo nella cruna dell'ago e
ricuc lo squarcio con una ventina di punti. Poi prese l'allume
di potassio dalla boccetta e lo pass sulla ferita per favorire la
cicatrizzazione. Infine gli diede da bere un po' d'acqua della sua
borraccia. Dopo circa una decina di minuti il vecchio mostr di
riprendere conoscenza.
Signore, vi ricordate il vostro nome? gli chiese Corrado.
L'uomo faticava a mettere a fuoco la situazione. Quando si
accorse che aveva di fronte un frate biascic: Sono... sono il
barone Morabito... dove mi trovo?.
Probabilmente siete stato aggredito e vi hanno trascinato
qui, vicino al fiume.
Ora... ora... ricordo...  stato quell'infame del mio cocchiere
a organizzare l'agguato. Aiutatemi a tirarmi su, vi prego.
Corrado lo sollev afferrandolo sotto le ascelle. Quello steso
per terra era in realt il suo mantello, sporco e lacero. Corrado ve
lo avvolse. Dove abitate barone?
Vicino al Pantheon. Mi potete accompagnare? mormor il
vecchio mentre appoggiava una mano sulla tempia dolorante.
Certo, state tranquillo. Vi reggo io.
Ricordate cos' successo? gli domand Corrado mentre
camminavano.
Sono stato aggredito nella mia carrozza. Un giovane cardinale
da tempo cercava di occupare casa mia. Deve avere corrotto lui
il mio cocchiere per eliminarmi.
Cosa pensate di fare allora?
Li denuncer ma, sapendo come vanno le cose in questa citt,
assolder anche due mercenari come mia scorta personale.
E aggiunse: Frate, qual  il vostro nome?.
Sono Corrado, penitente presso l'ospedale di san Giacomo.
Vi ringrazio davvero di cuore Corrado. Mi avete salvato la
vita.
Quando arrivarono sotto al palazzo, Corrado grid: Voi di
casa! Voi di casa! e poco dopo scesero la fantesca e il valletto,
gi molto in ansia per non aver visto tornare il loro padrone. Lo
aiutarono a salire le scale e lo adagiarono sul letto. Finito di lavarlo,
la donna prese da un cassettone una lunga benda di cotone e
aiut Corrado a fasciare la ferita.
Venite presto a trovarmi, frate disse il barone con lo sguardo
carico di riconoscenza.
Certo signore: verr domani a vedere come state.
Il giorno seguente Corrado trov due uomini di guardia al
portone del palazzotto. Dopo aver accertato che non nascondeva
armi, lo fecero passare.
Il barone lo accolse festosamente. Stava ancora nel letto, sollevato
da diversi cuscini dentro cui quasi scompariva tanto dovevano
essere soffici.
Pace a questa casa. Come state Eccellenza?
Oggi molto meglio. Destiner una generosa donazione al
vostro convento per ringraziarvi di quello che avete fatto per me.
Corrado si schern deciso: Ho fatto solo il mio dovere.
Guard meglio il vecchio che in molti tratti gli ricordava suo
padre Tommaso. I capelli bianchi, la barba, il modo di fare naturalmente
signorile.
Sapete Corrado, questa citt all'apparenza sembra sempre la
stessa ma purtroppo non  cos. Io ci sono nato settant'anni fa e
badate non la lascerei per nulla al mondo, ma da quando non vi
risiede pi il Papa  cambiato tutto disse il barone con una sorta
di malinconica rassegnazione.
Corrado lo sollev per togliergli la benda e controllare la ferita.
Purtroppo nel dilagare della violenza, le richieste di soccorso
all'ospedale sono diventate sempre pi numerose. Riguardano
ormai ogni ceto sociale. Una forma di democrazia estrema aveva
commentato Corrado con amaro sarcasmo.
Ed  sempre peggio caro frate da quando l'anno scorso, invogliati
dall'oro distribuito dal ghibellino Castruccio Castracane,
i miei concittadini hanno cacciato Roberto d'Angi instaurando
questo governo democratico che, come immediata conseguenza,
ha provocato l'interdetto sulla citt da parte del Cardinale legato.
Non approvo questa scelta politica ma la giustifico: credo che negli
abitanti sia ancora vivo il ricordo delle violenze perpetrate dai
soldati dell'imperatore Enrico settino durante i saccheggi.
A seguito dell'interdetto la situazione  peggiorata ulteriormente
gli conferm Corrado mentre gli disinfettava la ferita con
acqua e aceto.
Il barone gli spieg meglio una realt che Corrado conosceva
solo in parte. Sapete frate, la maggior parte del clero secolare, i
domenicani e i francescani conventuali sono fuggiti da Roma.
Questo ha accresciuto lo stato di insicurezza nella popolazione.
I sacerdoti che si rifiutano di celebrare messa vengono torturati.
Ho saputo che un priore degli agostiniani  stato gettato nella
fossa dei leoni in Campidoglio come monito a chi si fosse ribellato.
Le reliquie sono state nascoste. Per questo motivo conventi,
basiliche e centri di accoglienza per i pellegrini versano ora in
questo stato di totale abbandono. Voi Corrado vi siete dimostrato
coraggioso a rimanere qui.
Vi ringrazio signore. - disse Corrado mentre gli passava l'allume
di potassio sulla ferita - In ospedale mi sento utile. Sono
nato a Calendasco, vicino a Piacenza, dove passa la via Francigena.
L ho cominciato la mia missione da penitente nel locale
ospizio e ho conosciuto migliaia di pellegrini. Grazie alla mia conoscenza
degli idiomi e dei dialetti, in ospedale mi faccio spiegare
dai ricoverati i sintomi, in modo che i medici possano elaborare
la diagnosi corretta e somministrargli la cura pi efficace.
E quando la chirurgia non basta ci sono sempre le preghiere
disse il vecchio sorridendo.
Esattamente cos, e questo capita molto spesso! - disse Corrado
ricambiando il sorriso - La vostra ferita  a posto.
Tornerete domani, vero? gli chiese speranzoso il vecchio.
Corrado lo fasci nuovamente con una benda pulita. Torner
di sicuro. Almeno fino a quando non toglieremo i punti.
La visita quotidiana al vecchio barone era diventata una consuetudine
per lui e continu anche dopo la guarigione. Parlavano
di politica, di storia e di religioni.
Come mai oggi siete cos sorridente? gli domand incuriosito
un giorno il barone mentre sorseggiavano dell'idromele.
Stavo ancora pensando alla leggenda di Giovanna, che mi
 venuta in mente passando oggi per vicolo della Papessa e che
dev'essere ancora ben viva nella memoria di voi romani. Sapete
che per causa sua le processioni religiose ancora non sono autorizzate
a passare per questo vicolo?
Certo che lo so. - disse il barone annodandosi meglio la cintura
della vestaglia di seta blu pavone - Conosco molto bene la
sua storia. Quella donna leggendaria  ancora una figura scomoda,
nonostante sia vissuta trecento anni fa. Aveva sempre celato
il suo sesso per poter vivere tra i frati, fino a diventare un ottimo
copista e medico esperto. Per una serie di circostanze imprevedibili
era stata eletta pontefice con il nome di Giovanni ottavo e durante
una processione religiosa, proprio in quella stradina all'altezza
della basilica di san Clemente, si era sentita male e aveva
partorito un bambino nato morto. Non mi sembra una leggenda
divertente, come mai vi fa sorridere?
Corrado guard verso la finestra orientata verso nord, come
se cercasse qualcosa in quella direzione. Mi ha fatto ripensare
a quando avevo ballato per la prima volta con mia moglie
Eufrosina, dicendole che aveva rischiato di diventare una seconda
papessa per il suo nome, ispirato a un'altra donna, sua omonima,
che si camuffava da frate. Oggi leggendo vicuspapissae sulla targa,
sono tornato con la memoria a quel ricordo. Sapevo che anche lei
ne avrebbe sorriso.
Non riesco a capire fino in fondo il legame cos forte che vi
lega a vostra moglie... forse perch non mi sono mai sposato. Di
una cosa sono certo per, mi sarebbe piaciuto avervi come figlio.
Sapete barone - disse Corrado guardandolo con affetto - il
giorno prima di conoscervi, avevo sognato Tommaso, il mio padre
terreno, che vi somiglia molto.
Il barone appoggi il bicchiere sul tavolo e si asciug la bocca
con un tovagliolo ricamato. Ah s? E cosa avevate sognato, se
posso...
Ho sognato che era morto. Stava disteso sul letto, con me che
gli tenevo la mano. Poi nel sogno ho pensato: Corrado, perch mai
Dio ti avrebbe dovuto risparmiare un tale dolore? Capita a tutti i figli
prima o poi. Pensavi di scamparlo andandotene lontano?. Questo
per non mi consolava affatto, anzi, il dolore era lancinante.
E poi cos' accaduto? lo incoraggi il barone vedendo che
faticava a proseguire nel racconto.
Ho guardato mio padre in viso. Ero disperato e gli ho chiesto:
Parlami padre, ti prego, parlami ancora una volta. Lui allora
si  voltato verso di me, mi ha guardato severo e mi ha detto con
un tono duro, quasi di rimprovero: Non ti disperare: ormai sei
un uomo. Subito dopo ho visto nel suo petto la sua anima che
si dibatteva, come se volesse liberarsi, ma era ancora imprigionata
nel suo corpo. Poi pi nulla. E ho capito che quello rimasto era
solo il suo cadavere.
Straordinario,., e cos'avete provato allora? gli domand il
barone aggrottando le folte sopracciglia come per mascherare la
sorpresa.
Riconoscenza. Riconoscenza verso il Signore che mi aveva
permesso di assistere a quel momento nonostante fossi qui.
E il giorno dopo avete salvato la mia vita a me...
S barone, credo che non sia un caso. Perch vi voglio bene
come a un padre.
Il barone allarg le braccia e Corrado gli si avvicin per abbracciarlo.
Nemmeno il grandioso arrivo di Lodovico il Bavaro, l'undici
di gennaio 1328, produsse pi di un'effimera, timorosa speranza
di cambiamento nella popolazione romana. Scortato da cinquemila
soldati e da un gran numero di sacerdoti e frati eretici, con
in testa Marsilio da Padova e Giovanni di Jandun, lo scomunicato
re d'Italia si fece eleggere in Campidoglio capitano del popolo,
per ribadire la supremazia dell'impero sulla Chiesa, forte delle
teorie elaborate da Dante nel De monarchia.
Per distrarsi, in una fredda ma limpida giornata battuta dal
maestrale, Corrado aveva accompagnato il barone Morabito alla
processione che doveva scortare Lodovico da Santa Maria Maggiore
a San Pietro per l'incoronazione a imperatore. Aprivano il
corteo gli stendardi portati da cinquantadue gonfalonieri a cavallo
con la rappresentanza dei cavalieri d'oltralpe. Uno di questi
stringeva a s la Lex dell'impero. Il prefetto Manfredi di Vico,
con la spada sguainata, precedeva il Bavaro avvolto in un prezioso
mantello di velluto nero con ricamate delle aquile in filo d'oro. Al
suo fianco, a gradevole contrasto, la seconda moglie Margherita
d'Olanda indossava un abito traslucido in raso, bianco come la
sua cavalcatura.
Il frisone del re veniva tenuto per le briglie dai quattro sindaci
dell'incoronazione eleganti nelle loro guarnacche verdi trapunte
d'oro. Alle loro spalle, i cinquantadue rappresentanti del popolo,
quelli delle corporazioni, il clero dissidente, i baroni e infine gli
ambasciatori.
Quando Corrado scorse le insegne dei Visconti, gli sembr
di riconoscere Azzone nei tratti di un giovane cavaliere biondo
in sella fra gli altri nobili. Manteneva un'espressione benevola sul
volto, guardando a destra e a sinistra le due ali del popolo che applaudiva.
La postura eretta che anticipava con eleganza gli scarti
improvvisi del suo destriero, innervosito da quel clamore, era segno
di una notevole capacit di autocontrollo, tipica dei cavalieri
di alto rango.
Scusatemi barone, vi devo lasciare. Mi sembra di aver visto
qualcuno che conosco gli disse Corrado.
Andate, andate pure lo esort il barone che era intento a
conversare con alcuni amici.
Corrado aveva seguito il cavaliere per un tratto di strada e
quando il giovane gli sorrise, come se lo avesse riconosciuto tra
la folla, ebbe la certezza che si trattava proprio di Azzone, il figlio
di Galeazzo.
Nella basilica, Sciarra Colonna, l'anziano capitano del popolo
protagonista venticinque anni prima dello schiaffo di Anagni,
pose la corona sul capo del Bavaro, mentre la schiera di eretici e
spiritualisti francescani armonizzavano malamente il Te deum, visto
che i pochi chierici abilitati ancora presenti nell'Urbe si erano
rifiutati di presenziare alla cerimonia.
Terminata la funzione religiosa, il corteo si era diretto verso
il Campidoglio con al seguito il popolo esultante. L si sarebbe
tenuto il convito prima che il neo imperatore prendesse possesso
della residenza in Laterano.
Il barone era stanco e non voleva presenziare al banchetto:
Quello che ho visto oggi mi  sufficiente comment con palese
disgusto prima di ritirarsi.
Corrado si era intrufolato tra gli altri frati del corteo. Per
apparire come uno spirituale si era tirato su l'abito fino quasi
alle ginocchia e con questo stratagemma era riuscito a entrare
con loro nelle alte sale del palazzo, in verit piuttosto spoglie
di arredi.
Le volte a botte della sala da pranzo facevano da cassa di risonanza
a un gran vociare per la ressa che si era creata intorno
al ricco banchetto. In mezzo a quella confusione nessuno si era
accorto della sua presenza. Aspett che Azzone e alcuni suoi compagni
si alzassero da tavola e li raggiunse in cortile dove stavano
prendendo una boccata d'aria.
Quando Azzone lo vide appoggiato a una colonna della loggia
illuminata da una fiaccola, lasci la compagnia per andargli
incontro senza nessuna incertezza.
Mi avete riconosciuto? gli chiese stupito Corrado.
Certo, sono passati quanti anni, dieci?
Dodici per l'esattezza.
Allora ero poco pi che un fanciullo - disse Azzone sorridendogli
come se avesse rivisto un vecchio amico - nonostante
questo mi ricordo di voi, non siete cambiato per nulla. Cosa ci
fate qui?
Presto la mia opera come penitente, all'ospedale di san Giacomo
gli rispose Corrado ricambiando il sorriso.
Siete un espatriato come me allora. Solo che voi lo siete per
vostra volont, mentre io no.
Cosa vi  capitato?
Sono ostaggio dell'imperatore. Ha preteso che lo seguissi a
Roma per legittimare la sua incoronazione. Il suo volto allegro si
rabbui improvvisamente. Sempre meglio di stare dove si trova
ora mio padre Galeazzo, prigioniero del Bavaro ai Forni di Monza
assieme a Marco e Luchino. Dopo mesi di stenti  ormai allo
stremo delle forze.
Mi spiace davvero. Galeazzo vi vuole bene e sar in pena per
voi.
Davvero? - disse Azzone sorpreso - Non me lo ha mai dimostrato.
Ripone grande fiducia nelle vostre capacit. Pensa che sarete
migliore di lui come principe e anche come uomo.
Quando ve lo ha detto? gli domand incuriosito.
Il giorno che ci siamo conosciuti.
Vi sono davvero grato per queste parole inaspettate. Il pi
bel ricordo che ho di mio padre da bambino  di quando mi
scompigliava i capelli. Da ragazzo invece mi faceva arrabbiare.
Ditemi piuttosto: come mai l'imperatore vi tiene prigioniero?
Mio zio Marco aveva insinuato nel Bavaro il dubbio che stessimo
preparando una congiura nei suoi confronti, alleandoci con
il Legato papale, Bertrando del Poggetto. La morte improvvisa
di zio Stefano, coppiere di Lodovico, e le infamanti supposizioni
della sua vedova, Valentina Doria, su di un nostro presunto coinvolgimento,
hanno convinto l'imperatore che non siamo degli
alleati di cui si possa fidare. Crede che siamo disposti a una lotta
fratricida pur di conservare il potere.
Di che cosa  morto Stefano?
Veleno, forse.
Il loro discorso venne interrotto dal fracasso provocato da un
vassoio finito per terra, sfuggito a un giovane inserviente che era
inciampato in una lastra sconnessa del loggiato. Azzone lo aiut
ad alzarsi, sotto lo sguardo incredulo del giovane che mai da un
signore si sarebbe aspettato un gesto simile.
Corrado preg che Azzone non fosse coinvolto nell'omicidio
di suo zio Stefano. Sapevo che avevate perso Piacenza, ma non
ero al corrente di queste avversit.
Il nostro destino muta come il vento e pu alimentare un
incendio che distrugge tutto. Come del resto  capitato a voi.
Conoscete la mia storia? si sorprese Corrado.
Dimenticate che ho vissuto a Piacenza per due lustri. Certo
che la conosco disse Azzone quasi piccato.
Avete ragione, ormai sono uno stordito!
Come vi trovate in questa nuova condizione?
Corrado sospir. Porto l'abito con umilt e mi do da fare per
gli altri. Ma aspiro da sempre a una vita eremica.
Cosa ci fate ancora qui a Roma? insistette Azzone.
Non potevo rimanere indifferente di fronte a questa citt martoriata.
Il suo dolore  anche il mio dolore. Dopo il concilio di
Perugia, in cui i francescani hanno ribadito la povert assoluta di
Ges contro la bolla di Giovanni ventiduesimo che dichiarava eretico chi
sosteneva il contrario, volevo estraniarmi da tutto e da tutti, pur
nell'obbedienza alla Chiesa. Ma le nefaste conseguenze di questa
diatriba e il probabile allontanamento del nostro ministro generale,
Michele da Cesena, che pur si era dimostrato intransigente con gli
spirituali, mi hanno incatenato qui, in attesa degli eventi.
Allora siete anche voi un ostaggio, come me disse Azzone
con uno sguardo da cui traspariva fraterna solidariet.
Lo sono eccome. Come la maggior parte degli abitanti di
questa citt penso che l'errore del Papa non sia la bolla Cum inter
nonnullos, in cui ribadiva quelle convinzioni, bens l'ostinarsi a
voler rimanere ad Avignone disprezzando Roma, la citt Santa
del primo vescovo Pietro, dove ora occorre nascondere le sacre
reliquie per paura che vengano trafugate. La gente viene assalita
perfino in casa, vittima di qualsiasi abuso e scorreria.
Vi capisco. Anche per noi ghibellini questa situazione  difficile.
La cerimonia di oggi  solo una farsa. L'imperatore vassallo
del Campidoglio: che offesa al prestigio della corona! Lodovico
approfitta della diatriba tra i francescani e il Papa per avere un
alleato popolare contro di lui e ribadire cos la sua supremazia ma
non capisce nulla di questioni teologiche. Ve lo garantisco. Fra
qualche mese l'imperatore sceglier l'antipapa, certamente fra le
fila dei francescani, facendolo eleggere a furore di popolo. Sar un
duro colpo anche per la Chiesa.
Cosa pensate che succeder allora? gli domand Corrado
preoccupato.
Non ci saranno n vincitori n vinti. Credo che, al di l delle
persone, all'abito si debba comunque portare rispetto. Anche se
dichiarato eretico, mio nonno Matteo, prima di morire, ha voluto
recitare il credo in tutte le basiliche di Milano. Anche dopo la
sua morte abbiamo continuato a portargli cibo per avere il tempo
di nascondere la sepoltura in un luogo segreto. Si interruppe
qualche istante: quel ricordo ancora lo faceva soffrire, poi scosse
il capo: Non si  meritato un'umiliazione del genere. Un giorno
cercher di riconciliarmi col Pontefice per poter tumulare lui e
mio padre con quei sacramenti che finora gli sono stati negati.
Corrado ammir la diplomazia di Azzone. Se riuscirete nel
vostro intento avrete il plauso di tutti. Il popolo, anche quello dei
minores, allora vi amer.
Ho saputo che a Piacenza, Francesco Scotto  riuscito a farsi
riconoscere dal Papa il castello di Zavattarello e a farsi rimborsare
sedicimila fiorini d'oro che il padre Alberto pare avesse prestato
al Comune. Non gli bastavano pi le razzie nel pavese a mozzar
dita ai passanti per sfilare gli anelli pi rapidamente disse Azzone
sorridendo amaro.
Anche Corrado conosceva bene quella diceria e rincar la
dose: E non solo. Strappava anche i fermagli d'oro dai capelli
delle dame!.
Pure questo? butt l Azzone. Entrambi scoppiarono a ridere.
Fecero qualche passo insieme. Il Visconti doveva tornare con
gli altri.
Non fidatevi di Francesco Scotto. Rimarr sempre quel vile
assassino che va dove tira il vento. Sulla sua anima pesano gravi
peccati: lui e la sua famiglia sterminarono la mia. Non vi chiedo
vendetta per: solo prestate attenzione alla vostra incolumit. E
se un giorno ritornerete a Piacenza, rinnovo a voi quello che ho
chiesto a vostro padre: protezione per mia moglie Eufrosina.
Avete la mia parola, da cavaliere a cavaliere. Si strinsero la
mano e in quel momento Azzone avvert una grande energia dal
contatto con quel frate.
Vi ringrazio infinitamente e vi benedico.
Da dove proviene questa grande forza che mi trasmettete?
gli chiese Azzone stupito.
L'amore verso il prossimo  la mia unica energia, anche se
 solo un pallido riflesso di quello che il Signore prova per noi.
Il dolore, le sofferenze che ho vissuto in questi anni mi hanno
fortificato.
Da quanto capisco, un giorno sarete pronto per una vita solo
contemplativa. Mi avete dato un consiglio, ora permettetemi di
fare altrettanto.
Sar per me un grande onore ascoltarvi.
Federico di Trinacria protegge gli eremiti. Nella val di Noto,
come indennizzo per la prigionia in Francia, aveva concesso a
Galvano Landi i casali di Curcuracchi o Lenzavacche, che dir si
voglia. I suoi figli mi hanno raccontato di luoghi romiti, adatti
alla vita cui voi agognate. La vicinanza a citt industriose come
Noto e Avola vi garantirebbero il necessario per la sopravvivenza.
Vi ringrazio del suggerimento, le vostre parole sono il segnale
che mi mancava per capire quale sar la mia destinazione
quando, qui o altrove, la mia missione sar terminata.
Pace e bene allora.
Pace e bene anche a voi.
Azzone lasci Roma al seguito del corteo imperiale il quattro
di agosto, diretto verso Pisa per liberare la citt da Castruccio
Castracane che si era proclamato signore contro la volont di Lodovico.
Appena in tempo per evitare l'assalto di Roberto d'Angi
che aveva occupato il porto di Ostia e la citt di Anagni.
L'uscita da Roma del Bavaro fu ignominiosa. Il popolo gli
fece la coda romana di insulti e di sassaiola. I pi inferociti si
erano spinti a riesumare le salme dei tedeschi per poi gettarle nel
Tevere, inneggiando a gran voce il ritorno della corte papale.
Il giorno seguente, l'Urbe era gi tornata alla Chiesa e aveva
accolto festosamente il Re e quello stesso Jacopo Colonna che,
qualche mese prima, aveva riannodato i legami con il partito
guelfo facendo coraggiosamente affiggere al portone della chiesa
di San Marcello un editto dove ribadiva la fedelt a Giovanni
ventiduesimo.
A Corrado la liberazione di Roma ricord quella dell'eretico
Pietro di Alife che concludeva il ciclo degli affreschi della basilica
superiore di Assisi. Pietro usciva dalla prigione dei Colonna e
mostrava ai suoi carnefici i ceppi spezzati dall'ultimo miracolo di
Francesco che volava in cielo senza voltarsi: la sua missione di riedificazione
della Chiesa, cominciata ad Assisi, terminava a Roma.
Anche Corrado cap che era giunto per lui il tempo di partire.
....
.
...
CAPITOLO 27.
...
.
...
Eufrosina stava sistemando dei gigli bianchi dentro un vaso
quando sent bussare discretamente alla porta del suo studio.
Prego, accomodatevi.
Dopo la scomparsa di suor Matilde, vittima di un improvviso
attacco cardiaco, aveva accettato, in attesa della sostituta, di prendere
il suo posto come vicaria del monastero.
Pace e bene reverenda madre la salut il vescovo Bernardo.
Era accompagnato da un uomo di circa trentacinque anni dall'aspetto
curato anche se un po' appesantito nel fisico.
L'uomo era rimasto sulla soglia mentre Bernardo le diceva:
Non mi trattengo molto madre. Solo un saluto per presentarle il
nuovo signore di Piacenza, sua eccellenza Azzone Visconti.
Felice di conoscervi, mi chiamo suor Giovanna disse Eufrosina.
Il principe fece qualche passo per baciarle la mano. Lei not che zoppicava.
Vorrete scusarmi se ora torno al mio incarico. Ci vediamo pi tardi disse il prelato.
Certamente signor vescovo, procedete pure lo accomiat tranquilla Eufrosina baciandogli l'anello.
Bernardo s'era impegnato ad ascoltare una per una le suore in
merito alla nuova gestione del monastero perch potessero parlargli
in libert ed esternare senza vincoli di sorta eventuali problemi
di convivenza o anche limitarsi a qualche suggerimento.
Con un gentile gesto della mano, Eufrosina aveva invitato Azzone
ad accomodarsi sulla seggiola vicino alla finestra. Lui si era
avvicinato ma poi aveva scosso la testa in segno di diniego. Grazie
madre. Preferisco restare in piedi disse togliendosi il berretto.
La luce di mezzogiorno accese il color granata dell'elegante abito
di velluto facendo per risaltare il suo naturale pallore.
Soffrite di gotta? gli domand Eufrosina mentre si sedeva dietro la scrivania.
Purtroppo s madre. Oggi  anche peggio del solito. Al risveglio
di stamane mi dava perfino fastidio il copriletto appoggiato
sull'alluce, tanto il dolore era lancinante. Se resto in piedi ho
l'impressione di stare meglio.
Cercate di cambiare alimentazione - gli sugger - qui da
noi nessuna sorella ne soffre. Penso sia merito dei digiuni e della
mancanza di carne nei nostri piatti. Spesso siamo costrette a
nutrirci solo di quello che ci offre l'orto. Ho imparato cos che il
cibo dal sapore pi gustoso non sempre giova al corpo.
Avete ragione. Non avevo mai riflettuto su questo le disse
grato il principe che poi con ironia aggiunse: D'altronde, se la
chiamano la malattia dei re, forse ne ero predestinato.
Anche diversi papi ne soffrivano, ma forse preferite non prenderli come esempio.
Azzone riconobbe in lei la stessa sagacia che l'aveva resa cos
speciale agli occhi di Corrado. Decise di stare al gioco, era curioso
di conoscere meglio Eufrosina. Doveva ormai avere superato i quarantanni
ma nonostante si sforzasse di sembrare austera gli appariva
di una delicata bellezza che il tempo si vergognava di intaccare.
Non temete, anche se claudicante, mi sto avvicinando alla
Chiesa. - le rispose con un sorriso di amichevole intesa - Ho rinunciato
al titolo di vicario imperiale per ottenere dal santo Padre
la conciliazione per me, per i miei zii Giovanni e Luchino e anche
per loro cugino Lodrisio. Poco tempo fa abbiamo ricevuto l'atto
di assoluzione. Ora sono semplicemente vicario papale. Il barba Giovanni, NOTA: In dialetto milanese barba sta per zio. FINE NOTA. 
non ha pi il titolo di arcivescovo e ora  un semplice cappellano.
Eufrosina si sentiva a suo agio a discorrere con lui, erano
entrati subito in sintonia con quel piglio disincantato che a volte
si trova fra pari: Siete sulla buona strada allora. Anche se, a
causa delle vostre condizioni di salute,  piuttosto faticosa da
percorrere... immagino abbiate incontrato notevoli difficolt
per raggiungere un punto di equilibrio fra il Pontefice e l'imperatore.
Lui sorrise alla ricerca della sua complicit: Diciamo che il
denaro mi ha dato una mano, anche se non si  trattato solo di
una questione economica. S certo, per sbarazzarmi del Bavaro
i miei amici mercanti e banchieri di Milano mi hanno prestato
centoventicinquemila fiorini d'oro. Ma in nome della santa
sede ho sottratto Piacenza a Francesco Scotto, lasciandola feudo
pontificio per scoraggiare qualche altro signorotto che vi potesse
spadroneggiare.
Solo per questo? gli chiese Eufrosina con tono allusivo.
No madre. Come avete ben intuito, esiste un motivo pi
profondo che mi anima: il desiderio di restituire dignit e onore
alla mia famiglia, soprattutto a mio padre. Sapete, quando lasciai
Roma al seguito del corteo imperiale non riuscii neppure ad arrivare
in tempo a Pescia per l'ultimo saluto.
Mi  dispiaciuto molto per lui. Lo ricorder sempre nelle
mie preghiere. Mio padre, che riposi in pace, lo reputava un vero
amico e avrebbe apprezzato la vostra decisione di far rientrare i
Vistarini a Lodi dopo dieci anni di esilio. Anche se va detto -
precis Eufrosina - che i giovani Giacomo e Succio Vistarini si
comportarono come veri tiranni.
Sapete ci che accadde davvero alla figlia del loro fido mugnaio,
Temacoldo?
Non ne sono al corrente nei dettagli. I miei fratelli hanno
preferito sorvolare su questo, ma lo vorrei sapere da voi.
La fanciulla, una giovane suora, venne stuprata proprio da
Succio. Il padre, per vendetta, guid la rivolta popolare contro
di lui. Poi lo sbatt in prigione assieme a Giacomo, lasciandoli
morire di fame.
Madre santa che storia orribile per tutti loro! disse Eufrosina
scuotendo la testa.
Temacoldo era uno sprovveduto che non riusc a gestire l'immenso
potere che si era trovato fra le mani. Prima sosteneva di aver
riconquistato la citt in nome del Papa, poi la offr a noi Visconti
perch temeva la nostra vicinanza. Per evitare che altri Vistarini
commettano nefandezze simili se dovessero ritornare al potere ho
disposto di affidargli importanti cariche in Comune. Ma non saranno
mai pi signori di Lodi. Spero non vi dispiaccia.
Assolutamente no. A parte qualche sporadico contatto con i
miei fratelli, non ho pi nessun legame con la mia famiglia d'origine.
Alla luce di quello che mi avete raccontato, ritengo che
abbiate fatto bene. Ammiro la vostra abilit politica. State realizzando
il difficile intento di governare con polso fermo senza scontentare
n la Chiesa n l'impero. Un'impresa che non  riuscita a
vostro nonno e tantomeno a vostro padre.
Un sorriso illumin il volto di Azzone. Vi sono davvero riconoscente
per questo giudizio cos lusinghiero.
Sono io che ringrazio voi per averci liberato da Francesco
Scotto. Porta il nome del nostro santo fondatore ma di lui ha solo
quello. Quando con l'inganno riprese Piacenza al Papa fingendosi
un leale servitore della Chiesa, temetti molto per l'incolumit
delle mie consorelle.
Francesco resisteva solo per trattare con me la migliore buonuscita.
Dopo che avevo accolto la sua richiesta di esentare lui e
i suoi discendenti dal versare la decima alla Chiesa, pensate che
come ultima condizione, mi aveva chiesto di essere inserito nel
lodo di pacificazione generale. Gli promisi invece molto denaro
e di restituirgli i suoi feudi di Fiorenzuola e Castel Arcuato. Rinunci
cos per sempre alla nostra citt. Azzone si interruppe,
voleva sorprenderla: Sapete madre, conosco un'altra persona che
la pensa come voi riguardo a molte questioni di cui abbiamo parlato
finora.
Di chi si tratta se  lecito sapere? gli domand Eufrosina
sentendo accelerare il battito del suo cuore.
Vostro marito, reverendissima madre le rispose finalmente.
Aveva accresciuto con una lunga pausa la curiosit in lei.
Avete conosciuto Corrado? trasecol Eufrosina. Dalla sua
reazione di pura felicit Azzone ebbe la conferma di quello che
immaginava. Nulla era cambiato nel bene che li teneva uniti.
S madre. A Roma. Sei anni fa.
Ditemi, come l'avete trovato?
Un gigante della fede. Raramente ho conosciuto nella mia
vita una persona che sapesse infondere con tanto carisma un'energia
sovrannaturale, pur rimanendo umanamente impegnato
ad affrontare ogni giorno problemi concreti all'ospedale in cui
prestava servizio.
Ne ero certa: lui  cos. Sapete adesso dove si trova?
Penso sia in val di Noto, in Sicilia, dove gli ho suggerito di
recarsi. L non avrebbe dovuto temere di essere perseguitato come
eretico.
Eufrosina era indecisa se chiederglielo, ma alla fine prevalse il
desiderio di sapere: Vi chiese di me?.
Mi raccomand di mettervi sotto la mia salvaguardia se fossi
tornato qui. E intendo mantenere la mia promessa.
Pensa sempre a me nonostante sia cos lontano disse Eufrosina
con la voce spezzata dall'emozione.
Forse non  un caso che ci siamo incontrati a Roma.
Anche io lo penso. - annu Eufrosina - Si tratta di un dono
del Signore.
Azzone non voleva turbarla ulteriormente. Questo nuovo
convento mi sembra pi sicuro dell'altro. Il vescovo Bernardo
ha fatto bene a trasferire i francescani in centro e affidarlo a voi.
S anche noi ci sentiamo pi protette. Ma perch vi disturbate
tanto per me e mio marito?
Provo un particolare legame nei confronti di Corrado fin
da quando, tanti anni fa, lo vidi per la prima volta a colloquio
con mio padre Galeazzo. Mi aveva colpito il suo sguardo, fiero e
puro, da vero cavaliere. Anche se siamo molto diversi. Corrado ha
perdonato le persone che gli hanno procurato dolore mentre io
invece ho meditato un grande desiderio di vendetta nei confronti
di mio zio Marco per quello che ha fatto passare a mio padre, a
causa della propria brama di potere.
No, vi prego Eccellenza: anche Corrado sarebbe dispiaciuto
nel sentirvi parlare cos disse Eufrosina agitando le mani
davanti a s.
Forse ora sento Corrado cos vicino perch per certi versi ci
accomuna la stessa sorte...
Eufrosina lo guard sorpresa: Continuate, vi ascolto.
Anche io sono un cavaliere che sta cercando di migliorare
per essere un principe giusto. Neppure io ho dei figli. In questo
risiede il mio cruccio pi grande: non poter passare la signoria a
un mio erede, essere oggetto di scherno da parte di mio zio Luchino...
e tutto, alla mia morte, spetter a lui e ai suoi legittimi
eredi. A volte mi sembra che il mio impegno non serva a nulla.
Ora vi capisco. Anche noi abbiamo sofferto tanto per la
mancanza di figli, forse io soprattutto. Quello che posso consigliarvi
per  di riflettere sul vostro dolore. La malattia vi provoca
una grande sofferenza fisica, certo, ma il dolore che sentite nella
vostra anima  pi grande. Lo capisco dalle vostre parole. Provate
a meditare su Ges Cristo: a cosa vi sentite pi vicino, alla sofferenza
per i chiodi che gli laceravano la carne oppure per le umiliazioni
che il nostro Salvatore ha subito dal suo stesso popolo?
Azzone riflett qualche istante. Per l'educazione che mi  stata
impartita, dal mio status, sicuramente mi sento pi coinvolto
dalle offese, dalle umiliazioni che anch'io ho dovuto subire. Ripenso
alla mia fuga da Piacenza o a quando ho dovuto seguire il
Bavaro a Roma, nonostante mio padre marcisse in prigione.
Ne ero certa. Partite da questi avvenimenti dolorosi e cercate
di meditare sulle mortificazioni subite da Ges: riuscirete cos a
sopportare anche le vostre.
Provo ancora un profondo odio nei confronti di Marco per
quello che ci ha fatto passare. Quando cadde dalle finestre di
palazzo, strangolato forse dallo stesso Luchino, non provai dolore,
anzi, solo un senso di sollievo.
Vi prego, non cercate mai la vendetta nei confronti di chi
vi ha fatto del male. Cercate sempre di perdonare. Io l'ho fatto.
Ci prover madre, avevo bisogno di parlare con voi. Siete
esattamente come avevo immaginato. Ricordate anche mia moglie
Caterina nelle vostre preghiere.
Ve lo prometto. Tornate pure a trovarmi quando lo riterrete
opportuno. Un'ultima cosa...
Ditemi reverendissima madre.
Ho apprezzato molto che abbiate lasciato il vescovo Bernardo
al suo posto. Mi  di grande aiuto nel gestire il monastero.
Da quando ci siamo trasferite qui, il numero delle sorelle 
raddoppiato.
Vi confider un segreto: intendo far rientrare a Milano il
vescovo Aicardo come ulteriore segnale distensivo nei confronti
della Santa Sede.
Eufrosina lo accompagn alla porta. Questo vi rende onore.
Vedete che anche se claudicante siete sulla buona strada? gli disse
con affetto sincero.
Vi ringrazio madre. Mi sento gi meglio la salut Azzone baciandole con sincera devozione la mano.
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CAPITOLO 28.
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Gabriele Mussi si trovava da qualche giorno a Bobbio, presso
la sua residenza estiva, per sfuggire all'intollerabile afa di Piacenza.
All'ombra del grande noce del giardino era intento nella lettura
di alcune pagine della Commedia.
Faticava a comprendere il volgare fiorentino abituato com'era
a leggere e a scrivere in latino barbaro, oltretutto l'idioma di Piacenza
non assomigliava affatto all'idioma dantesco. Si dilettava
per a trovare somiglianze fra i personaggi dell'Inferno e le persone
che aveva incontrato nel corso della sua lunga vita.
Aveva cominciato stabilmente la professione a vent'anni, nel tondo
anno del giubileo e ne erano ormai trascorsi quarantotto. Invidiava
quel poeta che era riuscito a comporre un'opera cos coraggiosa.
C'era chi come Dante cercava la felicit nella fantasia, chi nella fede
come Corrado, pochi come lui nel proprio lavoro. Ringraziava il Signore
per questo privilegio ma non poteva per fare a meno di provare
una sorta di avida ammirazione per quell'eccelso poeta.
Si stiracchi prima di alzarsi dalla seggiola e pens di andare
in paese. Stava calando il sole dietro le colline dell'altopiano ricche
di querce, olmi, faggi e castagni. Di solito passava dall'ospedale
di Madonna delle Grazie a prendere il suo amico medico con
cui condivideva la passione per i libri. Poi si recavano alla taverna
di fronte al Duomo per un bicchiere di vino. Riti semplici che
si ripetevano negli anni e gli scaldavano il cuore. Soprattutto ora
che era rimasto vedovo. Suo figlio Giovanni e suo fratello Cherubino
gli erano stati vicini, tuttavia con Fulco c'era un legame
particolare. In quei due anni non lo aveva mai lasciato solo.
Poco dopo lo incroci sulla strada della Fodesta, nei pressi del
ponte Gobbo. Oggi ho da fare Gabriele, non posso venire con
te gli comunic trafelato.
Fulco, cosa ti  successo?
Devo correre in ospedale. Hanno ricoverato dei forestieri.
Ti accompagno gli propose Gabriele incuriosito dalla novit.
L'ospedale era relativamente confortevole. Di solito i malati
erano pochi e venivano disposti in letti singoli, anzich a due a
due come capitava nelle citt pi grandi. La biancheria veniva
cambiata quasi ogni giorno. A fianco di ogni giaciglio si trovava
una piccola nicchia che permetteva ai ricoverati di tenersi vicino
gli effetti personali.
Grazie per essere arrivato subito gli disse la suora che li aveva
ricevuti all'ingresso.
Ho fatto prima che potevo sorella Luciana. Quali sono i sintomi?
le chiese Fulco avviandosi verso la corsia.
I ricoverati sono un'intera famiglia. Tre hanno vertigini e
faticano a respirare mentre gli altri quattro hanno febbre alta,
diarrea e vomito rispose suor Luciana con solerzia.
Si avvicinarono a un giovane di circa quindici anni che occupava
il letto vicino alla porta ed era l'unico desto. Come gli
altri, portava in testa una cuffia e stava nudo sotto il lenzuolo di
canapa. I suoi genitori, i due fratelli e le due sorelle, dormivano
di un sonno pesante, come se avessero perso conoscenza. I volti
apparivano lividi e le mani paonazze. Quando il medico scopr il
lenzuolo, Gabriele si accorse che sotto le ascelle, sull'inguine e sul
collo il ragazzo aveva delle macchie rossastre e marroni di forma
e dimensione irregolare.
Come ti chiami? gli chiese Fulco mentre controllava l'ampolla
delle urine.
Giulio, signore rispose il ragazzo mentre il dottore gli tastava
le ghiandole linfatiche ingrossate.
Da dove venite?
Scappiamo da Genova signore. In citt  scoppiata un'epidemia
rispose Giulio a fatica.
Questo ragazzo ha la gola secca. Sorella, per cortesia, dategli
da bere.
Giulio bevve a fatica un sorso d'acqua dal bicchiere che suor
Luciana gli aveva porto.
Ora sollevati e prova a tossire gli ordin Fulco. Il giovane
aveva una tosse grassa, violenta.
Giulio, sono il notaio Mussi. Come pensate di esservi ammalati?
gli chiese Gabriele che era rimasto colpito da quelle strane
macchie e dalle labbra secche e violacee.
Il ragazzo si distese nuovamente e la suora lo copr con il lenzuolo.
Siamo una famiglia di mercanti. Spesso ci rechiamo al
porto per affari. Un marinaio mi ha raccontato che i primi a stare
male sono stati dei camalli che erano venuti a contatto con gli
equipaggi di una decina di galee genovesi arrivate da Caffa, sul
mar Nero.  stato un racconto terrificante. Mi disse che le galee
erano sfuggite all'assedio dei Tartari che invece di catapultare
sulla citt pietre e sfere di fuoco, lanciavano con i trabucchi i
cadaveri dei loro commilitoni morti appestati. In breve tempo,
in citt ce n'erano montagne dappertutto. Quei corpi emanavano
un fetore insopportabile e avevano avvelenato l'aria e l'acqua. Nel
giro di pochi giorni morirono migliaia di persone.
Gabriele rimase molto turbato dalla descrizione. Sei certo
di aver capito bene? Non ho mai sentito prima di una tecnica di
guerra tanto cinica.
Lo giuro signore: me l'hanno ripetuta uguale diversi testimoni.
Anche sulle navi che erano riuscite a prendere il largo i
marinai morirono a decine e venivano seppelliti in mare. Dopo
molti giorni di navigazione, attraccarono a Messina e l successe il
finimondo. Gli equipaggi a contatto con le persone del luogo fra
abbracci, baci, respiri contagiarono tutti. Vennero cacciati e toccarono
altri porti, come quello di Pisa, prima di giungere da noi
a Genova. Da quando sono arrivate quelle maledette navi, anche
da noi i morti si sono contati a centinaia. Abbiamo cos deciso di
scappare qui a Bobbio dove l'aria  migliore gli rispose Giulio.
Anche noi faremo la stessa fine, dottore? aggiunse terrorizzato
prima di tossire violentemente.
Fulco era indeciso se credere del tutto a quella storia o pensare
che il ragazzo l'avesse ingigantita:
Adesso non esagerare. Spesso
capita che improvvise epidemie di febbri tifoidee colpiscano citt
e campagne cerc di tranquillizzarlo.
Il dottore prese sottobraccio suor Luciana e le disse sottovoce:
Pratichiamo un salasso a quelli che dormono. Questo strano
sonno non mi piace per nulla. Significa che il sangue corrotto ha
gi raggiunto la testa. La diarrea  sintomo che l'infezione si sta
insinuando nel ventre. Gabriele, tu vai a casa. Ci vediamo domani:
scusami tanto ma qui c' bisogno di me.
Trascorsi un paio di giorni senza ricevere pi sue notizie, Gabriele
si era incamminato verso il centro di Bobbio per far visita
all'amico medico. Durante il tragitto gli continuava a ronzare per
la testa quel terribile dettaglio del racconto di Giulio, quei trabucchi
che lanciavano la morte sugli abitanti di Caffa.
Arrivato all'ospedale, si accorse che tutti i letti della corsia erano
occupati da malati. Alcuni si contorcevano in preda agli spasmi come
se fossero stati colpiti da lance acuminate, altri faticavano a respirare
e sembravano sul punto di soffocare. Trov Fulco che incideva con
il bisturi un bubbone violaceo sul collo di Giulio. Ne era uscito un
liquido scuro che emanava un odore nauseabondo. Il ragazzo era in
uno stato di semi coscienza: suor Luciana l'aveva anestetizzato tenendogli
sotto il naso una spugna impregnata d'oppio.
Morti. I suoi genitori, fratelli e sorelle. Morti tutti. - gli disse
Fulco allibito quando si accorse di lui - Vedi queste fistole intorno
al collo, sulle ascelle e intorno all'inguine di Giulio? Fino a
ieri erano gonfie e dure. Grandi come susine e dello stesso colore
violaceo. Oggi sembravano pesche guaste. Ho deciso di inciderle
prima che scoppiassero. Quelle comparse sul corpo di suo fratello
e di sua madre erano rimaste dure come cotenne e non ci sono
riuscito. A mio avviso, il sangue corrotto dalle vene  riuscito a
raggiungere il cuore e li ha fatti morire soffocati gli spieg mentre
praticava a Giulio degli impacchi di malvavischio.
Pensi che sopravvivr? gli chiese Gabriele.
Anche il padre, le sorelle e l'altro fratello di Giulio avevano le
stesse fistole. Una volta scoppiate, sembravano essersi ripresi, poi
la febbre aveva continuato a crescere, espettoravano sangue e non
hanno avuto scampo. Se la febbre di Giulio dovesse calare e non
dovesse tossire sangue... forse s.
Ho visto che ci sono tanti altri ricoverati not Gabriele preoccupato.
Purtroppo s e presentano gli stessi sintomi dei genovesi.
Senza contare quelli rimasti nelle case. Ne sono gi morti a decine.
Mai visto in quarant'anni di attivit un flagello simile.
Se sono scappati da Genova quattro giorni fa e stavano bene,
vuol dire che la malattia ti porta alla fine in un men che non si
dica osserv Gabriele.
Da uno a cinque giorni. Stando al racconto di Giulio, i mercanti
e tutti quelli che ne avevano la possibilit sono fuggiti da
Genova. Se le navi si sono fermate anche in altri porti italiani,
dopo lo scoppio dell'epidemia, gli abitanti che potevano scappare
avranno fatto altrettanto.
I Tartari avranno contagiato anche le popolazioni orientali...
Quindi c' il rischio che il morbo si sta ramificando in tutto il mondo: i mercanti e tutti quelli che ne avevano la possibilit si sono diretti verso la Francia, altri verso Milano e quelli che hanno preso la strada della val Trebbia hanno gi raggiunto Piacenza e Cremona aggiunse Gabriele pensando a voce alta(5).
NOTA: Si sarebbe scoperto nel 1894 che in realt a trasmettere la malattia non erano stati i cadaveri dei Tartari ma le pulci di cui erano gli inconsapevoli ospiti, portatrici del bacillo che, dopo aver sterminato i ratti neri presenti in grande quantit sulle navi cariche di grano, avevano trovato un valido rifugio nei capelli sudici e nei corpi sudati dei marinai. In quell'epoca, nessuno per aveva collegato i due fenomeni: una mora di topi non veniva considerata un evento straordinario. I parassiti erano solo un fastidio con cui convivere. E tutti pensavano che il contagio, come per la lebbra, avvenisse tramite il contatto con i malati e con i loro indumenti. Quanto alla causa del male restava sconosciuta, cos come l'evoluzione dell'infezione da bubbonica a polmonare. La peste si rivel un'immane tragedia, la peggiore che l'umanit avesse mai conosciuto fino ad allora. Nel giro di pochi mesi, morirono una persona su tre e solo in Europa ci furono duecento milioni di decessi. In Italia, su undici milioni di abitanti, scomparvero cinque milioni di persone. FINE NOTA.
Fulco si pass una mano fra i capelli. La disperazione faceva
da antidoto alla stanchezza: Temo proprio che sia come dici tu.
Non so pi quale cura somministrare. La teriaca non  servita
a nulla... forse occorre che sia assunta non appena l'ammalato
manifesta i primi sintomi... Mah, mi sento un inetto.
NOTA: Teriaca: Famoso farmaco medievale composto da polvere di vipera femmina essiccata e spezie. Considerato costoso rimedio a tutte le malattie. FINE NOTA.
Come possiamo evitare che questo morbo pestifero si propaghi?
gli domand Gabriele fiducioso del buon senso dell'amico.
Per ora la medicina  impotente. Bisogna vedere se far spurgare
dai bubboni il sangue corrotto risulta un sistema efficace...
intanto dovremmo comportarci come con i lebbrosi e isolarli.
Sono certo che il morbo pestifero esce ed entra dalle vie respiratorie.
L'aria ne  permeata, come in questa stanza. I morti devono
essere sepolti subito per impedire che l'aria putrefatta raggiunga i
vivi. E pregare, dobbiamo pregare, perch Dio ci salvi da questo flagello.
Il pensiero di Gabriele corse veloce alla sua famiglia e alle
persone care rimaste a Piacenza. Devo tornare in citt e avvertire
pi gente possibile.
A presto amico mio, se Dio lo vorr. Scusa se non ti abbraccio
ma ho paura di contagiarti gli disse Fulco.
Durante il viaggio di ritorno a Piacenza, il notaio Mussi scrutava
fuori dal finestrino della carrozza, gli sembrava che nulla fosse
cambiato. I campi di grano restavano rigogliosi, quasi pronti
per la mietitura e i contadini stavano rastrellando il fieno della
scorta invernale da caricare sui carri. Si rasseren un poco e si
disse: Forse sono ancora in tempo.
Dopo circa quattro ore di viaggio giunse in periferia. I miasmi
che provenivano dai fossi gli salirono dalle narici fino al cervello,
provocandogli un senso di nausea. Si sforz di cacciare il sospetto
che fosse il primo sintomo della peste.
Come sempre d'estate, la citt appariva pi sporca. Le ordinanze
che proibivano di tenere serragli fra aprile e settembre
venivano ampiamente disattese e le strade erano lorde di liquami,
rifiuti ed escrementi. I cittadini avevano l'obbligo di pulire il
tratto di strada antistante le loro case perch la pulizia comunale
avveniva solo ogni tre mesi ma l'igiene rimaneva molto precaria.
Osservando il frenetico via vai di forestieri che garantiva il
benessere suo e di quella citt mercantile lo assal un senso di
impotenza. Sarebbe stato inutile chiudere le porte della citt. La
peste, se era arrivata, era arrivata prima di lui.
Si rec prima dal podest che gli parve completamente ignaro
del pericolo che stavano correndo. Si era limitato a rispondergli
che avrebbe serrato le porte della citt se ci fossero stati segnali
di un'ulteriore propagazione del morbo.
NOTA: A Milano, invece, le autorit cittadine, informate dai mercanti che tornavano da Genova di quanto stava accadendo, avevano chiuso subito le porte e murate vive nelle loro case le famiglie di tre persone appestate. Cos la citt fu solo sfiorata dal morbo, anche se la salvezza dei meneghini fu solo un caso sporadico. FINE NOTA.
Poi Gabriele pass da casa per chiedere di suo fratello Cherubino.
La fantesca lo inform che stava rogando un testamento
presso la basilica dei frati minori.
Gabriele che ci fai qui? Pensavo fossi a Bobbio lo accolse
Cherubino all'uscita della chiesa. Teneva sottobraccio il libro con
la copertina di cuoio degli atti testamentari.
Sono tornato ora. Un morbo pestifero sta avvelenando l'aria.
Bisogna che scappiate in campagna prima possibile! lo esort Gabriele
senza riuscire a dissimulare la sua grande preoccupazione.
Dalla basilica uscirono una sessantina fra parenti e amici
dell'uomo che aveva fatto testamento. Alcuni riconobbero Gabriele
e lo salutarono con un cenno.
Cherubino, chi ti ha dettato le sue ultime volont?
Oberto de Sasso, quel ricco uomo d'affari che conosci anche
tu. Per questo c' tutta questa gente. Eccolo l.
Quando Gabriele scorse l'uomo, si spavent. Era sorretto dai
due figli e sul volto aveva gi il colorito bluastro dei morti di Bobbio.
Fate in fretta Cherubino, fate in fretta. Lasciate la citt e
scappate ad Agazzano, questione di vita o di morte ripet Gabriele
con un filo di voce per non scatenare il panico.
Decise di recarsi al monastero di Eufrosina per avvertirla del
pericolo, sentiva dentro di s la responsabilit di proteggerla per
la promessa fatta all'amico Corrado e avrebbe dato la vita per questo.
Lei lo ricevette parlandogli da dietro la grata. Mio caro Gabriele,
che sollievo vedervi qui, siete un angelo mandato da Dio
gli disse Eufrosina portandosi la mano al petto, come per aiutare
i polmoni a inspirare come se avesse trattenuto il fiato per lungo tempo.
Gi sapete?
Suor Pancrazia assiste le malate in ospedale. Mi ha riferito
che ogni giorno cresce il numero di persone che manifestano i
sintomi del morbo: il primo giorno erano dieci, il secondo trenta
e il terzo quasi sessanta. Adesso siamo a pi di cento ricoveri al
giorno. E dopo quattro giorni muoiono tutti: giovani e anziani,
uomini e donne. Senza distinzione! Le donne gravide abortiscono
spontaneamente e poi muoiono fra sofferenze atroci. Gabriele
cosa sta succedendo? Un castigo divino ci sta colpendo per i nostri
peccati? gli domand Eufrosina terrorizzata.
State calma, vi prego. Vedervi in questo stato mi addolora
oltremodo.
E Corrado? Forse anche lui si  ammalato, forse in Sicilia il
morbo ha gi fatto strage e lui...
Il notaio si ricord che Giulio aveva raccontato che le navi
erano attraccate nel porto messinese. Decise di non rivelare a
Eufrosina questo particolare per non turbarla ulteriormente. Si
affid alla divina provvidenza perch salvasse Corrado. No,
Eufrosina. Spero di no con tutto il cuore. - le rispose sforzandosi
di essere razionale - A Bobbio sono venuto a sapere che i Tartari
lanciavano con i trabucchi i cadaveri degli appestati su Caffa per
contagiare la citt. La peste arriva da l, tramite navi mercantili.
Il pericolo del contagio resta enorme e non vi  cura. L'unica cosa
che potete fare  di evitare il pi possibile i contatti con l'esterno
se non volete che anche le vostre sorelle entrino in contatto con
l'aria impestata dai malati. Tenete suor Pancrazia e le altre
serviziali all'interno del monastero, non fate entrare nessuno. Avete
abbastanza scorte?
S, ne abbiamo in abbondanza. - annu Eufrosina - Cereali,
legumi, carne e pesce sotto sale elenc portandosi una mano alla
fronte per far mente locale.
Bene allora, mi raccomando fate cos. Avvertir anche Meo
ed Enza di pensare loro a voi se mi dovesse succedere qualcosa.
Gabriele, come posso impedire alle suore di assistere i malati!
url Eufrosina disperata.
State calma, vi prego. Presto i contadini si ammaleranno e
nessuno potr contare sui frutti della mietitura. E voi cosa farete?
Chi sfamer i derelitti se anche voi sarete gi morte? Con quel
cibo potrete nutrire il maggior numero di persone possibile. Vi
serviranno braccia sane e robuste per prepararlo e distribuirlo!
Eufrosina si era tranquillizzata ascoltando le solide parole del
notaio. Deve essere una loro scelta. Come madre Chiara ci ha
insegnato nella regola.
Vi capisco Eufrosina ma perlomeno tenetele isolate da voi.
Adesso passer dai medici degli ospedali. Devo descrivere quello
che sta facendo il mio amico Fulco per debellare la malattia. Poi
avviser gli amici: gli Anguissola, i Landi, i Fontana.
Se penso che questa forse  l'ultima volta che vi vedo, mi
sento male gli confess Eufrosina portandosi le mani sul viso.
Non preoccupatevi per me. Torner presto, ve lo assicuro.
Terminato il giro di parenti e amici, dopo un paio di giorni
il notaio Mussi fece ritorno a Bobbio accompagnato da suo figlio
Giovanni.
Tu resta a casa e non ti muovere - gli ordin Gabriele - io
passo dall'ospedale a trovare Fulco.
L la situazione era peggiorata ulteriormente. I malati si accalcavano
all'ingresso, nei corridoi, nelle corsie, negli occhi di tutti
si leggeva il terrore di essersi ammalati. Quel senso di panico era
cos totalizzante che port alla tomba anche tantissimi sani. Di
Fulco nessuna traccia. Poi scorse suor Luciana impegnata ad aiutare
un giovane medico.
Sorella, finalmente vi trovo! Dov' Fulco?
La suora lo guard con le lacrime agli occhi. Ci ha lasciati,
caro notaio.  morto ieri. Lui e la sua famiglia sono stati stroncati
dal morbo.
Gabriele la guard distrutto. Se lo sentiva. Per questo non
mi ha voluto abbracciare quel giorno. E Giulio, il ragazzo di Genova?
Sul suo volto stanco della suora si era affacciato un debole
sorriso. Lui, grazie a Dio, si  salvato.
Dove si trova ora?
Cercatelo sotto il portico, sul retro. Il collega del dottor Fulco
l'ha sistemato l per liberare un letto.
Gabriele lo trov che muoveva qualche passo incerto, avvolto
in un lungo camice. Si fissava le estremit, quasi incredulo di riuscire
ancora a camminare. Aveva una benda intorno al collo dove
Fulco gli aveva inciso le fistole.
Giulio, mi riconoscete?
Il ragazzo lo aveva scrutato e si era subito ricordato di lui.
Voi siete quel signore che era col dottore qualche giorno fa... il
notaio... Avete saputo?
Purtroppo s... era uno dei miei pi cari amici mormor
Gabriele che non riusciva ancora a capacitarsi della sua scomparsa.
Un grande uomo. Mi ha guarito ma ora sono completamente
solo. I miei genitori, i miei fratelli, le mie sorelle... e io cosa
far adesso? disse Giulio scoppiando in un pianto liberatorio.
Gabriele si avvicin per consolarlo e gli accarezz i riccioli
neri. Il modo pi giusto per ricordare l'amico era aiutare quel
giovane orfano. Non ti preoccupare di questo. Rimarrai con me
e con la mia famiglia. Non ti lascer qui. Se poi vorrai tornare a
Genova, quando questo flagello finir, perch so che finir, sarai
libero di farlo.
Che Dio vi benedica disse il ragazzo abbracciandolo. E fu
per Gabriele il primo momento di conforto dopo tanta desolazione.
Trascorsero alcuni giorni, finch il notaio Mussi decise di
andare a conoscere il destino delle persone a lui pi care. Per il
suo stesso lavoro, Cherubino era obbligato a incontrare gente e
avendo seguito il suo consiglio, si trovava nella sua residenza di
campagna nei dintorni di Agazzano. Non si era ammalato e voleva
dire che per ragioni inspiegabili anche lui era immune dal
contagio. Cherubino lo inform che tutte le sessanta persone
presenti al testamento di Oberto de Sasso erano state stroncate
dalla peste.
L'orrore che in seguito Gabriele vide e sent dai racconti dei
piacentini fu ancora peggio. Qualcosa per lui di estremamente
difficile da descrivere e da comprendere. Aveva bisogno di condividere
con qualcuno tutto quel dolore e che lo potesse capire.
Fece ritorno al monastero di Eufrosina sperando che si fosse salvata.
Fu sollevato di rivederla sana, questa volta in parlatorio.
Come state Eufrosina? E le vostre consorelle? le chiese stringendole
le mani.
Lei era cos felice di rivederlo sano e salvo che lo abbracci
con trasporto. Ho seguito il vostro suggerimento, ma hanno deciso
tutte di continuare la loro opera di misericordia verso i malati.
Purtroppo quattro sorelle sono decedute. Solo suor Pancrazia
si  salvata.
Ne sono davvero addolorato. I predicatori e i minori sono
quelli che stanno pagando alla peste il tributo pi alto perch non
si tirano indietro nel portar conforto ai malati. Sono morti i miei
amici: fra Sifrido de Bardi e ventitr suoi confratelli domenicani,
fra Bertolino e ventiquattro dei suoi confratelli francescani, di cui
nove in un solo giorno.
 terribile, una strage! - esclam Eufrosina scuotendo il capo
- Conoscevo bene il nostro elemosiniere fra Bertolino. Ho saputo
che anche padre Francesco Todisco e sei frati del suo ordine carmelitano
sono stati stroncati dal morbo.
Avevate ragione Eufrosina. La collera divina si sta abbattendo
sull'umanit. Gli astrologi dicono che Orione e Saturno
stanno gettando i loro strali sulla terra. Comincio a pensare che
questi sono gli strumenti con cui Dio punisce gli uomini per i
loro peccati.
Cosa avete visto l fuori? gli chiese Eufrosina che aveva letto
nello sguardo sconvolto di Gabriele il bisogno di condividere con
lei quel terribile dolore.
Il notaio sospir. Cara amica, la piet non alberga pi nel
cuore degli uomini. Sono sopraffatti dal terrore della morte. Molti
vengono stroncati dalla paura di quello che gli potr accadere.
I padri abbandonano i figli moribondi, le madri che li hanno
tenuti in grembo nove mesi, che li hanno allattati al loro seno,
non si avvicinano pi a loro. I figli stessi scappano di fronte alla
malattia dei genitori. Tutti i congiunti abbandonano i malati in
preda a spasmi e deliri, stanno in un angolo della stanza senza
avere il coraggio di avvicinarsi ai loro cari. Nessuno tocca le cose
del defunto per la paura del contagio.
Oh mio Dio. Tutte quelle famiglie distrutte... anche nell'anima.
I cadaveri sono ammassati sotto i portici e sulle piazze e vengono
sepolti l in fosse comuni. Il rumore della mia carrozza attutisce
solo in parte i lamenti, le grida di aiuto, i pianti disperati che
provengono da dietro gli scuri accostati delle case. Intere famiglie
che ho conosciuto in tanti anni di professione sono state sterminate.
Non riesco neppure ad arrivare in tempo per il testamento
tanto le loro morti sono repentine.
Pensate Gabriele muoiono talmente in tanti che le campane
rimangono mute per non accrescere il senso di angoscia della
gente.
Questo  davvero il castigo divino. - disse il notaio - La peste
sta facendo emergere la parte pi perversa della natura umana.
Dov' la consolatoria montagna del Purgatorio di cui scrive Dante,
da scalare grazie all'amore per arrivare in Paradiso? Le nostre
anime andranno direttamente all'inferno!
Avete ragione Gabriele. La mancanza di misericordia nei vivi
ci fa comprendere come l'inferno sia qui, in terra disse Eufrosina
convinta.
I peggiori sono quegli esseri abietti che per denaro sfidano
Dio e non rinsaviscono neppure assistendo a quello che accade
intorno a loro. Si arricchiscono prestando servigi agli infermi abbandonati
e alle persone sole, costrette dalla disperazione a subire
ogni sorta di umiliazione da questi aguzzini. La perdita di ogni
morale, l'aver schivato questo castigo, d loro una sorta di onnipotenza
demoniaca che li porta a ogni sorta di abuso su uomini,
donne e bambini.
Che cosa tremenda - rabbrivid Eufrosina - ma le istituzioni
dove sono?
Gli uomini della vita politica e della giustizia sono scomparsi,
gli sciacalli si aggirano indisturbati per le case.
I mercati del mercoled e del sabato sono stati sospesi. - disse
Eufrosina - Avevate ragione: alla nostra porta la fila di gente
disperata che chiede generi di conforto  aumentata spaventosamente.
Poter essere caritatevole mi d sollievo, mi fa sentire utile.
In campagna va meglio? Avete notizie di Enza e di Meo?
Sono passato a trovarli. Per fortuna stanno bene, ma mi hanno
raccontato di intere famiglie di contadini sterminate dal morbo.
I raccolti persi, le bestie allo stato brado e gli stessi animali
domestici muoiono come i loro padroni. E aggiunse, indeciso se
dirglielo: Purtroppo, anche, Pietrino....
Gi so lo interruppe Eufrosina che aveva gi versato tutte le
sue lacrime per il fratello di Corrado.
Anche altri miei amici hanno visto le loro famiglie sterminate.
Arricchiscono il clero implorandoli di officiare frettolose
cerimonie funebri a cui non hanno neppure il coraggio di essere
presenti. I loro cari seppelliti da persone abiette.
Senza volerlo, Eufrosina rivolse lo sguardo verso la porta.
Come avrebbe voluto che Corrado in quel momento l'aprisse,
solo per dirle che stava bene. Aveva pregato tanto perch si salvasse
dalla peste. Per fortuna la Sicilia  lontana da questo flagello
bisbigli.
Gabriele non si sent di continuare a illuderla. Vorrei potervi
dire di s ma non sarebbe giusto nascondervi quello di cui sono
venuto a conoscenza. Le navi che hanno portato il morbo pestifero
avevano attraccato a Messina, prima di arrivare a Genova.
Dio mio, veglia su Corrado, ti prego! esclam disperata
Eufrosina unendo le mani in segno di preghiera.
Gabriele cerc di consolarla stringendola a s. Sono sicuro
che Corrado sta bene e si sta adoperando per portare conforto
alle persone, come voi. Siete uniti dallo stesso destino: quello di
aiutare gli altri.
 difficile Gabriele,  cos difficile disse lei piangendo sommessamente.
Prima o poi il contagio finir. Ne sono sicuro. Dobbiamo
avere pazienza e pregare per questo.
Gabriele - disse lei asciugandosi le lacrime dal volto - promettetemi
che, ad perpetuam rei memoriam, un giorno scriverete
la storia di quanto  accaduto e degli orrori a cui avete assistito.
Esortate la piet delle persone verso i malati perch nessuno commetta pi gli stessi errori.
Lo far Eufrosina. Per questo, pi che scrivere sui piacentini scriver ai piacentini. Di tutti i miei scritti, sar quello di cui andr pi fiero. 
....
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...
CAPITOLO 29.
...
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...
Il prete e i due laici gironzolavano sulla banchina assieme al
loro garzone, in attesa che la scialuppa li portasse a bordo. Avevano
lasciato Noto alla volta di Messina, un viaggio lungo e faticoso,
tre giorni a dorso di mulo. Si erano fermati anche a Catania
in una bettola dove non avevano quasi toccato cibo per il disgusto
che avevano avvertito nell'assaggiare uno stufato di montone:
aveva lo stesso sapore del suo pelo fradicio.
La fatica per non aveva smorzato il loro entusiasmo. Scendere
verso il mare e perdersi nell'orizzonte, imboccare quella strada
diritta che sembrava inghiottita da quello sconfinato paesaggio,
stupirsi per le imponenti falde dell'Etna, inerpicarsi per le sinuose
colline di Messina e scorgere il continente... Il suggestivo variare
del paesaggio li aveva messi di buon umore.
Michele, questo era il nome del prete, aveva l'aspetto che ci si
aspetterebbe da un giovane sacerdote: magro, minuto, il viso pallido
scottato dal sole con la scriminatura laterale dei lisci capelli
neri. Il laico pi anziano si chiamava Giovanni ed era ormai canuto,
nonostante non si fosse ancora piegato sotto il peso dell'et.
Il terzo passeggero, un uomo maturo dai capelli brizzolati e
curato nell'aspetto, rispondeva al nome di Nicola, ma era detto
solo Cola.
Si dovevano imbarcare sulla Santa Lucia, una moderna cocca
mercantile a vela quadra da 500 tonnellate di stazza, piccola e
veloce, con alti bordi e doppio fasciame in quercia, in grado di
navigare al largo per evitare la boscosa costa calabrese infestata dai
pirati che si nascondevano nelle rade.
La nave trasportava profumati sacchi di spezie provenienti
dalle Indie. I tre compagni vennero investiti dall'aroma del cardamomo
che odorava vagamente di zgara, da quello del coriandolo,
simile al limone e da quelli pungenti: peperoncino, cannella,
e zenzero. I marinai avevano imbarcato nell'unica stiva cinquanta
casse di fichi essiccati e ottanta giare di olio che avevano legato
con robuste funi di canapa agli anelli fissi della carena. Terminate
queste operazioni, li avevano aiutati a salire a bordo con i modi
grezzi e spicci tipici della gente di mare.
Dopo un giorno di navigazione a vele spiegate, avevano trascorso
la notte in rada a guardare le stelle dal ponte. Cullati dal
rollio dell'imbarcazione e avvolti in pesanti coperte di lana, i tre
uomini si erano finalmente lasciati andare a un sonno ristoratore.
La sera dopo, verso il tramonto, avevano scorto il golfo di Napoli
e le pendici del Vesuvio. Anche da vicino appariva piccolo se lo
confrontavano al loro di vulcano.
La citt invece era loro apparsa maestosa, con affacciati sul
golfo quegli alti palazzi dagli insoliti tetti piani. Era protetta da tre
castelli: il Nuovo, dalle imponenti torri merlate; il forte dell'Ovo,
su di un'isola collegata a terra da un lungo ponte marmoreo e
il Capuano, dalle mura robuste ma eleganti, decorate con finte
finestre quadrate.
Al porto si erano aggregati a un'allegra comitiva di pellegrini
amalfitani. La sera sostavano in locande sufficientemente decorose
e trovavano riparo presso romitori e monasteri. Grazie anche
a quell'allegra compagnia, il tempo era trascorso velocemente e
in una settimana avevano raggiunto Roma, a circa met del loro
viaggio. Qualche giorno dopo avevano preso una carrozza scortata
che percorreva la via Aurelia e dopo quindici giorni, seguendo
la val di Taro, erano giunti incolumi a Piacenza, dove avevano deciso
che sarebbe stato logico cominciare la ricerca di quella donna
nel monastero delle clarisse.
Chiss se era ancora viva o se qualcuno si ricordava ancora
di lei? Erano consapevoli dell'importanza della loro missione ed
eccitati dall'incertezza.
Di chi chiediamo? chiese padre Michele agli altri due, lasciando
sospeso in aria il pugno con cui stava per bussare al portone
del convento.
Non ne ho idea rispose Giovanni rivolgendo lo sguardo a
Cola che pi spigliato di loro, sugger: Limitati a dire che desideriamo
un colloquio con la superiora, riguardo a una suora che
stiamo cercando.
Padre Michele aveva bussato due volte, la prima con un certo
timore e la seconda con pi decisione. Quando lo spioncino si
apr di scatto, aveva ripetuto in un italiano comprensibile quella
frase che Cola gli aveva suggerito.
La guardiana diede un'occhiata al prete e agli altri due. Anche
se erano forestieri cap dai loro abiti, sobri e puliti, che erano persone
dabbene e li fece entrare senza porre altre domande.
Pace e bene fratelli li accolse da dietro la grata del parlatorio
la superiora, ricoperta con un pesante panno nero.
Pace e bene anche a voi reverendissima madre. Scusate la
visita senza preavviso ma avremmo bisogno di parlare con voi
di una faccenda delicata esord padre Michele. Capirono che
dovevano essere in due dai passi discreti di una di loro che si
allontanava.
D'accordo allora, prego, accomodatevi. - rispose la superiora
- Ditemi dunque il motivo della vostra visita.
Cara madre - esord Giovanni - siamo alla ricerca della moglie
di un nostro amico.
Pensate di trovarla qui? - domand la superiora con un tono
sorpreso della voce - Dovevate passare dalle repentite: l si trovano
le donne sposate che scelgono la vita monacale.
Le mogli dei penitenti francescani entrano nelle clarisse,
cos almeno stabilisce la bolla Supra montem, per questo abbiamo
pensato di venire qui insistette padre Michele.
Come si chiama il penitente in questione?
L'unica cosa che sappiamo  il suo nome, Corrado, e la citt
d'origine, Piacenza. Per questo che abbiamo iniziato proprio da
qui la ricerca. Non ci ha mai rivelato altro del suo passato. Tranne
di aver moglie. Anche se da pi di vent'anni non aveva notizie di
lei disse Giovanni emozionato.
Voi chi siete allora? chiese la superiora con tono allarmato.
Cola era intervenuto per tranquillizzarla: Noi siamo soltanto
suoi amici che cercano informazioni su di lui.
La suora si dimostrava ancora guardinga: Non conosco il
vostro accento. Da dove provenite?.
Da Noto, reverendissima madre, in Sicilia sottoline Giovanni.
Vi fu un breve silenzio e infine lei rispose, con voce ferma: La
moglie sono io.
Finalmente, sia ringraziato Iddio! Mi chiamo padre Michele
e loro sono Giovanni Mineo e Cola Vassallo. Con chi abbiamo
l'onore di conferire, signora?
Io sono madre Giovanna, ma lui mi chiamava Eufrosina. Vi
prego, ditemi, sta bene?
Purtroppo vostro marito...
Corrado mormor lei all'esitazione del prete.
Manc qualche mese fa reverendissima madre. L'anima sua
 in pace.
Il volto di Eufrosina, segnato dallo strazio, era protetto come
un velo vedovile dal drappo nero.
Dall'altra parte della grata non udirono nessun segno di reazione.
Dopo un minuto di imbarazzo, Cola era intervenuto di
nuovo per superare quel vuoto: Madre, capiamo il vostro dolore.
Se vorrete sapere di lui, lasceremo il nostro recapito alla guardiana.
Al di l della grata ancora un lungo silenzio. Alla fine capirono
che Eufrosina non era pi l.
Credo sia comprensibile. - aveva osservato Giovanni all'uscita,
sistemandosi i capelli bianchi mossi da una folata di vento
- Chi non avrebbe reagito allo stesso modo?
Pensate che ci mander a chiamare? domand ai compagni
padre Michele.
Cola aveva conosciuto il dolore molto da vicino e si sent in
grado di affermare: Sono sicuro di s. Lasciamole il tempo di riprendersi
dallo sconcerto. Se ci sar una prossima volta, dovremmo
essere pi cauti con lei e raccontare la storia dall'inizio. Solo
descrivendo anche i particolari riusciremo a renderla partecipe
della vita di Corrado. Forse cos allevieremo la sua sofferenza.
Gli altri annuirono in segno di approvazione e si avviarono tutti
insieme alla ricerca di altre informazioni sul loro amico.
Due giorni dopo, suor Pancrazia port il messaggio di Eufrosina
al romitorio dei frati francescani dove alloggiavano. La
monaca era in vena di confidenze. Mentre li scortava verso il monastero
raccont che questo era stato ceduto quindici anni prima
dai frati francescani che vi risiedevano. Ce l'hanno lasciato volentieri
perch era troppo lontano dai palazzi del potere. - confid
- Noi, come segno di continuit col precedente, lo abbiamo
dedicato a santa Chiara di Assisi.
Questa volta Eufrosina li aveva ricevuti direttamente nel suo
studio. I tre compagni non poterono fare a meno di ammirare la
sua bellezza rimasta intatta nonostante dovesse ormai avere almeno
sessant'anni. La pelle liscia e opalescente era tirata dalle bende
del viso e del collo. Le mani, quasi trasparenti, erano solcate da
vene che sembravano ruscelli dello stesso azzurro profondo dei
suoi occhi. Le sopracciglia, bionde e sottili, formavano due archi
uguali e armoniosi separate da due rughe verticali sopra il naso
diritto.
Le illuminava il volto un sorriso di gratitudine per quegli uomini
che si erano avventurati in un cos lungo e pericoloso viaggio
per portarle notizie del loro amico scomparso.
Associ il loro viso ai nomi e alle voci che aveva sentito qualche
giorno prima e cominci a raccontare. Confalonieri, questo
il nome della sua stirpe. Un'importante famiglia capitanea, potete
chiedere a chiunque l fuori e ve lo confermer. Ma non chiedete
di lui. Nessuno se ne ricorderebbe. Anche i parenti hanno cancellato
dalla memoria quel pazzo che quarant'anni fa lasci tutto per
far penitenza. Rimase orfano molto presto e il padre Tommaso 
scomparso poco prima del ritorno dei Visconti. Lui era il fratello
minore di Giacomo, da cui discende il ramo principale della famiglia.
Corrado vi ha raccontato la sua storia?
Giovanni si era sentito in dovere di prendere la parola. No
madre, forse io ne conosco solo qualche frammento perch sono
stato il primo ad averlo conosciuto. Quando ero amministratore
dell'ospizio di san Martino, alcuni cacciatori lo avevano trovato
nel bosco con il saio ridotto a brandelli, le braccia e le gambe
ricoperte da morsi e da graffi. Mi aveva confidato: Arrivo da Palazzolo.
Il signore del luogo, Alfranco, convinto dal mio accento
e da questo aspetto forestiero che fossi una spia del re di Napoli,
mi ha sguinzagliato dietro la sua muta di mastini. Sono scappato
nella foresta ma, dopo una rovinosa caduta, i cani mi stavano per
sbranare, quando sono accorsi questi bravi cacciatori che li hanno
messi in fuga a bastonate. Poi Corrado aveva aggiunto un dettaglio,
un piccolo particolare, sorridendo dolcemente nonostante
gli atroci dolori: Da carnefice mi sono trasformato in vittima.
Anche io da giovane amavo la caccia. Per stanare della selvaggina,
una volta dissi ai miei battitori di appiccare il fuoco a della boscaglia,
ma il vento cambi improvvisamente direzione e distrussi
ogni cosa. Non so altro, ma questa storia mi incurios molto.
Eufrosina not che Corrado aveva omesso dal racconto il particolare
del cervo. Decise di non rivelarlo per rispettare la sua volont
ma volle completare il racconto di Giovanni. Per timore della punizione
e dell'onta che avrebbe gettato sulla propria famiglia, Corrado
si rifiut di svelare la sua colpa e ordin anche al suo seguito
di fare altrettanto. Del disastro venne per accusato un contadino
che, sotto tortura, confess. Corrado, preso dal rimorso, si assunse
le sue responsabilit. Risarc i danni e divenne penitente per salvare
la sua anima dall'orgoglio che lo stava annientando.
(Allora  da quell'avventura che ha iniziato il suo percorso di
conversione? le domand padre Michele che intanto segnava sul
taccuino queste importanti notizie.
S, come avevate ben capito, sono diventata clarissa per lasciarlo
libero di seguire la sua penitenza.
Un gesto davvero nobile il vostro osserv Cola affascinato.
Eufrosina abbass lo sguardo: Non siamo qui per parlare di
me, ma di lui. Vi prego, Giovanni, continuate.
Lui avvert un senso di gratificazione sentendole pronunciare
il suo nome, non pensava che gi lo avesse memorizzato. Guarito
dalle ferite, per sdebitarsi delle cure e dell'accoglienza, Corrado
mi aiutava con gli infermi. Non aveva nessun timore di curare i
malati del lazzaretto. Notai che era molto preparato in medicina.
Pi volte gli chiesi dove avesse imparato, ma rispondeva sempre
in modo vago: Dove il Signore mi ha ordinato di andare e rimanere.
Eravamo diventati amici... spesso lo invitavo a cena da
me. Si poteva discorrere davvero di tutto con lui. - disse con un
sorriso mentre la sua mente andava verso quel ricordo lontano -
Le sue buone maniere erano la conferma che doveva provenire da
un ambiente altolocato.
Avevate intuito bene, Giovanni. - disse Eufrosina - All'inizio
della sua conversione prestava servizio al romitorio di Calendasco.
Poi sicuramente a Roma. L'aveva incontrato un amico
proprio l e Corrado gli aveva riferito che lavorava in ospedale.
Per questo aveva dimestichezza con la sofferenza degli altri. Sono
convinta che all'ospizio di Calendasco occuparsi degli altri era
per Corrado un mezzo indispensabile per superare il suo orgoglio,
mentre a Roma era amore ardente per le persone bisognose.
Padre Michele smise di scrivere e avanz un'ipotesi su cui
aveva riflettuto a lungo durante il viaggio e che indirettamente
trovava conferma nelle parole di Eufrosina: Io credo che si fosse
recato nella citt eterna non solo in pellegrinaggio ma anche per
devozione. Ora capisco perch a Roma quell'immagine aveva colpito
in profondit l'anima di Corrado.
A quale immagine ti riferisci Michele? gli chiese Giovanni
incuriosito da questo particolare che non ricordava.
Vi rammentate quando, durante la sosta nell'Urbe, ci siamo
recati a visitare la basilica del Salvatore? Gli altri due amici
annuirono. Abbiamo pregato sotto l'icona di Ges, dipinta o
perlomeno incominciata dall'evangelista Luca, come sicuramente
doveva aver fatto anche Corrado. Per questo motivo a Noto, ogni
sabato, si raccoglieva in preghiera sotto l'immagine del crocefisso
della chiesa in Santa Maria che la tradizione vuole non dipinta
da mano umana, ma proprio dallo stesso Evangelista. Il mistero
della croce per i patimenti del Dio fattosi uomo aveva sempre
molto colpito Corrado. Per questo ne voleva seguire l'esempio.
Perch  arrivato proprio a Noto? Non poteva conoscere l'esistenza
del quadro! gli chiese Giovanni perplesso.
Non credo proprio lo sapesse. - era intervenuta Eufrosina
nel vedere che non riuscivano a darsi una risposta - Per a Roma
il nostro amico l'aveva informato che in val di Noto esisteva la
possibilit di vivere da eremiti, protetti dalla corrente conventuale
dei francescani.
Quindi Corrado ha interpretato la presenza del dipinto
come un segno che quello era il luogo a cui era predestinato
intervenne convinto Cola.
Certamente  cos amici: un filo ideale che lo legava da Piacenza,
a Roma, fino a Noto, alle porte della cristianit disse convinto
padre Michele.
Apparivano tutti soddisfatti per aver chiarito questo aspetto
oscuro della vita del loro amico defunto. Qualche mese dopo,
Corrado lasci il mio ospedale. - riprese Giovanni - Aveva deciso
di stabilirsi presso le celle arroccate sotto la chiesa del Crocefisso
che gi ospitavano altri penitenti, per dedicarsi alla preghiera
e alla contemplazione. Si trovavano fuori dal centro, nei pressi
di un ripido declivio del terreno. Corrado si accorse ben presto
dello stato fatiscente in cui versava l'orto e gli venne l'idea di
reimpiantarlo. Dimostr grande abilit. Qualche mese dopo gi
raccoglievano messi abbondanti.
Eufrosina sorrise. Corrado aveva sicuramente pensato a lei
mentre strappava le erbacce, girava le zolle, innaffiava i semi. Ripetendo
gli stessi suoi gesti, condivideva con lei le stesse soddisfazioni.
Presso le celle Corrado aveva conosciuto un altro penitente,
Guglielmo Buccheri, un cavaliere di re Federico. Durante una
battuta di caccia, un enorme cinghiale, vedendosi circondato,
aveva attaccato il cavallo di Federico che, imbizzarritosi, lo aveva
disarcionato. Guglielmo allora si era avventato sulla bestia prima
che potesse caricare il sovrano. Era riuscito a immobilizzarlo a
mani nude per dargli il tempo di afferrare la lancia e finirlo. Nel
corpo a corpo, Guglielmo aveva riportato una grave lussazione
all'anca che lo avrebbe reso storpio e inabile al combattimento.
Federico, per ricompensarlo del suo coraggio, regal al Buccheri
quella corte nei pressi della chiesa che lui adatt a ricovero per i
penitenti. L molte persone si recavano da Corrado. La sua disponibilit
ad ascoltare gli altri, a trovare una parola di conforto
o dare sempre un buon consiglio facevano crescere la sua fama di
giorno in giorno.
Giovanni sospir e nel suo sguardo Eufrosina colse un accenno
di rammarico. Purtroppo Corrado aveva suscitato anche le
invidie di Pietro, il figlio di Guglielmo, che non vedeva di buon
occhio quell'amicizia con suo padre. Accusava Corrado di essere
un accattone e di stare sempre alla loro tavola. Dopo un paio
d'anni, ormai pronto all'isolamento, Corrado stabil di trasferirsi
in un luogo solitario, i Pizzoni della contrada di Lenzavacche, a
circa quattro chilometri dalla citt.
Eufrosina si era ricordata il nome cos singolare di quel luogo
che le aveva riferito Azzone. Le era sembrato l'ideale per
l'anacoresi, lontano dalle diatribe fra il Papa e gli spirituali.
Michele, lui aveva contatti con i francescani conventuali?
gli chiese per trovare conferma.
Assolutamente no, Corrado li ha sempre rifiutati. Riconosceva
come autorit solo quella del Vescovo: per questo non poteva
definirsi uno spirituale.
Spesso mi sono chiesta come Corrado abbia vissuto gli strascichi
della diatriba tra francescani e spirituali.
Mi raccont di aver provato un grande dispiacere quando
Giovanni ventiduesimo depose Michele come ministro generale francescano
al suo netto rifiuto di accettare la sua discutibile tesi che
Cristo non fosse stato povero. Quando il Pontefice ritratt quella
interpretazione dottrinale, Corrado ne fu molto sollevato. Allo
stesso tempo, per, non condivise mai la decisione di Michele di
schierarsi dalla parte di Lodovico il Bavaro e dell'antipapa Niccol V. Mi disse che quando entrambi chiesero perdono al Papa si
sent esaudito nelle sue preghiere.
Eufrosina cap allora che suo marito aveva mantenuto fede
a quanto avevano stabilito prima che partisse da Piacenza. Questa
ulteriore certezza le diede conforto. Voleva per sciogliere un
altro nodo di cui loro due non avevano potuto parlare prima di
lasciarsi: Su di una questione mi sono sempre domandata cosa
pensasse Corrado e spero mi possiate rispondere voi. Al termine
della vita terrena, Giovanni ventiduesimo sosteneva che l'uomo non
avrebbe potuto aspirare alla visione beatifica del Signore se non
dopo l'Apocalisse posticipando, nei fatti, questa consolazione a
un tempo lontanissimo.
A questo posso risponderle io madre. Ne avevamo discusso -
era intervenuto padre Michele - Si ricollegava al motivo per cui il
Papa aveva condannato gli spirituali. Li considerava un pericolo
per la stabilit della Chiesa con quei loro continui richiami alla
povert e per il loro disprezzare l'opulenza di Avignone. Secondo
Corrado, l'altro rischio che intravedeva il Pontefice era dato
dalla popolarit delle mistiche: Angela da Foligno, Margherita da
Cortona e soprattutto Chiara di Montefalco. Nelle loro visioni,
il Signore in persona le sollecitava a richiamare il Papa di tornare
a Roma e condurre una Chiesa morigerata. Cos si metteva in
pericolo il ruolo primario del vicario di Cristo nel dialogo con
Dio. Poco importa il tono falsamente umile delle loro missive.
Giovanni ventiduesimo, posticipando la visione beatifica a dopo l'Apocalisse,
ristabiliva il suo ruolo di intermediario fra cielo e terra. Di
fatto metteva in dubbio le presunte visioni di quelle donne. Per
questo il Papa non aveva intrapreso il processo di beatificazione
di Chiara di Montefalco. La considerava pericolosa, soprattutto
per i suoi legami con la Roma della famiglia Colonna. In punto
di morte, ormai ultranovantenne, aveva per capito che privare
l'umanit di quella consolazione andava ben al di l della sua
ostinata battaglia contro mistiche e spirituali. Ritratt parzialmente
la sua teoria sostenendo che quella era la sua opinione,
ma lasciava liberi i fedeli di credere alla visione beatifica prima
dell'Apocalisse.
Grazie padre Michele. Sapere cosa Corrado pensasse di queste
verit dottrinali, mi d sollievo. Sono particolari della sua esistenza
che non conoscevo. Vi prego Giovanni, continuate nel vostro
racconto, stavate dicendo della localit in cui si era trasferito
lo invit Eufrosina porgendo anche a lui un bicchiere con acqua
e succo di lampone.
Con vero piacere madre reverendissima. - disse Giovanni gustando
quella bevanda che non aveva nulla da invidiare al gusto della
limonata - i Pizzoni devono il loro nome ai tre cocuzzoli delle montagne
che sovrastano una cava dove, nell'ansa, scorre un fiume, circondato
da un fitto bosco di lecci e querce. Nella roccia calcarea gi
i bizantini avevano ricavato dei minuscoli siti orientati verso la Terra
santa. Corrado ne scelse uno a met del declivio che si raggiungeva
tramite degli scalini ricavati nella roccia. Una nicchia in cui Corrado
stava solo in piedi, con una finestrella da dove la mattina entrava la
luce. In un anfratto qualcuno aveva ricavato un altro ambiente angusto
e umido. L Corrado riposava sdraiato sulla nuda terra. Sopra
aveva ricavato un soppalco e ci teneva vino, formaggio, legumi, frutta,
candele e qualche coperta. Un'esistenza davvero difficile. La notte,
il silenzio assoluto era interrotto dai lupi che ululavano alla luna e
dal bubolare di gufi e allocchi, impegnati nella caccia notturna. Una
volta che gli manifestai la mia preoccupazione per quella vita, ancora
pi a rischio per i briganti che si nascondevano nei boschi circostanti,
lui mi rispose citando san Bernardo: Le alte querce e i rigogliosi
olmi erano altrettanti maestri che sinteticamente e misteriosamente
lo istruivano; le superbe colline e i freschi ruscelli gli permettevano
di dar libero corso ai propri pensieri, e leggiero leggiero qual piuma
trasportata dagli zefiri lo sollevavano direttamente a Dio e lo stesso
taciturno orrore della notte, interrotto dal lugubre canto dell'upupa,
dolcemente lo invitava a contemplare le meraviglie del Signore impresse
in tutto il creato.
Mi sembra di sentirgli pronunciare queste parole. - lo aveva
interrotto Eufrosina rapita da questa citazione - In quel luogo
romito aveva finalmente trovato la pace necessaria.
Corrado lo amava molto proprio per questo. Stabil di mettere
ordine in almeno un pezzetto di quella natura selvaggia. Con
l'aiuto degli altri penitenti, aveva disboscato un triangolo di terra
pianeggiante nei pressi del fiume, proprio sotto una roccia a
precipizio. Aveva impiantato alcuni alberi: aranci, peri e noci.
Quello che per pi mi colp, fu la sua maestria negli innesti agli
alberelli di vite: era riuscito da piccoli tranci che i contadini gli
avevano regalato a trarre varie qualit di vino: l'Ansonica, il nero
d'Avola, lo Zibibbo, il Grillo.
La coltivazione della vigna era una delle sue passioni. Quando
vivevamo a Calendasco, mi aveva raccontato che fin da piccolo
osservava i contadini al lavoro e cos aveva imparato anche
lui. Ha piantato la vite dopo averla distrutta: questa era la sua
rinascita osserv convinta Eufrosina.
In quel luogo cos solitario, Corrado si poteva finalmente
dedicare alla meditazione. Pregava, pregava incessantemente e
un giorno mi disse: Giovanni, vivendo qui riesco a creare quel
vuoto nella mia anima indispensabile per la contemplazione del
mistero divino. Il diavolo per era sempre in agguato. Lo tentava
in modo subdolo. Mi raccont di alcuni sogni che turbavano il
suo riposo e... - per un attimo Giovanni esit - ... alcuni, madre,
riguardavano proprio voi. Si interruppe interrogandola con
lo sguardo per capire se volesse saperne di pi.
Davvero? esclam Eufrosina che sentiva il suo cuore battere
forte. Provava sentimenti contrastanti. Da un lato, quella era
una conferma che non l'aveva mai dimenticata; dall'altro, quel
riferimento al demonio l'aveva resa incerta, confusa: Vi prego
Giovanni, continuate. Non comprendo.
Corrado mi rifer che alcune notti udiva la vostra voce che
lo implorava di tornare a Piacenza per riprendere la vostra vita
coniugale. Sentiva che lo carezzavate sul viso, sentiva le vostre
labbra sulle sue e il vostro profumo lo inebriava in modo cos
realistico da non ricordare pi chi fosse diventato. All'improvviso
capiva che non potevate essere voi quella donna e prima di cedere
alla tentazione riusciva a strapparsi da quelle mani audaci che nel
frattempo si erano trasformate in cento, mille spire. La raggiunta
consapevolezza che non eravate voi, lo rendeva pi forte di quel
demonio travestito da angelo. Si svegliava di soprassalto tutto sudato,
in preda all'agitazione.
Eufrosina riflett un attimo, per cercare di capire fino in fondo
la portata di quelle apparizioni. Poi disse scuotendo il capo:
Lui sapeva che non gli avrei mai chiesto un sacrificio simile.
Neppure mi aveva mai detto che il mio profumo lo inebriava.
Giovanni, prima avete detto che sotto la grotta scorre un fiume?
Ecco, a mio avviso, probabilmente si  lasciato suggestionare dal
rumore dell'acqua in sottofondo. Quando alloggiava presso il romitorio
di Calendasco, durante il sonno udiva la mia voce nel
gorgoglo di un mulino poco distante. Le mie per erano parole
di incoraggiamento a cercare la sua vocazione. Il diavolo lo sapeva
e cos lo ha raggirato. Lui invece non si  fatto trarre in inganno
da quella voce.
Sembrate molto sicura di voi osserv Michele.
Padre, non lo sono di me, ma di lui. - replic Eufrosina -
Questi anni di clausura mi hanno permesso di capire che quando
basiamo la nostra esistenza terrena dando fiducia alla persona
che si ama, questa deve essere totale, assoluta. Solo cos possiamo
affrontare le difficolt che il tempo ci pone davanti. Se avessi
dubitato anche per un solo istante della fede di Corrado avrei
sentito vacillare la mia. Questa  la forza che mi ha permesso di
sopravvivere.
I compagni la guardarono con ammirazione. Giovanni cap
che quella donna era cos avveduta da ben comprendere ci che
loro stavano per raccontarle.
Dalla porta della montagna, il venerd, Corrado scendeva in
paese per la questua. Prima per si recava dal suo amato Crocefisso
per la contemplazione di quell'immagine a cui era cos devoto.
Proprio un venerd, accadde il primo fatto eccezionale. Corrado
stava passando davanti alla bottega di un sarto che lo chiam
dentro casa sua per mostrargli suo figlio di sette anni gravemente
malato, a causa di un'ernia inguinale che lo costringeva a letto.
Corrado aveva provato un senso di immensa compassione per
quel bimbo dai grandi occhi rassegnati. Fece il segno della croce
su quella invalidit, li salut con affetto e se ne and. Qualche
giorno dopo, il genitore e i vicini constatarono che non v'era pi
traccia dell'ernia. Il bambino correva per la strada, urlando felice:
Fra Corrado mi ha guarito! Fra Corrado mi ha guarito!.
Quell'avvenimento aveva trasformato la mia amicizia nei suoi
confronti in un senso di soggezione. Glielo dissi anche ma lui si
schern: Giovanni,  merito del Signore se quel bimbo ora sta
bene. Non mio. Ho provato una grande compassione per lui, mi
sono messo nei panni di quel padre disperato e mi sono affidato
a Dio perch lo sanasse, tutto qui. La semplicit di queste sue
parole mi fece capire la sua grandezza.
Dimentichi quando prima di questo avvenimento, aveva
guarito Antonio Sessa da quel dolore all'anca gli ramment padre
Michele.
Hai ragione Michele - era intervenuto Cola con un'aria
sorpresa - chiss perch nessuno allora ci aveva prestato particolare
attenzione. Forse poteva trattarsi delle sue capacit mediche,
anche se gi l'affetto della gente si stava trasformando in
venerazione.
Aspettate, aspettate - disse Eufrosina incredula - volete dire
che Corrado ha compiuto un miracolo?
Pi di uno, madre. Eppure ogni volta amava ripetere che
lui era solo un tramite della volont del Signore aggiunse don
Michele con un tono profondo della voce.
Eufrosina scoppi a piangere dalla felicit. Si nascose il volto
fra le mani. Quale inaspettato dono mi ha concesso Dio che me
lo ha fatto amare. La mia vita allora non  trascorsa invano!
Madre, vi sentite bene? le chiese Michele preoccupato.
S, s, non preoccupatevi per me. Sono solo lacrime di gioia
disse Eufrosina asciugandosi il viso con il fazzoletto.
Desiderate che continui?
Ve ne prego Giovanni.
In seguito a quell'evento miracoloso, la devozione della gente
crebbe a dismisura non solo a Noto ma anche nella vicina Avola.
Ormai era costretto a venire in citt di nascosto. Protetto dalla
sua cappa, camminava nei vicoli rasente ai muri. La gente in strada
lo fermava di continuo per toccarlo, come se fosse una reliquia
vivente. Gli chiedeva di intercedere e di essere sanata da ogni sorta
di invalidit. La sua fama aveva raggiunto anche il vescovo di
Siracusa che si rec con il suo seguito alla caverna di Corrado per
un'ispezione. Guido voleva capire se fosse uno dei tanti millantatori
che percorrevano in lungo e in largo la Sicilia, alimentando
la credulit popolare. Corrado non era presente quando il Vescovo
arriv alla spelonca ed ebbe evidenza della estrema povert di
quel luogo. Aveva subito notato una zucca in un angolo e vide
che dentro conservava dell'acqua: Corrado non possedeva neppure
una brocca! Lo trov in giardino, intento a zappare l'orto.
Per metterlo alla prova, Guido gli chiese qualcosa da mangiare.
Corrado sal nella caverna da dove ridiscese con del pane fresco,
misteriosamente appena sfornato. Il vescovo non fece domande.
Forse Dio aveva voluto premiare la buona fede di quel frate facendo
recapitare quel pane dagli angeli. Benedisse Corrado e gli
chiese di fare la stessa cosa su di lui e sul suo seguito. Fece ritorno
in Vescovado consapevole dell'esperienza trascendente che aveva
appena vissuto.
Quello che mi state raccontando mi lascia interdetta, quasi
non riesco pi a respirare disse Eufrosina alzandosi dalla sedia
per aprire la finestra. Lo spostamento d'aria, provocato dal colpo
d'ala del suo velo, sollev un foglio di carta appoggiato sulla
scrivania che atterr sul pavimento. Eufrosina guard fuori sporgendosi
un poco. Pensava a come fosse stata diversa l'esistenza
di Corrado dalla sua. Mai avrebbe immaginato quello che i suoi
amici le stavano raccontando. Fiss le immagini di quello che
vedeva per strada: un contadino che tirava un asino carico di fascine,
una donna che si aggiustava sotto la gola il mantello di un
vistoso color carminio, l'ombrello sferico di un frondoso olmo
che spuntava dal muro di mattoni della casa di fronte. Sapeva che
d'ora in poi, quando si fosse affacciata, avrebbe sempre ricordato
quel momento cos irreale eppure vero. L'olmo lo avrebbe testimoniato.
Il demonio - aveva proseguito padre Michele - non riuscendo
a smuovere Corrado con il vostro ricordo, prov in un
altro modo a risvegliare i suoi sensi pervasi del dialogo mistico
col Signore. Un'estate, mentre Corrado mangiava un fico del
suo frutteto avvert un sapore particolare, dolcissimo, che forse
gli aveva suscitato un ricordo goloso della sua vita passata. Si
tolse il saio e si gett nudo nei rovi come penitenza per quel
piacere che lo aveva colto impreparato. Altre volte, quando stava
per cadere in tentazione, faceva penitenza. Se gli regalavano
un cappone, del formaggio o un dolce per i quali provava una
voglia particolare, li lasciava marcire come testimonianza di non
voler cedere a nessun'altra volont che non fosse quella di nostro
Signore. Solo a questa condizione avrebbe potuto raggiungere
la perfetta beatitudine.
Cola aveva colto il disagio di Eufrosina per l'eccessivo fervore
con cui Michele riportava quei fatti. Aveva creduto opportuno
di intervenire per raccontarle anche un'altra verit ben
pi amara ma pi comprensibile. Anche lei doveva capire come
il bene nella vita di Corrado non fosse mai stato immune dal
male e dalla sofferenza. Non tutti per stimavano Corrado.
- puntualizz allora Cola - Alcuni erano invidiosi della sua
santit che non suscitava solo devozione ma anche, a volte, un
grande disprezzo. Un giorno Pietro Buccheri gli organizz un
brutto tiro. Di solito Corrado si cibava di legumi, di formaggio
o di quello che la gente gli regalava. In periodo di Quaresima
si nutriva solo di pane e vino. Un venerd, gli amici di Pietro
lo avevano invitato in osteria e anzich pesce, a sua insaputa gli
offrirono un piatto di carne di maiale. Quando Corrado termin il
pasto, a turno si erano messi a schernirlo dicendogli
che aveva commesso peccato, mangiando carne in un giorno
proibito. Corrado negava le loro accuse, mostrando nel piatto
le lische del pesce con cui si era sfamato. Non contenti di quel
segno prodigioso, lo trascinarono per il saio dal vescovo Guido
in visita pastorale a Noto. Signor vescovo - gli dissero - siamo
testimoni che fra Corrado  un mentecatto che anche in
un giorno proibito si nutre di carne. Guido per prese le sue
difese, dicendo che non avrebbe mai creduto alle loro parole
ma solo a quello che Corrado aveva lasciato nel piatto: le lische
erano la dimostrazione di quello che aveva mangiato. Da allora
l'odio di quei giovani verso Corrado non si plac. Una notte,
armati di spranghe e bastoni, entrarono nella grotta dove dormiva.
Lo massacrarono di botte investendolo di insulti e sfidandolo
beffardamente: Visto che sei gi santo, questi colpi non
ti fanno nulla, vero?, Fai uno dei tuoi miracoli e trasforma in
gigli questi bastoni!, Dai, vecchio, difenditi!.
E lui come reag, Cola? gli domand Eufrosina inorridita da
quell'assurda violenza.
In nessun modo. Ma la voce del pestaggio si diffuse rapidamente.
Appena giunse alle nostre orecchie, Giovanni e io ci precipitammo
da lui. Dio santissimo, cosa ti hanno fatto? balbettai
alla vista di come lo avevano ridotto. All'interno della spelonca
c'erano schizzi di sangue ovunque e lui se ne stava l, rannicchiato
nel suo giaciglio, tutto gonfio e dolorante, con vistose ecchimosi
sulla testa, un occhio pesto e un braccio fratturato. Alcuni penitenti
gli avevano prestato il primo soccorso ma le ferite erano
troppo estese e profonde. Giovanni and a casa per prendere un
mulo con cui trasportare Corrado in ospedale, io lo presi in braccio
e nel mentre scendevo le scale, mi accorsi di quanto fosse
diventato leggero, quasi una piuma. Il popolo era insorto quando
si resero conto di come lo avevano conciato. A gran voce chiesero
giustizia alle istituzioni comunali. Vennero fuori i nomi e ci fu il
processo. Corrado dovette testimoniare e alla domanda del giudice:
Sono loro quelli che vi hanno malmenato?. Lui li osserv a
lungo, uno per uno, e alla fine gli rispose: Non mi paiono loro.
Quelli erano arroganti e spavaldi, questi invece sono tremanti
e impauriti. A malincuore il magistrato non pot far altro che
scarcerarli.
Pietro, il figlio di Guglielmo era fra di loro? gli domand
Eufrosina.
Con ogni probabilit era il mandante della spedizione punitiva,
per il suo nome non venne mai fuori. Qualche tempo
dopo, Corrado lo guar dalla malaria ma gli intim anche di ravvedersi
altrimenti una grave sciagura si sarebbe abbattuta su di
lui. Pietro non lo ascolt. Qualche tempo dopo venne condannato
alla forca perch durante una rissa uccise un uomo che, a suo
dire, lo aveva accusato di essere una spia dei napoletani.
Volete dire che Corrado riusciva anche a essere chiaroveggente?
Durante la preghiera raggiungeva l'excessus mentis. Usciva
da se stesso per contemplare il mistero divino. Non c'era pi n
tempo n spazio intorno a lui. In quello stato, veniva investito
da premonizioni che ci riguardavano. Quando tornava in s, era
in grado di rendersi conto se quanto aveva visto appartenesse al
passato o al futuro. Avvisava gli interessati, mettendoli in guardia
da certe azioni. Emise un sospiro e concluse con amarezza: Purtroppo
siamo dotati di libero arbitrio e abbiamo la presunzione
che nessuno possa limitare la nostra libert.
Cola, la mia domanda vi ha ferito? Sembrate turbato gli
chiese Eufrosina preoccupata.
Lo sono madre, eccome se lo sono. Corrado tenne a battesimo
l'ultimo dei miei figli che avevo chiamato come lui.
Quel giorno, davanti al sagrato di san Pietro Nuovo, mi disse:
Cola, ricorda sempre a tuo figlio di stare lontano dai pericoli.
Il suo volto venne attraversato da un'ombra. Quante volte
avevo ricordato al piccolo Corrado di stare attento se usciva
per strada a giocare e lui mi sorrideva dicendomi di stare tranquillo.
Quando aveva otto anni, gli affidai una pignatta di legumi
da portare a Corrado. Mi ero raccomandato che seguisse
il sentiero pi sicuro, quello della scalinata dei porci. Lui invece
faceva sempre di testa sua. Punt dritto verso la scorciatoia
ma si perse nel bosco. In quel mentre, Corrado stava pregando
e in spirito vide quanto era accaduto. And a cercarlo l dove
sentiva che lo avrebbe trovato. Scopr il piccolo in lacrime e
infreddolito vicino a un dirupo, sorpreso da una pioggia battente.
Corrado lo redargu con forza per la sua imprudenza.
Mio figlio gli promise che da allora in poi mi avrebbe sempre
ubbidito. Quel sant'uomo di Corrado mi mandava dei segnali
per farmi capire di non abbassare mai la guardia su quella premonizione,
eppure non sempre capii i suoi messaggi. L'estate
seguente, ci trovavamo come di consueto nella nostra masseria
per sfuggire al grande caldo di Noto. Ricordo benissimo quel
pomeriggio. Avevo una strana sensazione... l'aria era carica
di umidit e da l a poco si abbatt un acquazzone con lampi
e fulmini che squarciavano le nuvole con una violenza inaudita.
Il piccolo Corrado era sfuggito al mio controllo. Senza
chiedermi il permesso, aveva seguito i figli dei nostri mezzadri
che portavano le pecore al pascolo. Quando li vidi accorrere
terrorizzati, intuii subito la disgrazia. Mi accompagnarono in
aperta campagna e l, sotto una quercia, giaceva il corpo senza
vita di mio figlio, colpito da un fulmine. Il fattore si precipit
ad avvertire Corrado della disgrazia. Lui per due giorni
scomparve nel nulla, fino a quando ci raggiunse al funerale.
Perdonatemi se non mi sono fatto vedere - disse a me e a mia
moglie - ma non avevo la forza di uscire dalla grotta. Il dolore
per la morte del mio figlioccio mi ha schiacciato come se fossi
stato travolto da una frana improvvisa. Il legame che avevo
con Corradino era davvero speciale, in tante cose mi riconoscevo
in lui. Anche io da piccolo ero molto vivace e con le mie
ammonizioni volevo proteggerlo dagli stessi pericoli che avevo
corso alla sua et. Invece ho fallito un'altra volta. Non l'avevo
mai visto cos disperato, pi magro del solito, con il saio
fradicio attaccato alle ossa. Stava scalzo nonostante la pioggia
non ci desse tregua. Quel calore nel suo sguardo, l'energia
trasmessa dal suo abbraccio e il dolce suono delle sue parole,
sono state il nostro unico conforto.
Eufrosina si avvicin a Cola e gli sciolse le dita intrecciate
e contorte. Lo stesso gesto di Corrado quando si sentiva in difficolt.
Il vostro dolore  il mio, di madre gli sussurr. Lui le
sfior il dorso della mano che al tatto aveva sentito sottile come
la pellicola lasciata in superficie dal latte bollente. Le restitu quel
sorriso che gli aveva dato calore.
Vedendo il suo amico provato da quei ricordi, Giovanni decise
di riprendere lui il racconto. Il fallimento di cui Corrado
accenn a Cola riguardava sicuramente quello della sua opera
di formatore. Al centro della sua grotta ci stava un grande masso
che, viste le notevoli dimensioni, nessuno era mai riuscito a
spostare. Quella pietra per disturbava Corrado: la vedeva come
una ciste nel suo cuore dove invece voleva creare il vuoto. Mi
chiese se potevo trovare qualche giovane robusto che lo aiutasse
a levarla. Il giorno seguente, gli portai tre giovani scalpellini che
quando videro quanto era mastodontica la pietra, gli dissero che
non sarebbero mai riusciti a farla passare da quell'ingresso cos
angusto. Dopo averli benedetti, Corrado si rivolse a loro cos:
Questo masso verr spostato dalla fede e con l'aiuto di Dio.
Gli scalpellini, rinfrancati dalle sue parole, ci credettero. Riuscirono
a spingere il masso fino all'imboccatura della grotta. Da l
scivol come per incanto verso il pendio scosceso e rimbalzando
su un costone di roccia, si frantum in mille pezzi nel torrente
sottostante. Uno di loro era rimasto cos colpito dal miracolo
che qualche tempo dopo manifest a Corrado il desiderio di
poter diventare anche lui penitente. Corrado accett di buon
grado il suo nuovo compito: avvicinare alla fede un giovane
era per lui una grande gioia. Gli insegn a leggere e a scrivere.
Insieme commentavano le Sacre Scritture e lo esortava con
queste parole: Bisogna che preghiamo come dice Bonaventura.
Recitiamo lentamente le orazioni e dopo potremo riflettere sui
nostri peccati e su quelli del mondo. A prezzo delle lacrime che
inevitabilmente ci troveremo a versare. Il giovane rimase assieme
a Corrado per due anni, ma poi scelse di sposarsi e di cambiare
vita. Quella scelta aveva provocato un cos grande dolore
in lui che al momento del distacco, lo salut con queste parole:
Sant'Agostino diceva, la grazia di Dio non si impone mai sulla
volont dell'uomo. Chi fece te senza di te, non pu salvare te
senza di te.
Eufrosina intervenne per aggiungere un particolare che la riguardava
in prima persona. Perdonatemi se mi ricollego a un
episodio che non conoscete ma che mi riguarda in prima persona.
L'azione formativa di Corrado  fallita con quello scalpellino
ma non con sua nipote Francesca. Senza il suo esempio di pentimento
e di perdono, Dio non avrebbe messo il seme della vocazione
in lei. Quando si present da me al monastero, Francesca
alternava momenti di estasi a aggressivit. Poi per riusc a farsi
trovare da Dio.
In che modo l'avete aiutata? le chiese Giovanni.
Mi domandai come Corrado si sarebbe comportato al posto
mio e invocai il suo aiuto. Quando Francesca arriv al convento
era terrorizzata, confusa. Lo vedeva solo come un luogo sicuro
dove nascondersi. Poi si riprese e divent un'ottima benedettina.
Siete troppo modesta per aggiungere che anche il vostro
esempio l'ha convinta aggiunse Cola mentre anche padre Michele
e Giovanni annuivano convinti.
Poi arriv quello che veniva chiamato il castigo divino, la
peste nera ricord Giovanni con l'orrore che gli attraversava
lo sguardo. La Sicilia venne colpita duramente dalla sciagura.
Morirono cinquecentotrentamila persone, la met della popolazione.
A Messina e a Trapani non si salv nessuno. Gli abitanti
di Catania bruciarono in aperta campagna i cadaveri dei messinesi
che erano riusciti a fuggire, convinti di poter scampare cos
al morbo esalato da quelli che venivano considerati i colpevoli
della strage. Com'erano lontani i tempi in cui non si accendeva
il fuoco in casa del morto per tre giorni e i vicini portavano
generi di conforto ai familiari in lutto! L'arrivo di quel flagello
disgreg tutti i rapporti umani. Non appena la gente veniva a
conoscenza di una morte improvvisa, subito si creava il vuoto
intorno alla famiglia che veniva lasciata completamente da sola.
I traffici, le fiere e i mercati si interruppero e presto scoppi una
carestia tremenda. Anche i vecchi non se ne ricordavano una
peggiore. La vita si ferm, il raccolto and perduto. Il grano
costava quasi sei scudi al chilo: inavvicinabile per la povera gente.
In tanti andavano a trovare Corrado alla grotta. Lui riusciva
sempre a sfamare quei disperati, dicevano che riusciva a ripetere
il miracolo del pane.
Quel bubbone che aveva estirpato dalla sua grotta forse lo
aveva reso immune dalla malattia. - ipotizz Eufrosina. - Da
quanto mi raccontate, Corrado non  morto di peste. Era sopravvissuto
per sfamare i bisognosi.
Nonostante i contatti con centinaia di persone non  stato
colpito dal morbo. - le conferm padre Michele - Purtroppo
quella tragedia lo aveva prostrato profondamente. Aveva stretto
ancora di pi il cilicio attorno al torace perch ormai viveva
dentro le sofferenze di Cristo. Sentiva che era prossima la morte
terrena ed era tormentato da dolori alla bocca e agli arti. Lo aveva
colpito una malattia invalidante che lo costringeva a rimanere
disteso nel suo giaciglio. Gli erano persino venute delle piaghe da
decubito sul tallone sinistro per la pressione esercitata dall'incrocio
con la gamba destra.
Eufrosina sent un nodo stringersi in gola che era ancora pi
doloroso quando cercava di deglutire. Gli eravate vicino, don
Michele?
Lo ero madre. Come amico e come confessore. Il diciassette
febbraio, ricordo che cadeva di gioved, Corrado aveva chiesto
a Giovanni e a Cola di portarlo a ricevere la Comunione
da me in san Pietro nuovo. Non poteva muoversi e lo avevano
portato gi con una barella. In confessione mi chiese di andare
alla sua grotta il sabato successivo, di mattino presto. Quel giorno,
il cielo era terso, di quell'azzurro cos limpido che sembrava
volesse annunciare la primavera. Trovai Corrado disteso nel suo
giaciglio con il volto ormai minuto che quasi scompariva fra
i capelli e la barba bianca. Mi chiese di sollevarlo e a fatica si
mise in ginocchio. Recit l'ultima preghiera rivolto a est, verso
la Terra santa, proprio mentre la luce del basso sole invernale
inondava la grotta. Da quella posizione si accasci sul fianco
dalla parte del cuore. Spir con le mani giunte.
Pace all'anima nostra sottoline Eufrosina segnandosi.
Subito dopo, tutte le campane si misero a suonare. La notizia
si diffuse fra Noto e Avola. Si scaten immediatamente un
putiferio per rivendicare il possesso delle spoglie. Durante la
processione, ci furono degli scontri molto duri fra gli abitanti
anche se, incredibilmente, nessuno rimase ferito. Spiegai al popolo
che anche quello era un miracolo. Aggiunsi che lo stesso
Corrado aveva chiesto di essere sepolto a Noto in san Nicol.
La gente di Avola cap e rinunci al suo corpo. Poco prima di
morire, Corrado mi aveva chiesto di essere toccato solo da altri
due penitenti, fra Michele Lombardo e fra Antonio. Lo avevano
posto in una cassa troppo piccola e coperto da un telo di lino,
anzich di seta, come vogliono i terziari. La processione riusc a
entrare in chiesa senza spargimenti di sangue. Il corpo di Corrado
rimase esposto per tre giorni alla luce di cos tante candele
che la cera era colata sulla cassa, per terra e persino sul suo fianco
sinistro. I miracoli si moltiplicarono. Corrado guar malati,
paralitici e ogni sorta di mali. Da quel giorno la devozione verso
di lui non  mai cessata.
Cola guard il volto di Eufrosina che lottava contro se stessa
per non essere sopraffatta dal dolore, ostentando una dignit
che non aveva mai visto in nessun'altra donna. Mosso dalla
compassione, le disse: Se vi pu essere di conforto, reverendissima
madre, sono sicuro che Corrado non vi aveva dimenticata,
neppure alla fine della sua esistenza terrena. In un piccolo otre
di pelle che teneva sempre con s, ho trovato due chiodini a
forma di Tau, uno di bronzo dorato e uno di ferro. Ecco, credo
che quello in metallo pi prezioso foste voi e l'altro lui. Li teneva
insieme, per ricordarsi della sua penitenza ma soprattutto
della vostra.
Grazie Cola, le vostre parole sono un balsamo per la mia
anima affranta. Dove sono adesso le crocine? gli chiese Eufrosina
commossa.
Le ho messe addosso a lui. Era l il loro posto.
Eufrosina sorrise di gratitudine a quegli uomini che le dimostravano
tanto affetto e amicizia come se la conoscessero da sempre.
Decise allora di metterli al corrente di un suo segreto. Gli
mostr la piccola croce d'oro che teneva nascosta fra le bende del
sopraccollo. Guardate, io ho conservato solo questa della mia
vita con Corrado, non  un segno? Prima di entrare in monastero,
ho venduto tutti i miei beni per aiutarlo a risarcire i danni
ma non me la sono sentita di vendere anche le nostre fedi. Le
ho portate dall'orefice che me le ha fuse in questa croce. Cola,
Giovanni, padre Michele, non so come ringraziarvi per come mi
avete resa presente nella vita di Corrado. Mai avrei sperato che i
suoi progressi spirituali lo portassero a tanto. Ora so anche che
mi teneva vicina. Quando ci rincontreremo nell'Aldil, potremo
finalmente ricongiungere le nostre anime per sempre.
Madre, per noi ha rappresentato un grandissimo e inaspettato
onore conoscervi. Le notizie che ci avete fornito sulla vita di
Corrado saranno molto utili per il processo di beatificazione che
intendiamo portare avanti. - le annunci padre Michele - Adesso
 tempo che andiamo. Ricordateci sempre nelle vostre preghiere.
Lo far e vi prego, accendete una candela sotto l'urna di
Corrado da parte mia.
Non dubitate le aveva promesso Michele inchinandosi con
ossequio sincero imitato dagli altri.
Eufrosina li accompagn fino al portone d'ingresso. Ora
dove andrete?
Giovanni sorrise e rispose a nome di tutti. Non intendiamo
cercare i parenti di Corrado. Sarebbe inutile dopo quello
che ci avete raccontato. Ci recheremo a Calendasco, al romitorio
dove Corrado ha vissuto. Poi torneremo a casa, con la
consapevolezza di questa straordinaria avventura che abbiamo
vissuto grazie a voi.
Che Dio vi benedica e buon viaggio - disse Eufrosina congedandosi
- siete dei veri amici, rimarrete per sempre nel mio
cuore.
Anche voi e Corrado rimarrete sempre uniti nei nostri.
Di nuovo baciarono a Eufrosina la mano con il rimpianto che
quella sarebbe stata l'unica e l'ultima volta.
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CAPITOLO 30.
...
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...
Via di qua! Sci! Sci! strillava Enza brandendo una pala
per allontanare i polli che si erano avventati sulle granaglie sparpagliate
sull'aia. La cesta le era sfuggita dalle mani e si era assentata
giusto il tempo per recarsi nel fienile a prendere l'attrezzo.
La prossima volta devo riempirla di meno, non ho pi la forza
di una volta borbott l'anziana governante di Eufrosina mentre
raccoglieva i chicchi.
Terminato il lavoro, si era seduta sulla panca vicino all'ingresso
della cascina e aveva appoggiato la schiena contro il muro di
pietra, caldo per il sole di met giugno. Voleva scaldarsi fino alle
ossa. L'umidit dell'inverno non le aveva dato tregua e dall'estate
precedente, quella era la prima volta che avvertiva un certo tepore.
L, immobile come una lucertola, aveva sentito due volte in
lontananza il campanile di san Nicol battere i quarti. Un po'
si sentiva in colpa, in casa aveva mille cose da fare: il bucato da
stendere, la biancheria da rammendare e doveva ancora mettere
qualcosa sul fuoco per la cena.
Non ne aveva voglia. Voleva farsi coccolare dal sole e, come
massimo impegno, prestare attenzione al garrire delle rondini in
cielo. Quella primavera le sembrava che fossero pi numerose del
solito. Avevano costruito nuovi nidi sotto il tetto della stalla a
fianco di quelli vecchi, uno accanto all'altro. Una vera benedizione
contro gli insetti che tormentavano il bestiame e i contadini.
Si stava quasi per appisolare, quando le sembr di aver riconosciuto
la voce che la chiamava: Enza! Enza!.
Signora! esclam spalancando incredula gli occhi: non c'erano
dubbi, era proprio Eufrosina quella figura svolazzante sulla
strada di terra battuta che divideva in due i campi di grano. Le
corse incontro, felice per quella visita inaspettata.
Che gioia vedervi signora! Cosa fate qui? In tanti anni  la prima
volta che ci venite! Si abbracciarono, entrambe con il fiato corto.
Se  per questo, cara Enza,  la prima volta che esco dalle
mura della citt in quarant'anni e la seconda o la terza dal convento
le confess Eufrosina sorridendo.
Prego, venite. Posso offrirvi qualcosa?
Un bicchiere d'acqua, per favore. Non sono pi abituata a
camminare tanto.
Si sieda qui fuori, si accomodi. Torno subito.
Enza prese dalla madia accanto al camino lo sciroppo di
lamponi. La ricetta era quella antica di Eufrosina. Ne dilu due
cucchiai in un bicchiere d'acqua e lo gir con un cucchiaio per
scioglierlo. Lo port con mano tremante per l'emozione alla sua
signora che ne bevve un sorso.
Grazie Enza, ottimo davvero. Migliore del mio.
Mi avete colto impreparata - la rimprover bonariamente Enza
- se sapevo della vostra visita, mi organizzavo per ricevervi in modo
non dico adeguato a una signora come voi, ma almeno dignitoso.
Sai che questo posto  esattamente come lo avevi descritto? Il
glicine sui pilastri intorno alla veranda, le rose intorno alla casa, le
margherite sui davanzali... Mi piace davvero.
Grazie, signora, ho seguito i suoi consigli arross Enza che
non era avvezza ai complimenti.
Eufrosina appoggi il bicchiere sulla panca. Oggi avevo bisogno
di vederti subito, senza dover aspettare la tua consueta visita. Per la
prima volta da quando sono diventata monaca, mi sento cos sola.
Cosa intendete dire, signora? le domand preoccupata.
Eufrosina era sul punto di piangere. Con le labbra che tremavano
riusc a confidarle: Ho saputo che Corrado  volato in cielo.
Enza la strinse forte a s: Oh signora, mi dispiace cos tanto!.
Non dovrei sentirmi cos singhiozz Eufrosina.
Come lo avete saputo?
Sono venuti a darmi la notizia tre suoi amici dalla Sicilia, da
Noto per l'esattezza. Ricordi che ti dissi che secondo me si trovava
da quelle parti?
Lo rammento bene. Avevate ragione allora! Non dovete vergognarvi
del vostro dolore. Anche io ho pianto tanto quando
Meo  mancato. Fa bene,  una liberazione la consol porgendole
un fazzoletto pulito.
La monaca  sposata con Cristo, ricordalo. - disse Eufrosina
ricomponendosi - Dovrei sentirmi solo in pace con me stessa
pensando che ora Corrado si trova in Paradiso. S perch... i suoi
compagni sono venuti a Piacenza per raccogliere informazioni
sulla sua famiglia e su di me. Intendono portare avanti il processo
per la sua beatificazione.
O madre santissima! riusc solo a dire Enza, portandosi le
mani alla bocca per lo stupore.
Corrado ha condotto una vita da santo e tante persone che
visitano la sua tomba vengono miracolate.
Non posso quasi credere alle sue parole! Ho sentito bene?
disse Enza sgranando ancora di pi gli occhi.
Sul momento ho reagito anche io come te, ma dopo che
mi hanno raccontato la sua vita, ho capito fino in fondo chi era
diventato mio marito. Ne sono cos felice...
Allora non vi sentite davvero sola...
Eufrosina mosse qualche passo e port le mani alle tempie.
Voleva concentrarsi per trovare le parole pi adatte a farle capire
il suo stato d'animo. Poi si sedette ancora accanto a lei. Quando
san Francesco  morto, i compagni hanno mostrato a Chiara
il suo corpo. Lei ha potuto parlare con il suo amato maestro,
fargli una carezza e sfiorare le sue labbra con un ultimo bacio.
Io invece no: questo mi manca. Tantissimo. Quando i devoti
amici di Corrado se ne sono andati, ho avvertito un senso di
solitudine... mi ha colto la malinconia, per questo sono subito
corsa qui da te. Sei l'unica persona che possa capire come mi sento adesso.
Come, signora?
Inutile.
Anche io stavo cos quando Meo se n' andato. - le confid
Enza - Poi sa, la figlia, i nipoti, le faccende domestiche mi hanno
distratta. Diciamo che con quel dolore ho imparato a conviverci...
ci si abitua a tutto... come a una vicina che proprio non sopporti!
Oh, Enza, riesci sempre a strapparmi un sorriso.
Signora, oggi deve pensare a qualcosa di bello. Venga con me.
La segu in casa dove aveva riconosciuto il profumo di bucato
di allora. Enza estrasse dal suo cassettone una scatola di legno pi
piccola, chiusa con la chiave che teneva appesa al collo. L'apr e srotol un vestito bianco.
Che gioia Enza, lo hai conservato!
S signora e ci sono pure le sue scarpette di raso. Mi aveva
detto di dare ai poveri tutti i suoi vestiti, ma il suo abito da sposa
proprio non me la sono sentita. Lo indossi, la prego, per questa volta il Signore chiuder un occhio.
Eufrosina esitava. Ne deve chiudere due di occhi. I miei capelli
non sono pi quelli di una volta. Ora li tengo corti e sono
tutti schiacciati dalla cuffia. Al momento di togliersi il velo le chiese: Aiutami a spogliarmi per cortesia.
Enza le mostr il pettine d'avorio che usava allora: Non importa, signora, user questo per ravvivarli.
Lo hai tenuto? Non finirai mai di stupirmi!
Enza le diede una mano a sfilarsi le bende e tra i capelli biondi spuntava solo qualche filo pi chiaro.
Mi sembra di essere ritornata ad allora disse Eufrosina finalmente
rilassata, riconoscendo in quel piacevole massaggio il tocco deciso della sua mano.
Dopo aver finito di vestirla e pettinarla, Enza stacc dalla
parete lo specchio. Guardatevi signora, siete sempre bellissima.
Sono passati quarant'anni eppure vi sta a pennello.
Che emozione, mi sembra di essere tornata al giorno del mio matrimonio, a quando mi stavi preparando.
Uscirono all'aperto. La seta damascata e le roselline trapuntate
in contrasto rilucevano al sole, donando a Eufrosina un'immagine
di bellezza pura e rarefatta. Chiuse gli occhi, travolta
dall'ebrezza dei ricordi di quel giorno. Accenn qualche passo
di danza, porgendo una mano su quella immaginaria di Corrado
sospesa a mezz'aria mentre con l'altra sollevava la gonna. Le
sembrava di vedere il suo sguardo innamorato, il suo sorriso cos
seducente mentre la conduceva con sicurezza. Alla fine di un volteggio
riapr gli occhi e vide il cielo azzurro sopra di s.
Corrado  lass che mi osserva. - disse Eufrosina indicando
in alto un punto indefinito - Provo la stessa sensazione di quando
mi ero convinta di aver contratto la peste, ma avevo sentito che
lui mi proteggeva. Ora ne sono certa: avverr cos fino al termine della mia vita.
Anche Enza guard il cielo commossa. Ne sono convinta anche io signora.
Devo andare adesso. Le mie sorelle si staranno chiedendo
dove sono finita disse Eufrosina facendosi coraggio.
Vengo con lei, signora.
Mi vuoi accompagnare?
No, rimarr con voi in monastero: con me non vi sentirete pi sola.
Eufrosina si sent sopraffare da tanta generosit. Come puoi
pensare di lasciare la tua casa, tua figlia, tuo genero e i tuoi nipoti?
Ormai sono grandi. Sapranno badare a loro stessi. Gli spiegher
le mie ragioni e sono certa che capiranno. Grazie alla vostra
generosit, hanno soldi a sufficienza per trovarsi una serva. E dopotutto
io in un convento ci sono cresciuta. Vorr dire che ci morir.
Avrai tempo per pensarci meglio. Anche se, conoscendo il
tuo carattere, non mi stupirei che questa tua decisione fosse definitiva.
Sono cos onorata dell'amicizia che mi hai sempre dimostrato!
Questo tuo dono mi d un nuovo slancio per affrontare
insieme la vita le disse Eufrosina abbracciandola riconoscente.
Dio ha voluto concederci un grande dono: la libert. Insieme
potremo finalmente viverla appieno. Ora andiamo prima che i miei
ritornino dal mercato. Intanto lascio questa breve missiva a mia figlia
per non farla preoccupare della mia assenza e prendo l'occorrente per
la notte. Torner domani, solo per le altre mie poche cose.
Mi cambio nel frattempo. Certo non posso presentarmi vestita
cos! disse allegra Eufrosina.
Prima di uscire Enza prese l'attizzatoio e sparse i tizzoni nel camino.
Osserva, Enza, la brace pulsa come un cuore. Sembra che
sia viva. - disse Eufrosina - Aspetta, usiamo questa per coprirla.
Che cos' signora? le domand Enza che stava per gettarci
sopra della sabbia per evitare che i lapilli potessero provocare un incendio.
Tengo questo sacchetto di cenere cucito nell'abito. L'avevo
raccolta insieme a Corrado sui campi che aveva incendiato.
Perch mai vuole disfarsi di questo ricordo?
Oggi volevo portare questa polvere dove l'avevo presa, oramai
la penitenza di Corrado  terminata ed era giusto che la restituissi
alla sua terra. Dopo aver osservato questi tizzoni, ho capito
un'altra cosa. Ora Corrado  come questa brace: si pu spegnere,
ma torner ad accendersi per sempre nell'anima della gente.
Sparger la cenere su di lui, sul mio santo piromane, cos domani torner ad ardere di nuovo.(8).
...
.
...
Note.
8. Corrado fu elevato al culto dei santi il 12,09.1625 dopo quasi 275 anni dalla sua morte. Sub tre processi canonici: il primo nel 1351 per ordine delle autorit  cittadine;
il secondo per volere del Vescovo Gabriele Dalmazio nel 1485; il terzo nel 1515 per intervento del papa Leone decimo.
Vennero ascoltati cinquantacinque testimoni che si rifacevano a testimonianze orali tramandate.
Le guarigioni miracolose accertate, fino al 1485, furono quarantadue.
Queste lungaggini vennero attribuite ai pi svariati motivi: la difficile situazione storica della Sicilia che vedeva contrapposti Angioini e Aragonesi; la peste; le carestie; le prepotenze dei signorotti locali nei confronti del clero. Eufrosina venne nominata solo di sfuggita in tutti quegli anni e nelle agiografie. La storia insegna: ci che le si sottrae  qualcosa da nascondere. La figura della moglie del santo era ancora un personaggio troppo importante, per certi versi  scomodo. Il suo ricordo doveva essere sepolto dal trascorrere dei secoli.
...
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FINE.
...
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Ringraziamenti.
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Vorrei ringraziare Paolo Occhipinti per la pazienza che mi ha dimostrato durante la revisione del testo. Chiara Frugoni e Francesca Riario Sforza che sono state le mie prime, autorevoli lettrici.
Lorenzo Caravaggi per i consigli sulla Piacenza medievale. Enzo Belfiore per avermi fatto conoscere Noto. Elisabetta Franzolin, Puccio Natale e Giancarlo Merlini che per primi hanno creduto
in questa storia. A Kiki Buzzi per avermi tenuto compagnia a San Candido mentre scrivevo.
Se qualcuno desiderasse mettersi in contatto con me sono raggiungibile su Instagram e Facebook: corradoocchipinticonfalonieri.
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Bibliografia.
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